“Perché non viviamo la vita come avremmo potuto?”

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 13 Ottobre 2013 02:00

Diario di scuola. Ovvero la lezione del somaro

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Negli ultimi sette anni ho letto moltissimi libri che affrontavano l’argomento educazione e didattica; le ragioni di questo mio interesse sono sotto i miei occhi in questo preciso momento e sono anche piuttosto rumorose, spero non mi facciano perdere il filo del discorso.
Queste letture mi hanno spesso lasciata tra l’indifferente − roba che mentre leggevo, gli occhi si ricoprivano di una catarattica patina nittante − e l’irritato − roba che mi prendevano autentiche insane pulsioni vendicative − per fortuna poi la distanza tra me e l’autore/trice di turno mi ha fatto desistere. Mi era capitato molti anni fa con il tanto decantato, imperdibile, imprescindibile vangelo per neogenitori, Fate la nanna, un libro che dovrebbe insegnare come far addormentare, in-pochi-semplici-passi, il proprio pargoletto nel suo lettino; il risultato ottenuto è stato un qualcosa di riassumibile in pochi calzanti aggettivi: fallimentare, disastroso, faustiano, bisognoso di esorcismo etc...

Poi è arrivato il periodo della scuola e dei compiti a casa e vi dico solo che la mia frustrazione per l’incolmabile divario tra realtà e letteratura era irrisolvibile, e i pochi-semplici-passi snocciolati in tutti i manuali con la sicumera delle ricette di cucina per me diventavano sempre di più un qualcosa da scalare in verticale con l’ausilio di corde e piccone.
Quando ho intrapreso la lettura di Diario di scuola di Daniel Pennac, ero un po’ peggio che prevenuta e, trattandosi sostanzialmente di un’autobiografia del noto scrittore ed eccellente professore di francese, mi aspettavo l’ennesima lettura in cui si parla di bambini modello che poi diventano studenti modello e quindi giungono, in-pochi-semplici-passi, al traguardo di adulti modello. Insomma, avevo già fatto la scorta del mio buon Maalox per affrontare questa ennesima, masochistica, esperienza letteraria.
Poi inizio a leggere e l’autore mi comunica che la mamma di un certo Daniel Pennacchioni non si è mai ripresa dal fatto che il figlio andava malissimo a scuola. E chi diavolo è questo Pennacchioni? Forse un lucignolesco omonimo compagno di classe del grande scrittore? 'Googlo' e mi accorgo che sta parlando proprio di se stesso, Pennacchioni in arte Pennac. È stato, quindi, un pessimo studente? Terribile! Divino! Uno che andava ‘malissimo’ a scuola se l’è cavata! Insomma, che siano molte le persone che, nonostante i fallimentari trascorsi scolastici, ce l’hanno poi fatta, lo sapevamo, ma la cosa rivoluzionaria è l’averlo scritto, o meglio confessato in pubblica piazza. Ripongo la confezione di Maalox nel cassetto e riprendo la lettura con euforico compiacimento.
“Il mio avvenire le parve da subito talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio presente” (e questo è quello che prova la madre di Pennac adesso, in un presente in cui il figlio ha ampiamente dimostrato di avercela fatta) “non le parevo equipaggiato per durare. Ero il suo figlio precario”; di fatto, per tutta la durata della vita del figlio, quest’ansia materna resistette a ogni dimostrazione di successo: né la stabilità professionale, né i riconoscimenti dei suoi lavori letterari, erano in grado di rassicurarla e di farle superare il dolore di un figlio con un passato di pessimo studente 'somaro'.
Insomma credo che questo libro rappresenti una testimonianza preziosissima: non ci sono esperti della materia che si siedono in cattedra con indice rivolto al cielo, armati di bacchetta che non esitano ad utilizzare sferrando al lettore oblique stoccate, qui ci viene offerto allo stesso tempo il punto di vista del somaro impenitente e del professore che ha saputo far tesoro del suo passato.
Questo non è uno dei tanti libri sulla scuola che cambia in una società che cambia, ma un libro su ciò che non cambia mai, su di una costante di cui non si sente mai parlare: “la sofferenza condivisa del somaro, dei genitori e degli insegnanti”, l’interazione dei patemi scolastici.
Pennac dice di avere avuto un'infanzia in cui era perseguitato dalla scuola, quando non era l'ultimo della classe era il penultimo. Refrattario dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate e compiti non fatti), portava a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport né da alcuna attività parascolastica. La sua inattitudine alla comprensione aveva origini così lontane da risalire ai tempi dell’apprendimento dell'alfabeto. Gli c'era voluto un intero anno per apprendere la lettera a: “il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b".
Pennac lascia al lettore tutto il tempo per cominciare a fantasticare sulle cause di tanta somaraggine, lascia che cominci a crearsi nella sua immaginazione un cliché familiare tristissimo alla Oliver Twist, con genitori disattenti, anaffettivi e magari pure violenti, per poi dirci che non c’è nessun cliché, lui è un figlio della borghesia, cresciuto in una famiglia affettuosa, senza conflitti, circondato da adulti responsabili, padre laureato, madre casalinga, nessun divorzio, nessun alcolizzato, nessuna tara ereditaria, tre fratelli bravissimi a scuola, ritmi regolari, alimentazione sana, conversazioni a tavola allegre e colte, biblioteca di famiglia etc. Il mistero si infittisce.
Chi può salvare questo ragazzo? Pennac ci dice che chiunque può farlo, non sono necessarie persone formate per questo, nel suo caso sono stati degli insegnati che non si sono preoccupati della sua infermità scolastica e che non hanno perso tempo a cercare cause, dare colpe e fare prediche. Si sono comportati come adulti che si trovano al cospetto di un adolescente in pericolo ed hanno deciso di agire tempestivamente: “si sono buttati. Non ce l’hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora… Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri come me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita”. Forse ha anche avuto una buona dose di fortuna nel trovare persone dalla sensibilità così lucida da riuscire ad intervenire nel momento giusto con un provvidenziale: “Ah! Daniel, mi ero dimenticato di dirtelo: il suicidio è un’imprudenza”.
Come capita spesso, chi riceve il dono di essere miracolosamente salvato da una catastrofe o da una malattia incurabile, poi decide di spendere il resto della propria vita per restituire, almeno in parte, quello che ha ricevuto; così Pennac, uomo adulto e ormai salvo, ha deciso di intraprendere la missione del professore e di dedicarsi al ripescaggio dei somari e delle cause perse.
Di come in effetti sia riuscito a pagare il suo debito ripescando la gran parte dei suoi studenti ‘somari’, ce lo raccontano i due Pennac in un bellissimo corpo a corpo finale in cui il somaro scarta e demolisce tutte le soluzioni più ovvie: non sono i fin troppo sovrabbondanti metodi di insegnamento la soluzione, tantomeno l’empatia, “non c'è niente che ci faccia colare a picco come la vostra empatia! Nessuno vi chiede di mettervi nei nostri panni, vi chiediamo di salvare i ragazzini che non sono in grado di chiedervelo, ce la fai a capirlo questo? Vi chiediamo di aggiungere a tutte le vostre conoscenze l’intuizione dell’ignoranza e di andare a ripescare i somari, è questo il vostro lavoro!”. Il professore cerca in qualche modo di replicare con imbarazzo che è un crescendo, alla fine sopraffatto e disarmato implora di indicargli la soluzione, il somaro si ritrae e arrossisce “non posso dirlo”, “perché?”, “è una parolaccia”. “peggio di empatia?”, “neanche a paragone. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola, in un liceo, in un’università, o in tutto ciò che le assomiglia”, “e cioè?”, “no, davvero non posso...”, “su dai!”, “non posso, ti dico! Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione ti linciano”, “...”, “...”, “...”. “L’amore”.
Eccola, era qui sotto gli occhi la soluzione ed è pure democraticamente alla portata di tutti. Troppo semplice? Una banalità? Non so, può essere, ma è nelle cose più banali che quasi sempre si trova la verità.
Ora, se tra i compiti di una buona narrativa c'è quello di tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo, ho la netta sensazione che alla fine di questo libro saranno in molti (studenti scoraggiati; genitori che hanno preso seriamente in considerazione le opzioni collegio/istituto di correzione; insegnati che durante le ore di lezione continuano a ripetere in ordine alfabetico l'elenco delle professioni che sarebbe stato molto meglio intraprendere), dicevo saranno in molti ad avvertire la benevola pacca sulla spalla del buon professor Pennac, un conforto che forse non risolve ma di sicuro farà sentire meno soli.

 

 

 

Daniel Pennac
Diario di scuola
(2007)
traduzione di Yasmina Mélaouah
Feltrinelli, Milano, 2008
pp. 241

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