“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 31 Agosto 2013 02:00

Gadda Manzoni Caravaggio

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A lato del ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, l’acqua prende corso di fiume, poi prende la forma di uno slargo, poi ritorna corso di fiume. S’accostano, non interrotte, catene di monti che ondeggiano a seni e flettono a golfi; s’accostano il San Martino e il Resegone; s’accosta un lento pendio che s’ammorbidisce in poggi, valloncelli, erte e spianate. Un ponte congiunge le rive.
Il resto è “campi e vigne, sparse di terre, ville, casali; in qualche parte di boschi, che si prolungano su per la montagna”. Il resto è borgo, paese, piccolo luogo “che s’incammina a diventare città”.

Strade e stradette, ripide o pianeggianti, serpeggiano strette tra bassi muretti. Percorrerle costa dolce fatica. Ai piedi l’acciottolato coperto di polvere, di lato qualche albero, sul capo un pezzo di cielo. Nell’aria l’odore del mosto, zuccheroso ed amaro.
Una ragazza conduce una vacca alla stalla. I villani discorrono usando parole con tono quieto, pacato: coltivano, e gli pare che alla fatica debba seguire pane sicuro.
Il grano viene su, con chicchi di giallo copioso.
“Rosse e fervide luci sono il termine della calda, verde pianura e nelle vene gioconde pulsa il fervido sangue dell’adolescenza. Il soldo è sicuro, lesta è la spada. Nei vicoli, sotto gli archi dei passaggi, passano ridendo i micheletti della ronda e qualche puttana rimpiatta, inseguita da sgangherate risate. Poi, quando la ronda si perde con cadenza lontana e la luce fa diagonali d’ombra e biancore sui quadri delle case e dei tetti, si può chiedere conto, de’ suoi di portamenti, a chi passa. Una spallata. E perché, e per come. Le voci son basse e concitate. Ma qualche finestra si apre e donne in camicia si danno a invocare la Madonna. Il soldo comanda e la spada lavora”.
A Lecco, il soldo comanda e la spada lavora. A Lecco – questa Lecco che abbiamo evocato unendo lombardo (Manzoni, I promessi sposi) a lombardo (Gadda, Apologia manzoniana) – tragiche forme si aggirano trascinando ignavia, bassezza, ignoranza; orgoglio, sopruso, vendetta formando “un corso di misere cose”.
Questa è la cittadina di Renzo, di don Abbondio, dei bravi. Questo è il tardo pomeriggio del 7 novembre 1628, in cui il curato s’imbatte – breviario aperto d’innanzi – in brutti ceffi che lo attendono, addossati a un muricciolo. Questa è l’occasione dei mille pensieri, dei passi affrettati, del fiato che manca.
“Signor curato” dice uno di que’ due.
“Cosa comanda?” risponde il pretazzo, alzando gli occhi dal libro, spalancato alle mani.

 

 

 

Per evocare il Manzoni a Gadda non bastano i termini. Infarcisce piegando la legge della necessità descrittiva al particolare affettivo: vorrebbe dire più di ciò che già dice ma scopre che non esistono le parole per dirlo. Manzoni – presso la cui casa ebbe ventura di nascere; che venerò per l’intera esistenza; da cui si fece accompagnare alla morte, chiedendo agli amici di leggerlo ancora – è un cruccio amoroso, una sensazione manifesta di gioia che non s’esprime, se non con mancanze. Un moto tra l’infantile, il dispiaciuto e il focoso muove queste paginette di Gadda che, quasi con riserbo e disturbo, scrive di chi sa non poter scrivere.
“Con un disegno segreto e non appariscente egli disegnò li avvenimenti inavvertiti: tragiche e livide forme d’una società che il caso trascina per un corso di miserie senza nome, se può chiamarsi caso lo spostamento risultante della indigenza, della bassezza, della cieca ignoranza, della ignavia politica d’una razza, dell’avidità e dell’orgoglio d’un’altra. Se può chiamarsi caso il tedio d’una vita disorganica e priva di fini, che fa ricerca nel male i simboli della finalità e, poi, i veleni di un più fosco desiderio, d’una più orrida discesa verso cupi silenzi”.
Inizia così Apologia manzoniana, che prosegue l’elogio dello “scrittore degli scrittori” rimandando ai “tocchi tenui” di “una grave tristezza” con cui egli disegna ogni cosa: i vicoli grigi della plebe, i carretti in aperta campagna, le forme del cibo, la punta delle armi, i passi dei tacchi, la crinolina delle dame,  le statuette di gesso, i cortili e gli specchi, le fronde notturne, il silenzio dei chiostri, la luce inlanguidita della reclusione, la cupezza forata delle tende, i soffitti coi disegni pastello, il giallo delle carte, l’amaranto dei timbri, il bianco delle lenzuola ed il ferro delle grate, il marmo dei pontili, il legno delle seggiole o “la curva della cornice, della mensola, della tavola, dei vassoi, dei boccali d’argento liscio”. E − con lo stesso tratto − l’orgoglio di Renzo; lo strazio di Lucia; la pavidità di don Abbondio, vaso di coccio pronto ad infrangersi e a finire in pezzetti minuscoli.
“Quello stesso amore" – scrive Gadda – "per cui disegnò la figura purissima di una ragazza del popolo, sia pure un po’ timida e ombrosa, lo condusse a sceverare e ad esprimere le cose vere delle anime con le vere parole che la stirpe mescolata e bizzarra usa nei suoi sogni, nei sorrisi e nei dolori”. In Manzoni “vassoi d’argento vengono recati da servi inguantati nello splendore delle sale patrizie: sopra uno di essi è il pane, quello che a molti costa stanchezza o lacrime atroci. Vengono serviti sontuosi confetti, portate di sciroppi, dolci e gelati”. Vengono serviti vini caldi e “nasazzi turgidi di legulei, dal sì sempre pronto, fuoriescono dai calici finissimi, dove i rossi vini di Spagna mettono i caldi rubini o i granati dalle ombre profonde” mentre d’intorno  “scorte di giovinastri” chiassosi “giocano il soldo e l’anima e la vita ed ogni cosa”.
“Disegnò” scrive Gadda, pensando al Manzoni.
“Disegnò” vale − all’improvviso − per “Dipinse” ed allora ecco apparire il terzo lombardo: Michelangiolo Amerighi detto il Caravaggio.
A Gadda serve la pittura barocca ed oscura di chi ebbe un comune tratto ed istinto nel cogliere, rifinire e mostrare. A Gadda serve il Caravaggio. A Gadda serve La vocazione di  Matteo.

 

 

 

“Michelangiolo Amerighi veste da bravi i compagni di gioco di San Matteo. Mentre il Cristo comanda a Matteo che lo segua, un viso di adolescente, sensualmente distratto, chiede: ‘Chi cerca costui?’. Il vino imporpora le sue floride gote ed egli si volge indifferente, con sorrisetto quasi bolognese”.
Gadda prosegue: “Una bella piuma ha nel cappello di velluto violetto e una sottile spada al fianco. Le gambe nervose si vedono di là dallo sgabello, come in riposo, dopo l’accorrere, dopo il rissare. Non vi è pena né pensiero”.
Poi Gadda prende un sospiro, allenta la penna alzandola per un attimo dal suo foglio, guarda un angolo buio della sua stanza, inondata dal sole, e riporta gli occhi alla pagina, ricordando il dipinto, per inventarne un racconto. Gadda romanza il Caravaggio, pensando al Manzoni: “Il Signore comandò che Matteo lo seguisse, lasciando nella taverna i dadi e i nummi del mondo”. L’epoca dei chiusi palazzi si dimostra, oltre il limitare della tavola o della tela: “Vi sono sale con volte dipinte, cubi di penombra: a crociera, nella penombra scende da minori volte la luce di tutti, che finestrette misurano. Quivi, dietro grate ingiuste e irremovibili, pallidi visi, occhi cerchiati di rinunzie distruggitrici scrutano la sana vita degli altri e la luce, la perduta luce del mondo polveroso e rivoltolato: del mondo ove sono le spade, le piume, le corse affannose: e, a tarda notte, la gioventù prorompente nei canti e nel sangue”.
Come non gli bastasse più la foggia delle giubbe, il dito puntato, il pennacchio e i cappelli e questa chioma ingrigita che osserva, richiama e che ordina Gadda valica il muro, scorcio di fondo della scena del Caravaggio, e sfocia all’esterno del quadro per abitare il mondo manzoniano. Testimone di ciò che accade − di religioso e pittorico − nella bettola con finestra centrale, egli si sposta passeggiando di nuovo fuori per Lecco percependone lo zoccolìo dei cavalli, l’ambasciata delle impertinenze, i crocicchi dei mangiapolenta. Anime di canaglie e di onesti si mischiano a fanciulle secche e intimidite, a ladruncoli che fanno combutta, a servitori furfanti di padroni furfanti e ad uomini di buon senso, vere eccellenze, maestri dottissimi.
A margine del Caravaggio c’è, dunque, il Manzoni; nel Manzoni c’è dunque il Caravaggio.
Come il pittore “vide e dipinse il Signore e Matteo e poi giovinastri dalle turgide labbra, cocchieri, sgherri, garzoni” da cui è “meglio girare alla larga” così il buon Alessandro seppe “disegnare” con l’inchiostro “la tragica sinfonia che tocca le viscere della stirpe, da poi che sembra i suoi tocchi tremendi e più alti non essere avvertiti dalle anime”.
In entrambi – Caravaggio e Manzoni – il rimando ai “mali palesi ed esterni, quali sono l’arbitrio, la derisione, le percosse, il saccheggio, la contumelia, il patteggiamento, la prepotenza, la miseria, la paura” e “l’ignavia dell’anima” che produce errori nefandi nel conoscere, valutare ed eleggere; nel credere bene ciò che invece è male; nello screditare o truffare il vivente che “è nato come noi” e meriterebbe rispetto e onestà.
In entrambi – la luce salubre del Caravaggio, la Provvidenza del Manzoni – “il dolore dell’uomo che concepisce la vita come realtà, sorretta da un fine morale”.
In entrambi la capacità, con l’Arte, di “parlare da uomo agli uomini”.

 

 

 

 

Carlo Emilio Gadda
Apologia manzoniana
in Saggi Giornali Favole I
di Carlo Emilio Gadda
a cura di Liliana Orlando, Clelia Martignoni, dante Isella
Milano, Garzanti, 1991
pp. 1383, pp. 679-687

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