“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Domenica, 10 Novembre 2013 01:00

In cerca di vecchi libri

Scritto da 

Ad Antonio, per “Lezioni di letteratura” di Nabokov
A Fabio, per  “Vita grottesca e tragica di Victor Hugo” di Ionesco

 

Premessa
“I libri, in un certo senso, non stanno mai fermi. Se ne vanno in giro per la città, entrano nelle case, stanno bloccati magari per anni, per decenni, poi ripartono perché nessuno li può possedere per sempre, nessuno può bloccarne il migrare, a meno di usare le maniere forti. Ma se un libro non lo annienti, prima o poi riparte, riprende il suo giro”.

Se non lo annienti, un libro riparte, prende il suo giro, macina chilometri, spostandosi da dov’era a dove sarà. Tenuto tra le dita, infilato in una busta di plastica, serrato tra il braccio e le costole, portato in borsa, in uno zaino, in una scatola di cartone che – un tempo – conteneva confezioni di biscotti o di pasta, un libro – questo libro – traversa una strada, un’altra, un’altra ancora fino a traversare l’intera città. Da una scura libreria da salotto alla disordinata scrivania di uno studente di Lettere, di Psicologia o dell’Accademia; dal tavolo di un docente di Chimica alla stanza di una ragazza che ama la notte, il silenzio, la sua lampada, il suo cuscino, la sua coperta marrone e una buona storia; da una casa a una casa, da due mani a due mani, da uno sguardo a uno sguardo: se non lo annienti, il libro riparte; questo libro riparte.
Questo libro, non un altro ma proprio quest’edizione, questa specifica copia con davanti una firma sbiadita, che – a pagina 76 – ha una macchia di caffè o che ha gli orli ingialliti e la quarta di copertina che ha mutato colore; che porta un numero di telefono cui non risponde più nessuno o che è segnato a matita; che ha un odore ormai intenso di vecchio o che ha una traccia di lacrime, il graffio di una penna, le iniziali di una sigla; questo libro cui dentro puoi trovare di tutto: “schedine, cartoline, biglietti del tram urbani e interurbani, biglietti d’amore, dediche del tipo ‘Se mi ami conserverai per sempre questo libro che ti dono’” e vecchi segnalibri di luoghi mai visitati, ritagli di giornale, fotografie con cime d’alberi, talloncini della Biblioteca, elenchi di cose da fare, cartoline che sono state scritte ma che non sono state spedite.
Questo libro comprato chissà quando, da chissà chi e chissà dove, e che adesso – chissà perché – trova un nuovo lettore, una nuova lettrice: forse per il bisogno di risparmiare; forse per l’amore che si prova per le cose passate, già toccate e riscaldate da qualcuno; forse perché il mercato editoriale è pur sempre un mercato e fagocita anche la bellezza se, la bellezza, non vende; forse per l’idea romantica di possedere qualcosa che altri hanno abbandonato, lasciato disperdere o destinato alla muffa; forse per il caso che ha voluto che lo vedessimo mentre attendevamo un amico, un’amante, nostra madre o perché stava lì come un bimbo imbronciato o come un anziano che passa il tempo a guardare senza che nessuno lo guardi; forse perché cercavamo quest’opera di quest’autore ma non a questo prezzo; forse perché quest’opera di questo autore per noi non ha prezzo; forse perché lo cercavamo da anni; forse perché non lo cercavamo ma lo abbiamo scelto lo stesso o forse perché è lui che cercava e ha trovato noi mentre noi eravamo in un momento fragile, dovuto alla noia, ad un brutto voto all’esame, ad un litigio al lavoro o in famiglia.

 

Svolgimento
“Io conosco le tratte delle loro migrazioni e batto la città camminando per chilometri zompando sui mezzi pubblici, salendo e scendendo nel bassofondo del metrò. Cerco nelle ceste dei libri a prezzo fisso, vado in posti dove il prezzo dei libri è fatto dalle dimensioni: illustrato o fotografico cinque euro, romanzo grande e rilegato due euro, tutta la brossura a uno. Cerco pezzi che altri librai non han capito o non han visto. Sono quasi un esploratore, imbocco vie laterali, trovo scorciatoie, vie nuove, piccoli quartieri intorno alle vecchie chiese, magazzini sul fondo del fondo dei viali”.
Valentino Ronchi – autore di Vecchi libri per quest’epoca incerta – è un libraio ma uno di quei librai che non hanno e non abitano una libreria: il suo deposito è il pavimento, i suoi scaffali sono le pareti di casa: “Il corridoio è occupato dai Millenni, il tavolo della cucina dai Gettoni e dalle prime edizioni prestigiose. Oltre Lavorare stanca e Le Occasioni, ci sono molte prime edizioni di narrativa, Pavese, Calvino, Ginzburg. I saggi viola, la collana di studi etnologici di Pavese e De Martino, saranno una trentina, quelli gialli di filosofia e i verdi di storia, messi uno sull’altro formano dei piccoli graziosi muri colorati” mentre – per raggiungere la cucina dalla stanza da letto – occorre scavalcare “in punta di piedi due pile di classici Utet”, stare attenti a non urtare con la spalla “i volumi de Il dizionario delle opere Bompiani” e schivare con un saltello “la consolle dove poggio i libri impacchettati pronti da portare alla posta per essere spediti”.
Una casa di libri, la sua, nella quale tuttavia i libri raramente sono ospiti fissi mentre più somigliano a stagionali in sosta più o meno prolungata, a viaggiatori che fanno albergo per poco o per molto, a viandanti che riposano in attesa di riprendere il transito.
Vengono da altrove – questi libri – vengono dalle cantine, dalle verande, dai box, dai pied-à-terre, dalle sacrestie, dalle biblioteche comunali in disuso, dai grandi magazzini da catasto, dalle rigatterie in cui non li nota nessuno, dalle collezioni di lettori defunti, dalle case che stanno per essere abbandonate, dai mercatini del sabato mattina, dal trovarobato casuale come dai chioschi di Cinque Giornate, di Viale Bligny, di Porta Genova, di Largo Cairoli o dai banchi della Stazione Centrale; ma vanno anche altrove – questi libri – vanno verso “i faccendieri, i collezionisti esasperati, gli speculatori” ma anche verso i “tanti lettori e indefessi cercatori di qualcosa”; vanno verso “gli squattrinati che non chiedono sconti” e i “benestanti che lo chiedono”; vanno verso “onesti, furbetti, bastardi, idealisti. Uomini maturi, vecchi, qualche ragazzo”; vanno verso tutto quel piccolo insieme di persone convinto ancora “che nel libro ci sia una qualche salvezza, fra le pagine, fra le righe, nell’oggetto, nella sua vicenda, negli anni in cui fu stampato”. Persone – uomini dalla barba folta e donne dalla gonna a fiori; ragazzi dagli occhiali sottili ed anziani dai capelli tirati a lucido; studentesse dal volto pulito e disoccupati col tempo che abbonda – che “possono sembrare quantomeno individui originali”, talora non privi di “tratti chiaramente maniacali”, ma con cui – di certo – “puoi parlare per ore di autori, case editrici, fascette editoriali, risvolti e bandelle”.
Vanno verso Chiara, che cerca Ontologia della libertà di Pareyson e pensa di scrivere un saggio sui primi articoli di Gadamer; vanno verso Edoardo, che ha le tasche piene d’appunti, conosce la letteratura del Novecento come pochi e che, quando sorride, socchiude gli occhi; vanno verso Dario, che predilige i minori e li raccoglie in una Billy dell’Ikea, con ripiani aggiuntivi, bianca laccata e con ante-vetrina: lì tiene Il sorcio nel violino di Barilli; La scuola di ballo di Loria; I racconti di Antonio Delfini; lì tiene Mario Colombo Guidotti e “Bilenchi, Civinini, Terzi, Dolores Prato, Di Ciarla, Maldini”.
Ma Chiara, Edoardo, Dario raccontati da Valentino Ronchi in Vecchi libri per quest’epoca incerta sono Grazia, Antonio, Giuseppe; Monica, Michele, Francesco; sono Sara, Caterina, Marco, Davide, Delio e tutti coloro che noi conosciamo e che sappiamo aggirarsi coi biglietti coi titoli nel portamonete; che si fermano tardando ad un appuntamento per la curiosità di controllare una bancarella; che cambiano strada, percorso, andamento allungando il tragitto per visitare quella libreria, quel cantuccio, quel buco tra un vicolo e un vicolo dove ogni tanto, se vuole il destino, qualche volta…

 

Conclusione
“Basta aspettare, basta tornare con frequenza. La pazienza è un’ottima compagna silenziosa, guarda lontano e non si preoccupa quasi mai. Andiamo pazienza, le dico, quando vado per la terza volta in un mese in un posto che non c’è mai nulla, andiamo che magari questa è la volta buona. E lei tace e acconsente, benevola”.
Vecchi libri per quest’epoca incerta è un romanzo su questi anni e su questo Paese in cui una generazione è priva di una stabilità lavorativa (Chiara insegna ogni anno in una scuola diversa; Dario è un “medico sostituto annuale” in uno sperduto ambulatorio periferico; Miriana “fa qualche ora da segretaria da un avvocato” mentre Edoardo ha, semplicemente, “più libri che vita” ed il fratello del narratore è scappato a Parigi) mentre “Il Presidente” è stabilmente al suo posto nonostante le inchieste, gli scandali, le condanne. Ma – per chi ama i libri e i libri sui libri – l’opera di Ronchi piacerà perché evoca, setaccia, descrive, narra, racconta e condivide questa strana forma di furore (cercare, ottenere, cercare ancora) che chiamiamo comunemente “bibliomania”.
Piacerà a chi torna e ritorna sempre negli stessi luoghi, sperando di trovare finalmente ciò che non ha ancora trovato e che, probabilmente, non troverà mai.
Piacerà a chi si perde nelle antiquarie frugando per Ripellino ma scovando Renzo Rosso, desiderando Deleuze ma comprando Walser, sperando in D’Arrigo ma rallegrandosi di Samonà.
Piacerà a chi teme di chiedere il prezzo (“Oddio, quanto verrà Pietroburgo di Belyj?”) quando ha avvistato un nome e un titolo che sono lo stesso nome e lo stesso titolo segnato sul proprio taccuino.
Piacerà a chi sa che “non si può sbagliare con Céline, Pavese, Panofsky, Borges, Rilke, con i saggi Feltrinelli, I Millenni dell’Einaudi, con le prime edizioni di Buzzati, Calvino, Gadda, Sciascia”; a chi sa che “Miller non se lo filano più, eccetto qualche studente”, che “Meneghello è rimasto per pochi”, che “Bianciardi è stato ormai tutto acquistato”, che per “Bufalino è ancora troppo presto”, per “Pizzuto troppo tardi”.
Piacerà a chi desidera Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Orlando, La ferita e l’arco di Wilson, i Parlamenti buffi di Celati, Roma capovolta di Stajano, La sinagoga degli iconoclasti di Wilcock.
Piacerà a chi Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Orlando, La ferita e l’arco di Wilson, i Parlamenti buffi di Celati, Roma capovolta di Stajano, La sinagoga degli iconoclasti di Wilkock li cerca per poterli vendere a chi li desidera.
Piacerà a chi fa il libraio senza starsene fisso dietro a un bancone ma girando e rigirando per strada, avventuriero “con la sua borsa in spalla, archeologo della modernità, biolibrologo, scopritore di relitti in fondo alla città, instancabile camminatore” con aria da flâneur.
Piacerà a chi la pensa come Paul Lacroix (“Il fatto è che si prova una felicità incomparabile nel cercare, nel trovare”) ma solo in accordo con ciò che scrive Anatole France (“Non riesco a guardare un vecchio libro sparigliato senza un colpo al cuore” e per questo “devo carezzarne il dorso, sfogliarlo con l’indice” e, letti pochi passi, “comincio subito a emozionarmi”).
Piacerà a chi odora i libri quando li compra, a chi si sente felicemente perduto davanti a uno scaffale di dorsi, a chi − in casa di un amico o un'amica − cerca immediatamente la libreria; a chi non si fa prestare i libri perché i libri deve possederli; a chi presta i libri ma poi ne piange l'assenza di notte; a chi non presta i libri perché i libri non vanno prestati; a chi è felice di svegliarsi la notte per leggere, a chi preferisce non reggersi in metrò pur di continuare la storia, a chi impiega il denaro per le scarpe o la camicia nuova per l’acquisto del presunto capolavoro che gli mancava.
Piacerà a chi compra quel volume con euforia, non ricordandosi di averne già acquistato una copia il mese prima, con la stessa euforia.
Piacerà a chi sa da dov’è tratta la citazione che segue: “C’erano libri a profusione; ma che libri! Tutte le opere di cui i giornali avevano parlato bene nell’ultimo mese, e che dalle redazioni o dai fondi di magazzino erano finiti immancabilmente negli scomparti di volumi a cinquanta centesimi”.
Piacerà a chi sente le parole di Pamuk come proprie: “Negli anni Settanta, con i soldi che mi dava mio padre, compravo nelle vecchie librerie di Istanbul, con grande avidità, come se volessi riempire i vuoti della mia vita, libri usati dalle pagine ingiallite e polverose”.
Piacerà a chi sa che è meglio avere che non avere quel determinato volume perché – fosse pure dopo venti o trent’anni in cui non lo abbiamo neanche sfiorato – viene un momento nel quale, d’improvviso, non si potrà fare a meno di leggerlo.
Piacerà a chi è un libraio, a chi ha un amico libraio, a chi avrebbe voluto fare il libraio ma sa che, oramai, le librerie…
Piacerà a chi sente che un libro – che proprio questo libro che ci manca tra i molti che già abbiamo – potrebbe farci del bene, aiutandoci a sopportare questa lunga e vischiosa “epoca incerta” in cui siamo stati costretti ad esistere: "Gentile Libraio, questo che segue è un elenco di libri che mi servono per attraversare quest'epoca incerta"... 

 

 

Valentino Ronchi
Vecchi libri per quest'epoca incerta
Forlì, Foschi, 2013
pp. 115

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