“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 04 Novembre 2013 01:00

D’Annunzio e la lingua. Un gioco aristocratico

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Se addentate un tramezzino e poi vi concedete (magro lusso, lo riconosco) un Oro Saiwa; se andate con la automobile (attenzione, sostantivo di genere femminile) a fare compere alla Rinascente; se tutto va in fumo e siete costretti a chiamare i vigili del fuoco; se la ragazza di cui amate tutto – specie il nome – si chiama Ornella, non sarà fuori luogo, tanto più perché quest’anno ricorre il centocinquantenario della nascita, rivolgere un pensiero al coniatore di queste parole, espressioni, nomi propri: Gabriele d’Annunzio.

Ultimamente il Vate – questo il suo titolo più ricorrente, benché sappia di vecchio – non gode della massima simpatia presso il grande pubblico. Il più delle volte sui banchi di scuola si tende a liquidarlo in fretta, etichettandolo stancamente e, spesso, ponendo l’accento più sulla sua presunta adesione al fascismo che sulla sua statura letteraria. Quando non lo si demolisce sul piano politico, ci pensa una fiorita aneddotica boccaccesca a metterlo in cattiva luce presso pedagoghi e precettori. Perché passare tanto tempo su uno che di Nietzsche ha capito solo quanto bastava a nobilitare il suo machismo; uno che badava leziosamente alla forma e poco al contenuto; uno che, perdinci, forse si è fatto asportare una costola per alleviare solitari pomeriggi azzurri, troppo azzurri? I motivi sarebbero tanti, ma intendo soffermarmi – considerata la solita e seccante questione della vastità dell’argomento e della brevità della vita umana – sul problema linguistico, tema centrale in tutti i poeti, ma che in d’Annunzio riveste un’importanza particolare.
Innanzitutto, a parte gli esempi riportati all’inizio, più pochi altri di uso meno comune ma non meno suggestivi (ad esempio arzente come traduzione di cognac, in quanto è ciò che rende arzilli, e velivolo, aeroplano), d’Annunzio, a rigor di termini, più che un coniatore di parole ex novo è stato un rivisitatore della lingua italiana. Al pari di Dante, Gadda e Tommaso Landolfi, d’Annunzio è un glossopoieta, un fabbricatore di linguaggio. Un filologo, nel senso più precisamente etimologico del termine, un amico della lingua, come acutamente nota lo studioso Bruno Migliorini. Anche se ‘amico’ poco rende l’eroticità della solerte e affannosa ricerca linguistica dannunziana. Proprio Migliorini ricorda di come d’Annunzio menasse vanto delle quarantamila parole di cui si sarebbe servito, a fronte delle ‘sole’ diciassettemila usate dal Sommo Poeta.
Parlando di rivisitazione linguistica intendevo dire che grande merito di d’Annunzio è stato quello di rivitalizzare la lingua italiana, tra le altre cose, con sostanziose iniezioni di latinismi e di grecismi. Rinverginare col vecchio non è una contraddizione. Questa cura, che potrebbe apparire la facile soluzione di qualsiasi laudator temporis acti, rispondeva, si badi, non ad un pedante gusto per l’erudizione sterile, ma ad un fine aristocraticamente estetizzante. D’Annunzio guardava con eburneo disprezzo alla funzione comunicativa della lingua, che pure è la fondante ragion d'essere del linguaggio. L’uso sconsiderato di esso da parte di uomini ignobili è destinato a desemantizzarlo, nel migliore dei casi, o, al peggio, a svilirlo. Addirittura nel 1921 suggerì di mutare il nome di Firenze nell’antica Fiorenza! Le parole, dunque, lungi dall’essere merce di scambio logico, avevano bensì, nella visione dannunziana, come statue, una funzione meramente (e plasticamente) espressiva. Quando poi il poeta si concede l’uso di dialettismi, essi o posseggono intenti polemici o mirano alla massima precisione nella presentazione delle qualità di un oggetto: è noto che solo il dialetto è educato a rendere le molteplici e talvolta impercettibili sfumature del reale, a riconsegnare ogni mezza tinta. D’Annunzio è preclaro per la sua tavolozza linguistica (a lui si devono gli arditissimi verdazzurro, negricante, cinerizio); per l’uso ‘superomistico’ dei superlativi assoluti ('una fra le più bellissime mie prose'); per la ricerca lussuosa e lussuriosa del termine sdrucciolo, che riporta in una atmosfera tutta sospesa, latina.
Discorso a parte meriterebbe, invece, l’apporto di d’Annunzio – questo sì davvero tesaurizzato dal fascismo − all’oratoria politica, alla coniazione di motti e slogan. In questo egli fu un precursore dei moderni, se il raggiungimento ideale della modernità può essere ascrivibile all’elenco dei meriti.
Superando certa fatica iniziale dovuta al pressoché totale e comprensibile mutamento stilistico-estetico (ne sono stati mandati di SMS, nel frattempo!), un lettore moderno può tuttavia avvicinarsi ad una pagina dannunziana con la curiosità di chi vede dischiudersi davanti a sé uno scrigno inatteso di potenzialità prima inespresse, ora frementi. Le lingue si evolvono, certo, è il loro mestiere, acquisiscono termini stranieri, perdono i meno ‘forti’ cammin facendo, in una darwiniana selezione naturale, ma d’Annunzio non sarebbe contento dello stato attuale della nostra lingua. Era, ribadiamolo, troppo aristocratico per credere che la lingua potesse mutare grazie a scambi, a commerci e a interrelazioni: la lingua muta ottimamente solo se a forgiarla con maschio amore è un individuo eccezionale, dalla vita inimitabile, dotato di altissimo sentire.
La lingua non deve obbedire a dinamiche impersonali, sovraumane, imperscrutabili, storiche, sociali, ma alla formidabile capacità logopoietica di un privilegiato che, unico fra i barbari intesi alla moneta, non ha perso l’‘aura’ (nel senso benjaminiano). Anche questa visione individualistica e poco realistica dei destini della lingua non concorre a rendere il poeta sovrapponibile al canone estetico dei contemporanei, che se hanno forse perso il senso dell’arte hanno certo conquistato una più concreta analisi della realtà.
Ad ogni modo, in grazia della riconoscenza che dobbiamo a d’Annunzio almeno per le espressioni di uso assai comune citate all’inizio, possiamo cercare di raccogliere una lezione, superando naturali antipatie ed irriflessi rigetti. La lezione che mi sentirei di segnalare è che nutrire oltremisura la lingua con prodotti di ‘importazione’, smettere di manipolarla, di levigarla e, perché no, di giocarci, con duttile fantasia e profondità culturale, sarebbe un peccato inescusabile. D’altronde la nosta lingua è la più bella di tutte, tra le più capricciose, e come ogni donna bella e capricciosa non va trascurata. Rischia di sfuggirci dalle mani.


 

 

 

Bruno Migliorini
Gabriele d’Annunzio e la lingua italiana

in Saggi sulla lingua del Novecento
G. C. Sansoni, Firenze, 1941
pp. 260

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