“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 09 Agosto 2013 02:00

Trilobiti, recensione interessata e poco professionale

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                                                                                                                      Il sole era annerito dalla neve e la valle si chiuse quieta in quel bisbiglio,
                                                                                                                                                                        quieta come in un’ora di preghiera.
                                                                                                                                                                                           
Breece D’J Pancake

 

vaga presentazione delle edizioni cartacee tradotte

Nella Postfazione, scritta presumibilmente per la seconda edizione italiana di Trilobiti, Percival Everett ci fa sapere che "spesso la strada per l’opera d’arte è lastricata dalla personalità dell’artista" (p. 187). L’artista in questione è Breece D’J Pancake (Milton, WV, 1952 – Charlottesville, WV, 1979; “D’J” è dovuto a un errore di battitura del secondo nome, Dexter, e del nome datosi da Pancake stesso dopo la conversione al cattolicesimo, John, da parte della rivista Atlantic Monthly.

Lo scrittore decise di non correggerla); il dato biografico tra virgolette interessante è che si spara un colpo di fucile alla testa all’età di ventisei anni: la quasi ossessione nutrita dal sottoscritto per gli scrittori morti suicidi ha quindi fatto sì che l’unico volume lasciato ai posteri da Pancake fosse ritenuto degno delle mie magre risorse finanziarie. Le spesso imperscrutabili decisioni delle case editrici in merito alla veste grafica hanno, invece, fatto sì che delle due edizioni nostrane di Stories of Breece D’J Pancake (1983), la prima si presentasse con una copertina davvero imbarazzante, mentre la seconda correggesse il tiro con l’artwork di Agan Harahap, Safari. Personalmente ho acquistato quest’ultima (l’unica ancora in commercio) e, contravvenendo all’altra mia ossessione per le prime edizioni, ne sono rimasto contento.

la ISBN pubblica anche autori tipo Michela Murgia, quindi diffidarne è lecito

D’altro canto la ISBN toppa anche qui, con la vomitevole nota di quarta in cui si descrive l’autore "a metà strada tra un eroe esistenzialista e Kurt Cobain", nota che stride, tra l’altro, con la devozione di Pancake per un cantautore come Phil Ochs e in particolare per la sua triste ballata Jim Dean of Indiana.

perché farne una recensione

Si potrebbe discutere a lungo su quanto il destino di uno scrittore, e tanto più il destino tragico di uno scrittore giovane, possa condizionare il riscontro di un’opera letteraria, o su quanto sia etico che una casa editrice faccia del suddetto destino il perno principale (lo specchio?) della propria volontà di accaparrarsi acquirenti (le allodole?). La verità è che, io credo, di tutta questa fuffa le storie lasciate ai posteri da Breece Pancake non abbiano bisogno, perché – e sono pronto a usare un termine spesso abusato dai fashion bloggers e in generale da parecchi imbrattacarte della domenica – la verità è che il libro di Pancake è uno struggente, assoluto capolavoro e chiunque sia vagamente interessato alla letteratura dovrebbe leggerlo.

di cosa si tratta

Dodici short stories ambientate nel West Virginia rurale in cui l’autore è nato e cresciuto. Dodici tasselli di un mosaico più ampio ai quali difficilmente se ne sarebbero potuti aggiungere altri, tanto piena e completa è la maniera in cui sanno restituirne l’immagine. Uno spaccato fedele, fedelissimo, del mondo di minatori, predicatori, puttane, agricoltori, vagabondi, contrabbandieri i quali, col loro trascinarsi, col loro stesso essere-nel-mondo, permisero a Pancake di fermarli nelle pagine di un testamento scritto con una prosa asciutta, senza sbavature, profondamente realistica e allo stesso tempo lirica, capace come solo poche prose sono capaci di entrare dagli occhi e fare il suo lavoro nella testa e nelle vene, non limitandosi a farti immaginare il freddo della neve e dei boschi della Virginia Occidentale, la puzza di merda di un capannone dove si sta svolgendo un incontro clandestino tra galli, il grasso del motore o l’espressione di un cervo appena sventrato da un cacciatore: tutta questa roba Pancake riesce a fartela osservare dal vivo, a fartela comprendere.

da chi Pancake potrebbe aver preso spunto, per quanto la cosa possa risultare di scarso interesse

Sono saltati fuori i nomi di Twain, Hemingway, Hurston, Faulkner. Personalmente diffido di chi scava nelle tasche di una voce per trovare santini, ma per fortuna, almeno, le poche note critiche a proposito di Pancake che possono trovarsi al di fuori del libro non ne parlano mai in termini di epigonismo. Per quanto riguarda il sottoscritto, mentre leggevo continuavo a chiedermi, vagamente stupefatto, come potesse un’opera essere così precisa, minimale e piena al contempo, e anche a ripetermi quanto mi sembrasse originale e quanto meritasse di essere letta da più persone possibile.

breve cenno al contesto naturale, questione importante nei racconti di cui si parla

L’uomo, in Trilobiti, è immerso nella zona rurale degli Appalachi e ne respira costantemente la polvere, si arrampica sulle colline, caccia nei boschi, bazzica i bar e i porti, esplora le paludi, il suo sguardo si allunga sulle distese di terra coltivate a tabacco e a canna da zucchero. Il rapporto coi suoi simili è spesso fatto di indifferenza, diffidenza, rancore; la natura che lo circonda è talmente importante e costitutiva, che le storie in sua assenza non avrebbero avuto ragione di essere raccontate. E i fatti, in queste storie, sono spesso solo accennati, lasciati all’intuito del lettore: il personaggio ci pensa su, a sprazzi e frammenti, mentre attende, col fucile spianato, che uno scoiattolo o un cervo o una volpe escano allo scoperto. La natura non è solo il contesto entro il quale i personaggi si muovono e combattono a loro modo lo scorrere del tempo, ma pervade quello stesso tempo che così la rispecchia assumendo connotati mitici, e l’uomo ne diventa appendice al pari di una qualsiasi creatura dei boschi. C’è solitudine, in questi racconti, è vero. Ci sono sopraffazione e vendetta. Ma c’è sempre, granitico, immutabile, un senso di fratellanza tra uomini, animali e luoghi che spesso diventa vera e propria simbiosi e non si può eludere, e che della raccolta costituisce uno degli elementi più manifesti e commoventi. Trilobiti è come una lunga, splendida preghiera rivolta a un dio sordo o assente.

e infatti Dio è assente

Nonostante Pancake, in seguito alla morte del padre e del suo migliore amico, si fosse fatto cattolico e a quanto pare fosse un cattolico sincero, Dio è nominato una sola volta nei suoi racconti, in termini di disprezzo e negazione. Nell’introduzione di Giacomo Papi a Trilobiti, si legge:

 

a margine di una cartolina inviata a un amico prima di uccidersi, aveva annotato, in piccolo: "Se non fossi un buon cattolico, prenderei in considerazione l’idea di divorziare dalla mia vita". John Casey scrive nella postfazione dell’edizione americana: "Entrò nel suo destino con intensità, quasi avesse una diversa, più profonda, misura del tempo. Era immediatamente un cattolico più vecchio di quanto non fossi io. Iniziai a sentire che non solo imparava velocemente le cose, le assorbiva velocemente, ma che le invecchiava in fretta. Possedeva un senso autentico, una memoria perfino, di modi di essere che non poteva avere conosciuto in prima persona. Sembrava che avesse catturato l’esperienza di una generazione precedente insieme alla sua, non al suo posto" (p. 11)

si può prescindere dal parlare dell’autore, quando si parla di un’opera di narrativa?

Non ne sono sicuro, ma sono più orientato verso il no.

breve conversazione a proposito del libro di Pancake

Giorni fa, mentre mi lavavo i denti, accennai a mia madre del fatto che stavo leggendo questo libro bellissimo scritto da un tipo che si era ammazzato a ventisei anni, e lei rispose, con una punta di impazienza:
"Ma perché leggi sempre queste cose patetiche?"
"Non c’è niente di 'patetico' in quel libro".
"Ma sì, leggi sempre cose scritte da giovani con troppo senno, che partono da qualcosa nello stomaco, di sbagliato".
In una lettera scritta alla sua, di madre, Breece Pancake diceva: "Quando avrò finito qua tornerò nel West Virginia. C’è qualcosa di antico e profondamente radicato nella mia anima. Mi piace pensare di aver lasciato la mia anima su una di quelle colline, e non sarò mai davvero capace di partire finché non l’avrò trovata. E io non voglio cercarla, perché potrebbe capitare che la trovi e così sarei costretto a partire davvero".
Non so come mai, ma ho pensato che in qualche strano modo mia madre non avesse tutti i torti.


 

 

 

Breece D’J Pancake
Trilobiti (1983)
traduzione di Ivan Tassi
ISBN, Milano, 2010
pp. 189

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