“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Martedì, 12 Novembre 2013 01:00

Ho fiducia nella letteratura

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E voi? Accettereste scommesse per questo mezzo di contatto fra spazi e tempi lontani che comincia a sentire il peso dell’età? Ricordate Calvino, le sue Lezioni Americane? Scriveva nel 1985 – e purtroppo lo ha solo scritto, o meglio appuntato, visto che la morte improvvisa gli impedì di tenere le conferenze programmate negli Stati Uniti – che quello che stava per concludersi era stato il millennio del libro. Un oggetto capace di sedimentare, nell’arco di dieci secoli, valori estetico-artistici che stavano a cuore allo scrittore sanremese nato a Cuba, che avrebbe fatto di tutto per salvaguardarli e proiettarli oltre le soglie del 2000.

Partirei proprio dal libro, inteso come ente cartaceo maneggevole oggi sotto assedio, per poi entrare nel suo specifico letterario. Un libro può infatti contenere ricette, foto, progetti architettonici, carte geografiche, sezioni di uomini o animali, non solo romanzi o racconti. Quanti anni ha veramente? Se lo colleghiamo all’editoria parrebbe lecito restringere la sua storia a cinquecento anni o giù di lì, la metà di quanto diceva Calvino.
Tuttavia, prima di questa rivoluzione, perché l’editoria fu una rivoluzione, i volumi esistevano, solo che non circolavano, o circolavano fra pochissime mani, e non venivano prodotti su vasta scala. Le biblioteche, specialmente di abbazie e monasteri, erano ricchissime di testi copiati, un sapere antico che si rinnovava di generazione in generazione grazie alla pazienza degli amanuensi che ci hanno tramandato Platone e Aristotele. Ma era un sapere custodito, spesso da non divulgare, il potere ecclesiastico ne era geloso e vi fondava ogni pretesa.
Poi dall’Oriente arrivò la carta e in certe parti d’Europa il patrimonio culturale uscì dai chiostri per distribuirsi tra i portici dove, specialmente nelle sedi di università, si collocavano gli stationarii, che producevano e vendevano codices. Fu il primo processo se non di moltiplicazione, almeno di standardizzazione del libro. Su questo prodotto, perché si parla pur sempre di un prodotto con un prezzo e dunque con margini potenziali di profitto per qualcuno, mise il naso il nascente ceto borghese e mercantile. Da oggetto raro e prezioso il libro divenne strumento di lavoro, in uffici, tribunali, cancellerie, e di commercio. Infine arrivò Venezia e fu veramente il big bang.
Prima di dare un’occhiata a cosa successe in laguna, spogliamoci della nostra visione eurocentrica e riconosciamo che fuori dal vecchio continente non è che stessero a guardare: anche gli arabi fecero un lavoro prezioso, avevano mani e teste pazienti che copiavano e commentavano. Usarono la carta ben prima di noi. Gli ebrei, il popolo del Libro per eccellenza, fin dal VI secolo si misero a raccogliere e commentare scritti e tradizione orale per tirare fuori due giganti del pensiero come i Talmud palestinese e babilonese. Citiamo inoltre le poesie del mondo persiano, i poemi sempre della Persia e dell’India, i cicli bretoni, le favole orientali, i saggi cinesi, una sterminata produzione letteraria che in Italia, ad esempio, confluirà in un’opera che a mio modestissimo avviso, lo so che sto per bestemmiare, è al pari della Divina Commedia: il Decamerone di Boccaccio. Perché mi piacciono le visioni laiche e scevre dai moralismi e Dante è un moralista, straordinario ma tale rimane.
Ed ecco il capitolo della storia ambientato nel secolo Cinquecento, quello delle glorie rinascimentali della penisola. Spiccavano tre città, equamente distribuite da un punto di vista geografico: Venezia, Firenze, Roma. A far leggere il mondo è stata la prima. I motivi della sua supremazia in campo editoriale non sono difficili da cogliere. Oltre a rientrare, con Parigi e Napoli, nel novero dei centri europei considerati delle metropoli, in quanto abitate da più di 150.000 abitanti, la Dominante, mai appellativo fu più doveroso, era all’epoca un luogo più simile a un mondo intero che a una città. L’Adriatico andava visto come una sorta di lago veneziano: lo sapevano sia i letterati che i mercanti. I domini da mar della Serenissima si estendevano su Istria e Dalmazia, coinvolgevano serbi e croati, la Slavia veneta, la Grecia, le grandi isole mediterranee di Creta e Cipro. Venezia intratteneva attivi, anche se spesso turbolenti, scambi culturali con l’islam e l’ebraismo. Non a caso fu proprio dai torchi d’una bottega di Venezia – dove sorse il primo ghetto del mondo e dove un’isola della laguna porta ancora il nome inequivocabile di Giudecca – che uscì un esemplare leggendario del Talmud. Mentre con il titolo Alcoranus arabicus, venne dato alle stampe il primo Corano nella lingua di Maometto. Una rarità bibliografica di cui si sarebbero perse le tracce per mezzo millennio.
Erano eminentemente marittime, fra Quattro e Cinquecento, le vie di diffusione commerciale dei libri. Il Michelangelo dell’editoria si chiamava Aldo Manuzio. La sua stamperia divenne una holding. Capitò addirittura che l’orgogliosa repubblica marinara  contestasse a Gutenberg l’ideazione della stampa attribuendola a Panfilo Castaldi, medico e umanista di Mestre. Il primo best seller fu un Orlando furioso di cui il veneziano Gabriel Giolito de’ Ferrari pubblicò tra il 1542 e il 1560 ventotto edizioni. I due volumi del Don Chisciotte sono dei primi del Seicento, Shakespeare scrive ben dopo Ariosto, insomma i due giganti della letteratura moderna, coloro che probabilmente la fondano, sono tributari di un duplice processo che ha avuto come presupposti essenziali l’invenzione della stampa a caratteri mobili e lo spiccato spirito imprenditoriale dei veneziani.
Appurato che per il libro, più vecchio della stampa, si possa tranquillamente dare ragione a Calvino e parlare di millennio, aprirei e chiuderei un piccolo inciso sul dibattito che si è aperto. Non voglio fare considerazioni banali sull’insostituibilità del piacere dato dallo sfogliare le pagine e dall’uso delle foglie come segnalibri che poi si seccano dentro e fa tanto romantico. Mi pare che ci sia spazio per tutto e che non sia tanto lo strumento quanto il contenuto a risaltare. D’altronde gli italiani leggevano poco quando c’erano solo le librerie, se la percentuale aumenta grazie alla tecnologia non c’è da strapparsi le vesti. Vedo poi alla cassa persone con titoli improponibili e sento storpiare ignominiosamente autori riconosciuti con le copertine davanti agli occhi. È cosa si legge, insisto, accompagnato dal giusto approccio alla lettura, a fare la differenza.
Così arriviamo allo specifico contenuto che si è affermato dentro questo scrigno, il romanzo, o la produzione letteraria in genere, dal racconto alla poesia. Questo contenuto può farcela perché possiede, appunto, una sua “specificità”. Se mi è permesso soffermarmi su una pietra miliare, le Lezioni Americane, ho notato che a Calvino fanno gioco miti, leggende, tradizioni popolari e favole per arrivare a quanto vuole dire. Perseo, Medusa, Carlo Magno, Lucrezio, Ovidio, anche molto Leopardi in verità. E usa oggetti ed elementi che conoscevano egizi e fenici e sui quali da sempre si interrogano gli uomini: lo specchio, il tempo e il cristallo. Lo specchio riflette, media la realtà, non è il rifiuto di quest’ultima ma il rifiuto della sua visione diretta. Alleggerisce, dunque, sottrae peso alla struttura e di conseguenza al linguaggio che la deve esprimere.
Il tempo è un incantesimo che si contrae e si dilata così come lo scrittore contrae e dilata la narrazione: Sheherazade si salva la vita dilatandolo ogni notte, l’allegra brigata di Boccaccio scampa alla peste giornata dopo giornata. Le prospettive di fuga possono pure contrarsi, fino a congestionarsi, come in Borges. Calvino sognava un autentico collasso, ovvero un racconto condensato in una sola riga. Se proprio non vogliamo arrivare a questi estremi, forse il segreto riposa in avvenimenti puntiformi collegati da segmenti rettilinei, in un disegno a zigzag che corrisponde a un movimento senza sosta. Tutta la conoscenza, fatti e cose e persone, che uno scrittore intende riversare nella sua opera (Calvino non trascura la “molteplicità”), deve poggiare su una rete di connessioni.
Il cristallo è la regolarità, l’esattezza, seppure con le sue sfaccettature è la forma perfetta che cattura lo sguardo. La sua forza è proiettare immagini nitide, incisive, memorabili, ovvero capaci d’imprimersi nella memoria. A quel punto è perfino possibile mettere a fuoco a occhi chiusi. Pensare per immagini.
Gli scrittori sono capaci di isolare le storie da un potenziale sterminato e adeguarle all’epoca vissuta, sfruttando e plasmando un materiale che appartiene all’uomo dalla sua infanzia. È qualcosa di atavico lo scrivere, è la catarsi della sfera immateriale che trova uno sfogo altrimenti interdetto. È la malattia che si fa cura, un’esigenza che portiamo dentro prima da nomadi, dopo da agricoltori che con gli aratri hanno sia coltivato i campi sia delimitato i perimetri delle civiltà urbane. Lo scrivere accompagna, subisce continui aggiustamenti ma è attratto dall’imprescindibile alimento sentimentale – viaggio, scoperta, ritorno, amori, illusioni, speranza, paura, tragedia, potere, ironia, sogno, incubo, socialità, isolamento – di noi primati evoluti. Ecco perché non sappiamo che fine farà il libro. In fondo, perché fare a meno di porsi "obiettivi smisurati"? Non morirà il bisogno di sfidare mari e ciclopi per dieci lunghissimi anni pur di riabbracciare una moglie e un’isola-regno, non morirà l’esigenza d’interrogarci sulla natura dell’essere con un teschio in mano, non morirà la voglia di combattere i mulini della Mancia, che paiono giganti, anche se potrebbero disarcionarci dalla sella di un ronzino scalcagnato.


 

 

 

 

Italo Calvino
Lezioni americane
(1988)
Mondadori, Milano, 2000
pp. 164

NB.
Fonte dell'immagine di Aldo Manuzio : http://www.liberliber.it/progetti/manuzio/

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