“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Giovedì, 07 Novembre 2013 01:00

"L’artista" di Gabriele Romagnoli

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Incipit.
“Avevo sedici anni e stavano per fucilarmi, ma la cosa peggiore era che sarei morto senza neanche avere addosso un paio di mutande vere. Sotto i pantaloni portavo la stoffa di un ombrello rotto, cucita alla meno peggio: non c’era neppure un elastico. Non avevo paura, avevo vergogna”.
Cominciava così la storia più bella che mio padre avesse da raccontare. (p. 9)

Un figlio racconta la storia di un padre, Remo Gualandi, e la presenta subito come la più bella.

L’eccezionalità, dunque, emerge dall’incipit, ed è l’eccezionalità a fungere da collante per gli eventi, è su di essa che si regge il romanzo. L’eccezionalità ha pure un nome: è l’Artista, un personaggio straordinario, anche in senso etimologico, in quanto tutto ciò che accade intorno a costui è “fuori dall’ordine”. La vita di Remo Gualandi è condizionata da costui. Costui, l’Artista, è una persona benestante, dedito alla scultura, e che, a detta del popolo, è protagonista di prodigi; un mago insomma.

"Il secondo motivo per cui la gente rispettava l’Artista era che pensava ancora vedesse cose. Non Qualcosa, ma cose: scorci di quel che sarebbe accaduto, ma anche di quel che già era capitato nelle vite delle persone che incontrava. Uno sguardo, dicevano, e sa tutto di te, non puoi ingannarlo: è un veggente". (p. 42)

Tutto avviene a Bologna. Il romanzo abbraccia un arco temporale che va dal 1944, anno della Seconda Guerra Mondiale, al 1977, anno di sanguinose contestazioni giovanili, passando per il 1964, anno dell’ultimo scudetto vinto dalla squadra della città. Poi si va oltre, ma sono questi i tre snodi principali dell’azione. Il ritmo della narrazione è serrato, la lingua asciutta. Una narrazione cinematografica, e non a caso l’autore, Gabriele Romagnoli, è anche un noto sceneggiatore televisivo (da ricordare: Uno bianca e Distretto di polizia).
È Remo Gualandi a prepararsi alla fucilazione da parte dei nazisti nel 1944, finché l’Artista interviene, e in una maniera tutta sua, che ricorda un evento di cui fu protagonista il veggente Gustavo Adolfo Rol (e l’autore, in nota, lo dice), salva il ragazzo. Da allora i loro destini si intrecciano, e in questo intreccio restano invischiate le vite dei familiari di Remo, figlio narratore incluso, e sull’intreccio graverà, fino alla fine, il fascino del mistero.
Il figlio, mentre racconta, insegue i destini dei due grandi protagonisti, il padre e l’Artista, ma anche quelli dei personaggi di contorno: lo zio criminale, la madre morta prematuramente, la compagna di vita dell’Artista che poteva essere la compagna del padre, i nonni, le zie, il colonnello che è stato sul punto di far fucilare il padre, ed altri. Al centro di questa epopea familiare c’è il complesso rapporto genitori figli: la difficoltà, da parte del padre, di perdonare il nonno reo di aver fatto scelte sbagliate; la difficoltà a capire lui, il figlio. Lo scioglimento dell’intreccio costituisce anche una tardiva risoluzione di un rapporto complesso, al solito fondato sul non detto, quel non detto che il figlio, progressivamente, giunge a conoscere e a raccontare, facendo della narrazione una testimonianza ma soprattutto una riappacificazione, un superamento di complessi di colpa, un desiderio di farla finita con un passato bello quanto scomodo. Si chiude il libro come si terminerebbe una vita, con sentimento di resa, e con la consapevolezza amara che di più non si può.


 

 

Gabriele Romagnoli
L’Artista
(2004)
66th and 2nd, Roma, 2013
pp. 259

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