"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 09 Ottobre 2013 02:00

I detti islamici di Gesù

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Siamo abituati, attraverso la storia e attraverso la cronaca, a considerare il rapporto tra Islam e Cristianesimo come un rapporto difficile, di contrapposizione, e anzi addirittura di guerra. Secoli di conquiste, lotte di potere e di egemonia aventi come mira l’espansione sul bacino del Mediterraneo, incursioni violente, guerre sante, jihad, fino ad arrivare in tempi recentissimi a concetti come terrorismo ed estremismo islamico, fanno parte dell’immaginario collettivo di ciascuno di noi. Tutto ciò fa dimenticare che in realtà tra questi due mondi, apparentemente tanto distanti, ci siano meno differenze e barriere di quello che siamo portati a pensare; chiunque abbia una conoscenza un po’ più profonda della storia medievale sa ad esempio quanto queste due culture si siano spesso fuse, dando origine a sintesi meravigliose e feconde, come in Spagna e in Sicilia.

Ma anche religiosamente ci sono elementi che accorciano le distanze in modo sorprendente. Uno di questi è l’esistenza di una raccolta islamica di detti di Cristo, quasi un vero e proprio “vangelo islamico”, che delinea la figura di Gesù da un punto di vista inedito, e indica come presso l’Islam essa godesse di una dignità e di un rispetto per nulla di secondo piano.
L’Islam è l’unica religione, oltre il Cristianesimo, che riconosca la figura di Cristo, sia dal punto di vista storico, sia da quello religioso. Questo non è strano, qualora si pensi che l’Islam nasce come religione “del libro”, come l’Ebraismo e il Cristianesimo − facendo riferimento a un unico padre comune, Abramo − e che Maometto aveva ben presenti entrambe queste religioni nel momento in cui cominciò a delineare la nuova fede. Che all’inizio, infatti, non si poneva assolutamente in contraddizione alle due sorelle maggiori, ma che anzi voleva in qualche modo continuare e perfezionare. Non è strano nemmeno che ci siano altre tradizioni scritte sulla figura di Cristo, non inserite nella documentazione ufficiale; del resto, anche nel bagaglio cristiano, esistono una miriade di fonti, di varia natura e origine, riunite sotto il nome di Vangeli apocrifi, che seppur private di un valore riconosciuto dal punto di vista dottrinale, lo mantengono senza dubbio almeno sotto l’aspetto storico, documentario, antropologico.
I detti islamici di Gesù, edito dalla Fondazione Lorenzo Valla per Mondadori, a cura di Sabino Chialà, è un libro assai affascinante e prezioso, che per la prima volta propone in italiano una raccolta completa di tutti i riferimenti a Cristo presenti nella cultura musulmana. “Un Vangelo che è espressione di una riflessione su Gesù all’interno dell’Islam, e di conseguenza è anche un discorso di Gesù all’Islam”, per usare le stesse efficaci parole di Ignazio De Francesco, che del volume ha curato la splendida introduzione. Un Gesù che per i musulmani non è figlio di Dio, ma è tuttavia nato miracolosamente senza intervento umano da una Vergine, Maria − considerata sempre con grande rispetto dalla tradizione islamica, la prima delle quattro donne giunte alla perfezione – tanto da elevarlo al di sopra di tutti gli altri profeti, e per certi versi quasi in competizione con lo stesso Maometto.
Le vie attraverso le quali questi “detti” sono passati all’Islam sono probabilmente tre: la stessa conoscenza più o meno diretta del Cristianesimo da parte di Maometto – che ebbe anche una concubina cristiana, Maria la copta –; i contatti molto stretti tra cristiani e musulmani in tutta l’area del Vicino e Medio Oriente, per un periodo molto lungo, in cui non erano ben chiari i confini né geografici né religiosi tra le due parti; i contatti altrettanto stretti tra mistica islamica e mistica cristiana, e cioè tra comunità rispettivamente di sufi e monaci, che condividevano analoghe impostazioni spirituali e ideali di vita ascetica.
I detti raccolti, che abbracciano un ambito cronologico ampissimo, dall’VIII al XIX secolo – con una maggiore concentrazione durante tutto l’arco del periodo medievale – inseriti nel Corano, nel diritto islamico (cioè la Sunna), nelle Vite dei Profeti, nei testi sufi, sono di varia natura: vi sono quelli derivati in modo diretto e ben leggibile dalla tradizione cristiana, sia dai vangeli canonici che da quelli apocrifi, e sono per lo più contenuti nel Corano; ve ne sono altri, invece, la cui origine non è cristiana, ma sembra essere una sorta di rielaborazione di concetti propri dell’Islam attribuiti a Cristo per rafforzarne l’autorità, o rivendicare una origine illustre. Questi sembrano essere più recenti, e dovuti a una dimensione quasi “mitica” di Cristo, slegata dalla dimensione storica. La figura che è emerge non è univoca: a tratti maestro, profeta, modello di musulmano perfetto, santo, mistico, senza dubbio molto più frammentata e a volte incoerente rispetto a quella cristiana, ma è chiaro che lo scopo dei detti islamici è molto diverso: essi non devono costruire “una religione”, ma semplicemente inserire una figura così importante, che non volevano e non potevano ignorare, nell’ambito della loro fede.
L’incidenza maggiore di fonti medievali, in cui si riscontra anche una conoscenza più consapevole e un interesse diretto per la figura di Cristo, testimonia come il periodo spesso definito “oscuro”, sia stato in realtà un terreno fertile per contaminazioni e scambi, che se sul piano politico si traducevano spesso in scontri violenti, su quello culturale invece davano origine a una sintesi originale di vari elementi, mostrando una tolleranza reciproca da cui, mi pare, avremmo molto da imparare.


 

 

I detti islamici di Gesù
a cura di Sabino Chialà
traduzione di Ignazio De Francesco
Fondazione Lorenzo Valla. Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2009
pp. 444

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