“Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. Anch'io. Siamo straordinariamente calmi e teneri l'un con l'altro come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale. Come se ognuno sapesse cosa prova l'altro. Anche se, naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa. È la tenerezza che mi preme. È questo il dono che mi commuove e mi prende tutto questa mattina”

Raymond Carver

Giovedì, 13 Dicembre 2012 23:04

Il mare in musica

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Il mare è lo sfondo materiale e soprattutto sonoro del Simon Boccanegra (Milano, Teatro alla Scala, 1881), melodramma in un prologo e tre atti di Giuseppe Verdi, che ha inaugurato con enorme successo di critica e di pubblico la stagione lirica e di balletto 2012 -2013 del Teatro dell’Opera di Roma.
Simon Boccanegra, primo Doge genovese, proviene dal mare: è "un uom di mare", come ricorda Amelia Grimaldi. È un corsaro, eletto allo scranno dogale grazie al voto popolare. Davanti al mare ceruleo Amelia Grimaldi, baciata dal sole del meriggio, attende l'arrivo dell'amato Gabriele Adorno. Al mare il vecchio Doge confiderà gli affanni del potere, rammaricandosi di non aver trovato, avendolo solcato assiduamente, in esso la tomba. Il mare diviene il liquido amniotico di Simone: "Ah! Il mare, il mare! Perché in suo grembo non trovai la tomba!", declama Simone nel III atto.
Intrighi politici, lotte tra patrizi e plebei nella Genova del ‘300 costituiscono le tematiche narrative di quest’opera dell’estrema maturità di Verdi.

Il libretto di Arrigo Boito, futuro autore dei testi letterari degli ultimi capolavori verdiani Otello (1887) e Falstaff (1893), è ricco di preziosismi linguistici e riesce a dare compiutezza ed unità drammaturgica a una trama arzigogolata, contorta come poche: agnizioni, personaggi che nell’evoluzione dell’azione sono costretti a cambiare identità per sfuggire a vendette politiche, la trama che si sviluppa lungo un arco cronologico di ventiquattro anni. Tuttavia Verdi, grazie alla sua capacità di sintesi e allo spiccato senso drammaturgico, dipinge con pennellate musicali un capolavoro.
Il colpo di teatro che conclude il Prologo produce negli ascoltatori un effetto di straniamento improvviso: Boccanegra, proprio nel momento in cui viene acclamato Doge dalla folla festante, scopre il corpo esanime della sua amata. Il ritmo cadenzato di gioiosa marcia si contrappone agli accenti di dolore e smarrimento dell’uomo Simone.
Il compositore di Roncole di Bussetto – del quale nel 2013 si celebrerà il bicentenario della nascita – analizza anche in quest’opera le tematiche preferite della propria drammaturgia: il dramma connesso al potere e il rapporto genitore/figli.
L’elemento erotico – l’amore tra Amelia Grimaldi e Gabriele Adorno – resta sfumato, sicuramente non predominante.
Il Doge Boccanegra assiste alle lotte intestine della Repubblica genovese, prodigandosi per placare gli accesi animi nella Sala del Consiglio di Palazzo Ducale proprio additando "l'ampio regno dei mari".
Ma di potere morirà Boccanegra, avvelenato da Paolo Albiani, una delle più compiute personificazioni verdiane del Male,prossimo del subdolo Jago del successivo Otello (1887).
In quest'opera il rapporto genitoriale reciso drammaticamente (esperienza vissuta da Verdi stesso per ben due volte) è incarnato da Jacopo Fiesco, il quale nel meraviglioso prologo dell’opera piange la morte della figlia Maria, un tempo sedotta proprio dal Boccanegra.
Il Doge, ormai avvelenato da Paolo Albiani, si riconcilia con Fiesco, suo acerrimo ma leale antagonista politico, pochi istanti prima di spirare tra le braccia della figlia: l’ “affidamento” di Amelia, figlia di Maria Fiesco, al di lei nonno Jacopo segna la pace tra gli eterni rivali di un tempo che si ritrovano entrambi sconfitti dalla vita.
La Capitale ha avuto il privilegio di ascoltare l’interpretazione di Riccardo Muti, navigato – giusto per rimanere in tematica marina! – direttore verdiano, alla sua prima lettura del Simone.
Coadiuvato dall’ottima orchestra del Teatro dell’Opera, il maestro napoletano (sì, Muti si vanta nel mondo dei suoi natali, biasimando, a ragione, i luoghi comuni e i problemi irrisolti di cui Napoli è quotidianamente afflitta) è riuscito a far sentire la voce, percepire l’odore del mare, discreto ma onnipresente spettatore delle passioni dei personaggi del dramma musicale. La fine orchestrazione di Verdi evoca il mare negli snodi cruciali dell'opera, quasi anticipando i colori impressionistici del Debussy de La mer (1905).
Muti e la sua compagine orchestrale sono riusciti a far percepire in sala l’alito consolatorio della fresca brezza marina, il mesto rifrangersi dell'onda che quasi seppellisce Boccanegra, imponendo un insinuante silenzio evanescente nelle ultime battute dell'opera. 
Una lettura lirica, pervasa da nostalgia, da un tenue e costante senso crepuscolare è la cifra interpretativa adottata da Muti. Tuttavia la sua orchestra riesce anche a ruggire magistralmente allorché occorre sottolineare la feroce lotta tra le fazioni guelfe e ghibelline, ed essere terrificante nella quasi espressionistica scena della auto-maledizione di Paolo Albiani del Quadro II del I atto.
Sicuramente un'interpretazione che sarà un imprescindibile punto di riferimento per il futuro.
Nella parte del doge genovese l’ottimo baritono romeno George Petean: ha delineato un Simone dal variegato spessore psicologico, uomo politico deciso, a tratti crudele, sebbene incline a tenerezza paterna. Da antologia il cruciale duetto finale con Fiesco per la capacità di Petean di alleggerire l'emissione al fine di evocare il progressivo allontanamento di Simone dagli affetti terreni.
Impressionante per caratura vocale, bellezza timbrica ed autorevolezza scenica il basso ucraino Mitri Beloselskiy nei panni di Fiesco: l'aria del prologo “Il lacerato spirito” riusciva a trasmettere efficacemente il dolore del padre privato dell'amata figlia Maria, così come il successivo incontro/scontro con Simone ne metteva in luce la vocalità matura e l’alterigia  del piglio scenico.
Paolo Albiani era Quinn Kelsey, eccellente per qualità e spessore vocale, ma non molto convincente scenicamente nella scena della maledizione. Amelia era Maria Agresta, emergente soprano campano, promessa della lirica: voce calda, ricca di armonici, ben appoggiata sul fiato. Gabriele Adorno, infine, era interpretato da Francesco Meli, tenore di primo ordine: voce squillante, capace di legati, di incisi al calor bianco, ma anche di abbandoni lirici screziati di malia.
Sempre preciso e in perfetta sintonia con i suggerimenti orchestrali il coro diretto da Bruno Casoni.
Le scene, fedeli alle prescrizioni del libretto, erano del premio Oscar Dante Ferretti, coadiuvato nell'arredamento scenico dalla moglie Francesca Lo Schiavo, i costumi di Maurizio Millenotti.
La regia, infine, era affidata all'inglese Adrian Noble: rispettosa del libretto, perfettamente aderente alla lettura musicale di Muti.
In sintesi, una produzione, quella del Simon Boccanegra romano, da annoverare tra le migliori del Teatro della Capitale degli ultimi anni.

 

 

 

Simon Boccanegra
musica di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave, Arrigo Boito
direttore Riccardo Muti
regia Adrian Noble
con George Petean, Maria Agresta, Eleonora Buratto, Dmitry Beloselskiy, Riccardo Zanellato, Francesco Meli, Quinn Kelsey, Marco Caria, Luca Dell'Amico, Saverio Fiore, Simge Bũyũkedes, Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma
maestro del coro Roberto Gabbiani
scene Dante Ferretti
arredamento Francesco Lo Schiavo
costumi Maurizio Millenotti
movimenti coreografici Sue Lefton
luci Alan Burrett
durata 3h
Roma, Teatro dell'Opera, 11 dicembre 2012
In scena dal 29 novembre all'11 dicembre 2012

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