“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Venerdì, 18 Ottobre 2013 02:00

Il tempo degli assassini

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Oggi il tempo è plumbeo ma senza fuoco e piombo. Sembra che la vita faccia male a molti. Le tragedie ci colgono preparati, i nostri occhi e le nostre orecchie sono pronti a tutto, purché vi sia un filtro − uno schermo, una radio, un giornale −: noi non sentiamo sulla pelle questo tempo, il tempo degli assassini.

Scriveva Salvatore Toma poeta, morto suicida il 17 marzo 1987, a 35 anni:

[…]
Mi annienta questa civiltà
simile alle periferie
piena di barattoli di plastiche
di scarpe vecchie
di bambole spezzate di fumo
di puzze
di cadaveri di cani bruciacchiati.
(p. 98)

Come Toma sono pochi. Il tempo plumbeo scortica dall’interno i più, che si abbandonano ai flussi, alle direzioni dominanti, al dover fare, al dover fare per, al dover fare per rispondere al ‘principio di realtà’, senza nemmeno capire. È che la realtà esige prontezza di riflessi, il nostro corpo deve schizzare al perpetuarsi della prova del martelletto, schizzare senza il rilassamento dovuto, fino a quando non è dato saperlo. Vivere richiede automatismi, sopravvivenza attiva, necessita di non abbandonarsi. È sempre stato così, forse. Ma in tempi di iperinformazione invasiva lo è di più. Ricevere dati, rilasciare dati. L’uomo di cui parliamo è soggetto a stimoli continui, deve farsi contenente a prescindere, e non si sa quanto possa reggere sotto la pioggia: l’uomo, oggi, è quotidianamente zuppo di dati.
I poeti non ci sono, o ce ne sono pochi. Questione complessa, dibattuta, non tanto però.
Henry Miller da Big Sur California, nel 1955, per la prefazione a Il tempo degli assassini, scrisse:

[…] i nostri poeti più recenti vivono nel profondo di una selva buia. Alla fascinazione del millennio, che tenne in suo potere visionari quali Gioacchino da Fiore, Hieronymus Bosch, Pico della Mirandola, e che oggi più che mai incombe inafferrabile, si è sostituita la servitù a un totale annichilimento. Nel gorgo delle tenebre e del caos incombenti − vera anarchia primordiale − i poeti odierni stanno ritraendosi, imbalsamandosi in un linguaggio ermetico, che via via diventa più inintelligibile. E mentre a uno a uno essi vanno oscurandosi, i paesi dove sono nati si precipitano decisamente verso la rovina.
L’opera di assassinio, giacché di questo si tratta, sarà presto compiuta.
(pp. 9-10)

Lasciamo decantare per un po’ l’ultima frase:
L’opera di assassinio, giacché di questo si tratta, sarà presto compiuta.

Il nuovo millennio ci coglie stanchi e annichiliti. Che ci si trovi o meno sull’orlo dell’abisso, che l’apocalisse sia vicina, o in atto, che la peste si diffonda o meno, tutto questo ci coglie stanchi e annichiliti.
In Italia ci si lamenta. Nessuno fa nulla. Dov’è la reazione? Niente.
Il sistema capitalistico forse muore, forse no, forse muta.
L’impero americano cerca di persuadersi che le vestigia di un passato da glouriuous basterds siano ancora ben nette, cerca di illudersi, di illudere, ma l’impero è fiacco.
Poi c’è la Cina, poi c’è la Russia, poi c’è il Medio Oriente, poi c’è l’Africa, poi c’è il Sud America.
Poi.
Il mondo gira uguale da sempre e noi non si sa.
Torna Miller, morto e non morto, dal suo 1955, e ci dice molto:

Allorché la voce del poeta viene soffocata, la storia perde il proprio senso e la promessa escatologica irrompe nella coscienza dell’uomo come una nuova e tremenda aurora. Solo adesso, sull’orlo del precipizio, è possibile renderci conto che “tutto quanto ci è stato insegnato è falso”.
(p. 10)

C’è da chiedersi se non abbiano già detto tutto, i poeti, su questo lungo e insostenibile declino, che ci scivola sopra mentre i dati ci inzuppano.
C’è da chiedersi come al solito della perdita di senso.
Oppure c’è da vivere. Non subito, però, che rilasciare tutto quanto dentro sommessamente sommuove, d’un tratto, tutti insieme, sarebbe devastante.
Cerchiamo di non ingannarci ancora: i nostri profeti, ahinoi, sono gli assassini. Difficile ad ammetterlo, ma è così: la verità giunge dall’abisso.
Non mi seguite, meglio.

Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina, freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo, la cognata era sulla sua lista ma gli apparí dietro una grata con la bambina ultima sulle braccia e allora lui non le sparò ma si scaraventò giù alla canonica di Gorzegno. Il parroco stava appunto tornando da visitare un moribondo di là di Bormida e Gallesio lo fulminò per strada, con una palla nella tempia. Fu il più grande fatto prima della guerra d’Abissinia.
(p. 3)

Inizia così Beppe Fenoglio uno dei più bei racconti del Novecento italiano, Un giorno di fuoco, il primo della omonima raccolta di racconti che uscì per la Garzanti nel 1963, a pochi mesi dalla sua morte.
È la storia di una violenza assurda, quella di un uomo di oltre sessant’anni che mette mano a un fucile e prima fa una strage in famiglia, dopodiché ingaggia un corpo a corpo con i carabinieri. Il paese, evidentemente poco aduso a fatti di tale portata, segue le vicende con eccitazione. Pietro Gallesio, uomo normale folle per un giorno, ha tuttavia dei motivi per esplodere: è in procinto di perdere tutto, “campo e prato”, a favore di parenti avidi e di un prete teso al personale interesse. Dunque Pietro Gallesio alla fine di giugno disinnesca la bomba che conteneva dentro di sé ed i risultati sono catastrofici.
Io ricordo che nel 2007 accade qualcosa di simile.
A Guidonia, un uomo, dal terrazzo adibito a bunker, sparò all’impazzata sulla folla uccidendo due persone e ferendone una decina.
Il cecchino venne catturato dopo due ore di terrore.
“Non potete capire perché l’ho fatto” disse.
Egli si sentiva accerchiato da nemici, viveva solo, soffriva probabilmente di crisi paranoico-depressive.
Aveva premeditato una mattanza da un mese, predisponendo un personale bunker circondato da filo spinato, sacchi di sabbia alternati a barili di benzina e postazioni per sparare.
Quell’uomo scese in guerra contro tutti, uccise e perse.
Fu condannato a dieci anni di ospedale psichiatrico.
Il cecchino di Guidonia, come Pietro Gallesio, disinnescò la bomba che conteneva dentro di sé.
Il cecchino di Guidonia è esattamente come doveva essere Paolo Hilbert, protagonista del racconto Erostrato di Jean-Paul Sartre.
Hilbert era anche lui un assassino, sparò sulla folla, uccise.
Egli in una lettera scrisse cose che sono la profezia del tempo degli assassini:

Sarete curioso di sapere, suppongo, quel che può essere un uomo che non ama gli uomini. Ebbene, io ne sono un esempio, e li amo così poco che sto per ucciderne una mezza dozzina: forse vi domanderete: perché soltanto una mezza dozzina? Perché la mia pistola ha solo sei cartucce. Ecco una mostruosità, non è vero? E inoltre un atto assolutamente impolitico. Ma vi dico che non posso amarli. Capisco benissimo quello che provate. Ma ciò che in essi vi attira, mi disgusta.
(p. 76)

Come Hilbert hanno fatto in tanti. Assassini nei college. Assassini nel paradiso scandinavo. C’è quasi da credere che siano celati ovunque, − come i membri della setta da cui deriva il lemma “assassino” −, pronti a trarre un agguato al mondo, e a mostrare la malattia mortale della nostra civiltà: il tramonto dell’empatia.
Uomini odiano altri uomini, uomini fanno guerra ad altri uomini.
L’Altro è il nemico, esattamente come lo considerò il cecchino di Guidonia.
Gli assassini ce lo dicono di continuo: “l’Altro è il nemico”.
E i poeti intanto tacciono. O non li cerchiamo. Non li conosciamo. Ma già hanno detto.
Antonio Delfini, nella silloge Poesie della fine del mondo, senza troppo indugiare, trasse la verità dall’abisso, e ce la porse, generoso:

Noi viviamo
di una paura
totale
assoluta
invereconda
senza remissione.
(p. 88)



 

 

 

Henry Miller
Il tempo degli assassini. La poesia di Rimbaud rivisitata dal grande scrittore americano
(1956)
a cura di Giacomo Debenedetti
Oscar Mondadori, Cles (TN), 1976
pp. 125

Salvatore Toma
Canzoniere della morte
a cura di Maria Corti
Einaudi, Torino, 1999
pp. 109

Beppe Fenoglio
Un giorno di fuoco. Racconti del parentado
(1963)
a cura di Dante Isella
Einaudi, Torino, 2000
pp. 117

Jean-Paul Sartre
Il muro
(1939)
traduzione di Elena Giolitti
Einaudi, Torino, 1995
pp. 213

Antonio Delfini
Poesie della fine del mondo
Feltrinelli, Milano, 1961
pp. 104

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