“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 21 Dicembre 2012 22:28

World Press Photo o la profondità storica dell'attimo

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Ci sono spesso delle cose che possono essere sentite da alcuni spiriti particolari come un’esigenza improrogabile e queste cose hanno la forza e la capacità di imprimersi nella carne dello spirito con tutta la potenza – e spesso la violenza nella sua forma più immediata – delle proprie immagini. La possibilità che dà l’immagine fotografica, soprattutto quando accompagnata da un progetto e strutturata attraverso precisi intendimenti “narrativi”, quando la potenza creatrice è subordinata all’esigenza della narrazione, è pressoché senza limiti, in quanto capace di cogliere, con la capacità descrittiva che soltanto l’attimo possiede, la possibilità malinconica di una quotidianità o la potenza mediatica e ideologica di un evento mondiale. Questo è uno dei motivi per cui amiamo (anche se questa parola non è sicuramente quella più adatta a descrivere la complessità e la contraddittorietà delle sensazioni) immergerci ogni anno nell’esperienza di quella che è sicuramente la più importante rassegna fotografica itinerante al mondo. In poche parole, da tre anni a questa parte, il World Press Photo è sicuramente per noi un appuntamento, anzi forse è l’appuntamento per eccellenza, e non soltanto per noi, ma in primo luogo per coloro che amano o magari praticano la fotografia e in secondo luogo per coloro che amano la narrazione storica che soltanto questo strumento è capace di dare.

Ed è così che sprofondiamo in queste immagini ed è così che ad esempio possiamo sfiorare con la vista il senso profondo di ciò che è stata la cosiddetta “primavera araba”, quella “primavera” che tanti sogni ha suscitato nelle popolazioni ferocemente subordinate al capitale finanziario in Occidente, in quelle popolazioni che le rivoluzioni oramai le fanno per procura e che vivono le emozioni degli altri, abbandonandosi al grigiore burocratico della propria esistenza, e così non può non colpire il candore, che soltanto le più alte immagini della pietà possono comunicare, della foto vincitrice del concorso, firmata da Samuel Aranda, e che racconta, con la potenza vivida di un quadro, l’abbraccio tra Fatima al-Qaws, ricoperta da un nerissimo velo integrale, e il figlio Zayed, bianco candido e come violentato, reduce da una manifestazione di piazza a Sanaa contro il regime di Saleh, oppure colpiscono le immagini di Jan Dago che ha raccontato i disordini di piazza Tahrir al Cairo e dove è possibile vedere il corpo insanguinato di un dimostrante ucciso da un cecchino o addirittura la “carica” di un sostenitore di Mubarak su cammello oppure le folle che ascoltano inferocite un discorso di Mubarak (foto di Alex Majoli) e queste immagini non possono fare altro che colpirci e costringerci a riflettere, dal momento che in Egitto, come se nulla fosse accaduto, si è insediato nuovamente un regime dittatoriale, stavolta con a capo i Fratelli Musulmani, mentre piazza Tahrir, pur non essendo più di moda nei media occidentali, resta comunque protagonista di manifestazioni di protesta da parte di coloro che la rivoluzione l’hanno fatta e non vogliono che fallisca. E poi scorrono dinanzi ai nostri occhi gli eventi più importanti dell’anno trascorso, dal corpo martoriato del dittatore Gheddafi (foto di Rémi Ochlik), consegnato alla barbarie e alla ferocia della massa da un Occidente stufo di fare affari con un personaggio così “originale” e che necessitava di figure più morbide da gestire, oppure il ritratto doloroso di una donna palestinese ferita alle gambe durante l’ultimo barbaro attacco di Israele nel 2008, durante l’operazione denominata “Piombo fuso” (foto di Simona Ghizzoni), infine la vera e propria apocalisse dello tsunami in Giappone, dove l’orrore e l’incubo sono raccontati da convogli di treni atterrati su cimiteri o dall’isterica gioia di una donna che ha ritrovato tra le macerie il diploma di laurea della figlia (foto di Yasuyoshi Chiba), o dalla disperazione sconvolgente di una donna (foto di Toshiyuki Tsunenari), dalla carcassa di una mucca nei pressi di Fukushima o dal profilo di una donna che mangia nella sua casa di “cartone” (foto di David Guttenfelder).

Ma il World Press Photo non racconta soltanto la grande storia, la storia che fa la storia, ma anche la piccola storia, la storia che non fa la storia ma che vive e respira negli sguardi di ogni persona che incrociamo, e così il viaggio continua in ogni angolo del globo e si possono incontrare le belle immagini di riti di purificazione a metà strada tra cristianesimo e vudù nell’isola di Haiti (foto di Emilio Carizza), il reportage sui matrimoni combinati in Etiopia, India, Yemen nei quali gli occhi delle bambine “promesse spose” hanno la medesima espressione (foto di Stephanie Sinclair), la prostituta tossicodipendente ucraina che presenta in bella posa il proprio corpo martoriato all’indiscreto obiettivo della macchina fotografica di Brent Stirton, l’uomo anziano che con amorevoli cure cerca di rendere più sopportabile alla moglie, compagna di sessantacinque anni di matrimonio, la malattia che cancella il ricordo, l’Alzheimer (foto di Alejandro Kirchuk), la vita di Jason che ha perso la moglie per malattie connesse all’AIDS, i cui figli sono in mano ai servizi sociali tranne una (foto di Darcy Padilla), la testa e le braccia ben sistemate sul ciglio di una strada di Acapulco di un narcotrafficante fatto a pezzi in Messico durante una delle solite guerre per il controllo del “mercato” (foto di Pedro Pardo), la leader del gruppo ucraino Femen in topless (foto di Guillaume Herbaut), lo street-fighting in Russia come sport di strada (foto di Alexander Taran), campi di addestramento per giovani bianchi in Sudafrica in vista di quella che per loro sarà una guerra civile risolutiva contro la popolazione nera (foto di Ilvy Njiokiktjien).

E qui ci fermiamo perché le parole hanno ben poco senso quando si ha a disposizione la possibilità della visione ed è per questo che, come spesso ci capita dopo esposizioni del genere, ce ne torniamo a casa un po’ sovrappensiero, con quella piccola consapevolezza che l’immagine nella sua neutralità riesce a restituire il significato di una storia ma che soltanto la maturità di un punto di vista maturo e informato può riempire il senso di quella foto donandole la propria profondità storica.

Segnaliamo che quest’anno, rispetto alle due edizioni precedenti, la location è cambiata, non più il PAN – Palazzo delle Arti di Napoli ma una sala del Complesso Monumentale di Santa Chiara che porta il World Press Photo nel cuore pulsante della città “vecchia”. Per tutte le informazioni riguardo al ricchissimo programma di workshop e incontri, si consiglia di consultare il sito www.worldpressphoto.it.

 

World Press Photo

Complesso Monumentale di Santa Chiara

Napoli, dal 22 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013  

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