"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 26 Luglio 2013 02:00

Imbarchiamoci nella lettura di un Satyricon ‘rivitalizzato’

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…e tutto questo raccontato in uno stile d’un colorito preciso, d’un brio indiavolato, in una lingua che attinge a tutti i dialetti, prende in prestito modi di dire a tutti gli idiomi portati a spasso per Roma…

J. K. Huysmans, À rebours

 

Michel Foucault, al principio della recensione alla traduzione dell’Eneide realizzata nel 1964 da Pierre Klossowski, scrive: “Il luogo naturale delle traduzioni è l’altro foglio del libro aperto: la pagina a fianco che è coperta da segni paralleli. L’uomo che traduce, traghettatore notturno, ha fatto silenziosamente scivolare il senso da sinistra a destra, passando sopra la piegatura del libro. Senza armi né bagagli” (M. Foucault, Le parole che sanguinano, ora in Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1. 1961-1970, Follia, scrittura discorso, a cura di J. Revel, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 83). Chi traduce è un traghettatore notturno, un nocchiero che ci conduce da una sponda all’altra: dal testo di partenza a quello di arrivo.

E, in alcuni casi, il testo di arrivo assume una vitalità propria, mirata appunto a ricostituire la vitalità del testo di partenza. Se un’opera possiede una sua propria vitalità, un sostrato ‘magmatico’ e in continuo movimento, una naturale polifonia espressiva caratterizzata da un marcato pastiche linguistico nonché un fitto gioco di rimandi ad altre opere e ad altra letteratura, noi che la leggiamo in traduzione dovremmo poter cogliere tutte queste caratteristiche. Ci spetta di diritto. Mettiamo che quest’opera appartenga alla letteratura latina e, per questo, irretita in gabbie scolastiche e accademiche; ma mettiamo anche che sia il Satyricon di Petronio, quindi formalmente poco portato a farsi rinchiudere in gabbie di qualsiasi genere. La scuola più ‘vecchia’ e tradizionalista – quella delle maestrine e dei professori pudibondi – e  l’accademia dei paludati e mummificati filologi classici non sono riuscite più di tanto a ingabbiare il Satyricon proprio a causa della sua magmaticità, della sua fuggevolezza, della sua incompiutezza, della sua intelligenza di fondo. Un testo ironico, sottile, osceno, irridente, picaresco che instaura con il lettore un continuo gioco di allusioni e rimandi. La vecchia scuola degli anni Cinquanta, con le sue desuete armi livellatrici e portatrici di vuoto, con le sue traduzioni purgate e censurate, aderenti al testo a tutti i costi non è riuscita a scalfire minimamente, per fortuna, la grande forza del Satyricon.
Si diceva, con Foucault, che il traduttore deve essere un traghettatore fra due sponde testuali, un nocchiero, una guida; noi lettori lo seguiamo verso terre d’oltremare simili a quelle che ci siamo lasciati dietro, però per noi più nuove, più luminose. C’è una traduzione, adesso, che ci può portare verso nuove e rivitalizzate sponde del Satyricon; ad averla realizzata è Monica Longobardi, docente di Filologia romanza all’Università di Ferrara: Petronio, Satyricon, a cura di M. Longobardi, con una presentazione di Cesare Segre, Barbera, Siena, 2008. Si tratta di una traduzione che ci riporta intatte le mille sfaccettature magmatiche del romanzo latino; una traduzione che trasla dal latino all’italiano lo spirito di fondo dell’opera, non soltanto la lingua. Il Satyricon è un vero e proprio mondo: in esso è racchiusa la cultura, la società, il costume (il fondo antropologico), la vita quotidiana, la lingua d’uso (cioè la lingua parlata) di tutta un’epoca, quella neroniana. È certo difficile riportare tutto questo magma culturale in una lingua moderna lasciandolo, per quello che è possibile, intatto; si tratta di lavorare di tornio, cesellare, adattare, cambiare lasciando tutto inalterato per creare due mondi equivalenti, diversi ed uguali (è ciò che, nelle teorie della traduzione, si chiama cultural transfer: cfr. R. Bertazzoli, La traduzione: teorie e metodi, Carocci, Roma, 2006, pp. 100-101).
Il grande potere di una buona traduzione è ricreare il mondo che sta dentro alla lingua, quel mondo che Walter Benjamin ha chiamato “senso”, ciò che rende una lingua una “pura lingua”: “Redimere nella propria quella pura lingua che è racchiusa in un’altra; o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione – è questo il compito del traduttore” (W. Benjamin, Il compito del traduttore, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino, 1995, p. 50). Nella traduzione deve essere liberato il senso della lingua, la sua purezza, ciò che sta dietro e alla base dell’intelaiatura linguistica. Ogni opera, in traduzione, esige la liberazione di questa purezza; il Satyricon, forse, lo esige in modo particolare. Per questo una traduzione fedele, legata a canoni filologici o scolastici, mirata allo studio, per Petronio non va certo bene. Va bene, invece, quella di Longobardi perché è una traduzione che, magmaticamente, ricrea, anzi crea. Ed è proprio questo saper ricreare che, come nota Cesare Segre nella presentazione, porta la traduttrice “vicino ai modelli originali contemporanei di espressionismo linguistico” (e, velatamente, il riferimento è a quel Carlo Emilio Gadda precedentemente citato da Segre proprio come esponente contemporaneo di “espressionismo linguistico”). E poi, chi l’ha detto che una traduzione ‘creativa’ non sia adatta alla scuola o allo studio? Anzi, uno studente può essere maggiormente invogliato a leggere in traduzione e a confrontarla col testo latino se si trova davanti espressioni curiose, originali, vitali che, in traslazione, possono equivalere il più possibile al testo originale. Invece di un testo morto, si troverebbe davanti un testo vivo, nuovo, che incuriosisce, acuisce lo spirito critico e invoglia ad indagare ancora sullo stesso testo: la cultura si apprende solo attraverso testi vivi. Per quanto riguarda il Satyricon, poi, un approccio attraverso una traduzione di questo genere è quanto di più indicato ci possa essere; la traduzione stessa è segnale della vitalità dell’opera, una vitalità che si esprime attraverso la fortuna e la ricezione che ha avuto. Inutile dire che la fortuna del romanzo di Petronio è vastissima: basti pensare solo al secondo Novecento, dalla traduzione-ricreazione di Edoardo Sanguineti (1969) fino alla rilettura musicale di Bruno Maderna (1973, circoscritta alla sola cena Trimalchionis) e a quella cinematografica di Federico Fellini del 1969 (senza contare il molto cinema cosiddetto di serie B e la paraletteratura). Se a scuola si vuole studiare bene il Satyricon non si può prescindere da uno studio accurato della sua fortuna e non si può prescindere, naturaliter, da un approccio al testo in una traduzione viva.
Si è accennato, poc’anzi, ad una traduzione creativa del romanzo petroniano, realizzata da Edoardo Sanguineti. Ebbene, lo scrittore genovese traduce Petronio trasponendolo in un raffinato lusus letterario tutto racchiuso entro i canoni del neosperimentalismo del Gruppo ‘63. Secondo Sanguineti, un traduttore “non ci trasmette il passato, ma lo costruisce travagliosamente, proteso verso il nuovo” (Nota del traduttore in Petronio Arbitro, Satyricon, traduzione di E. Sanguineti, Einaudi, Torino, 1993, p. 206). Sanguineti, perciò, con la sua traduzione realizza una macchina (anti)narrativa complessa, trasforma il romanzo petroniano in un artificio letterario “proteso verso il nuovo”, verso i dettami sperimentali della neoavanguardia. Così facendo non viene traslato il mondo petroniano in un nuovo universo rivitalizzato, non viene offerta nuova linfa all’opera in modo che possa essere fruita in tutta la sua ‘magmaticità’; essa viene bensì ingabbiata in un meccanismo letterario complesso a sua volta racchiuso in un mondo fatto di letteratura. Un gioco, un lusus: non a caso Sanguineti intitola la sua versione Il giuoco del Satyricon. La vitalità quotidiana, la lingua d’uso, l’odore di strada e di viaggio, di bassifondi, insomma, tutto ciò che rende il Satyricon “un saporoso romanzo dei bassifondi” (secondo la definizione del latinista finlandese Veikko Väänänen) va inevitabilmente perduto. È senza dubbio interessante leggere il Giuoco del Satyricon di Sanguineti, non certo per leggere Petronio in una traduzione ‘viva’ ma per assistere alla trasformazione di un classico autore ‘magmatico’ in un macchinario antinarrativo e sperimentale nato dal mondo letterario della neoavanguardia.
I protagonisti del Satyricon sono due scholastici (cioè due studenti), Encolpio e Ascilto, accompagnati dall’amasio Gitone che, nei frammenti che possediamo (del romanzo infatti ci sono rimasti parte dei libri 14 e 16 e la totalità del quindicesimo, che racchiude la famosa cena Trimalchionis), si trovano in una città della Magna Grecia, presumibilmente vicino a Napoli, dove incapperanno nella cena a casa di un ricco liberto, Trimalchione. Successivamente, dopo l’incontro con il poetastro Eumolpo (che, nella trama romanzesca, si sostituisce a Ascilto), il loro viaggio prosegue via mare, a bordo della nave di Lica, fino a subire un naufragio e approdare fortunosamente a Crotone. Encolpio, come ha osservato Gian Biagio Conte, si presenta come un personaggio "mitomane", costantemente vittima dell’inganno del mito e della “nostalgia del sublime”, portato a vivere ogni situazione secondo ‘schemi’ appartenenti ai modelli alti della letterature greca e latina. Perciò di queste ultime, nel testo, sono abbondanti le citazioni nonché i riferimenti; Monica Longobardi, nella sua traduzione, come nota lei stessa nell’ampia introduzione al testo, cerca di rendere espliciti tutti questi riferimenti e citazioni: “Ed ecco che anche su di noi, nel tradurre il Satyricon, incombe l’onere di mantenere il più possibile questa scrittura ‘a citazione’, in vari modi possibili. Se alcune fonti, infatti, sono riconoscibili e di fatto riconosciute entro il reticolo dell’intertestualità, molto – è consapevolezza condivisa – ci resta inevitabilmente indecifrabile. E questo, combinato ai difficili conguagli di riformulazione in un’altra lingua, complica quello che intendono gli studiosi, quando parlano di perdite e relative compensazioni” (Introduzione a Petronio Arbitro, Satyricon, cit., p. LVIII).
Sempre nell’introduzione, la traduttrice ci rende noti i vari espedienti utilizzati per ‘rivitalizzare’ il testo: vediamone alcuni. Partiamo dalla prima tipologia, cioè l’idea di tradurre il latino col latino, per sottolineare il carattere ‘proverbiale’ di certe espressioni. Ad esempio l’espressione, già di per sé sentenziosa, homines sumus, non dei ("siamo uomini, non dèi"), pronunciata a 75, 1 da Abinna in difesa di Trimalchione contro l’ira della moglie Fortunata, durante la cena, viene resa con“errare humanum est”. Il passaggio avviene dal latino a una sorta di latino universale e contemporaneo appunto per il suo carattere di sententia. Un altro espediente utilizzato è la traduzione per citazioni letterarie e, nella fattispecie, si tratta di citazioni dantesche. Se, come ha ribadito Conte, Petronio attua un continuo rimando a Omero e Virgilio i quali vengono già ‘abbassati’ a classici per la scuola, oggetto di esercitazioni retoriche, “Dante appare come un autore cardine del canone scolastico”; egli “ha offerto a generazioni di allievi forme e reminiscenze in cui riconoscersi; senza contare che il suo libro è a sua volta tributo a Virgilio e ai padri ‘spiriti magni’ del passato, il modello stilistico ‘alto’ si presta inoltre genericamente a contrappuntare la megalomania di Trimalcione o a velare d’eufemismo e d’ironia l’impoeticità delle avventure erotiche del terzetto di goliardi” (Introduzione, p. LXV). Per descrivere Trimalchione al suo ingresso alla cena (32,1) viene utilizzato un verso da Inf., XXIII, 90: “il collo circumnavigato da una grave stola” (laticlaviam immiserat mappam) mentre, poco prima, era stato utilizzato un verso dagli echi leopardiani, “e il naufragar ci era dolce in questo mare di delikatessen” (in his eramus lautitiis), in cui si può notare anche il termine “delikatessen”. Per descrivere, invece, dopo la cena, il primo impatto con Eumolpo (83), il semplice senex canus del latino diventa “un vecchio, bianco per antico pelo”, tratto da Inf., III, 83, espressione usata da Dante per descrivere Caronte. In entrambi i casi a parlare è Encolpio, l’io narrante “mitomane” infarcito di letteratura scolastica: nella traduzione, per sottolineare questo suo aspetto, sembra proprio che egli parli per citazioni letterarie e, come già notato, attraverso il poeta italiano ‘scolastico’ per eccellenza.
Passiamo quindi ai proverbi veri e propri, nonché ai modi di dire, ampiamente presenti nel Satyricon poiché pura espressione di quella lingua d’uso per mezzo della quale si esprimono i liberti durante la cena. L’espressione che troviamo a 38,13, sociorum olla male fervet (“la pentola in comune stenta a bollire”), viene resa con l’espressione proverbiale italiana “troppi cuochi guastano la cucina”; l’espressione omnis Minervae homo (lett. “un uomo dalle mille risorse”, con un riferimento a Minerva, dea della versatilità dell’ingegno) con “era da bosco e da riviera" (43). E, per un rimpianto dei tempi perduti, a 64, l’espressione heu, heu, abistis dulces caricae (lett. “ahi ahi, ve ne andaste fichi della Caria”) viene resa con un’altra citazione letteraria, stavolta da Villon e in francese: “Où sont les neiges d’antan?”.
Infine, una scelta interessante che opera la traduttrice è quella di inserire nel testo diversi forestierismi. Ad esempio l’inglese, “lingua della modernità, business e finanza, sport e spettacolo” (Introduzione, p. LV): haeserant vultus (“i nostri volti si toccavano”) viene tradotto con cheek to cheek (26); mulsum sumere (“prendere vin mielato”) con drinks 34,1; dominum (“signore”) con boss (58,6); misceri (“mescolare”) con shakerare (64,13). Fra le espressioni in spagnolo ricordiamo il muchas gracias con cui viene tradotta l’espressione obligati tam grandi beneficio (“compresi da tanta bontà”), la quale viene resa anche tramite il portoghese obrigadi (che precede il ringraziamento in spagnolo). Buffa l’espressione tedesca marsch!, con cui viene reso un iubemus… sequi (“ordiniamo che ci venga dietro”), a 26, 10, con riferimento a Gitone. Non mancano neppure i dialetti italiani: fra i  molti esempi ricordiamo solo un civis romanus ("cittadino romano”) tradotto con “de Roma” (57,4); un dominus dupunduarius (“padrone da due soldi”) che diventa un “guappo ‘e cartone”.
Tutte queste scelte di traduzione, come già detto, contribuiscono a ‘rivitalizzare’ il testo, a rinvigorirlo con nuova linfa; né si deve dimenticare che la traduttrice opta per tradurre in poesia (e non in prosa) – e nella fattispecie in endecasillabi sciolti – le parti in versi: se ci sono inserti poetici in un testo in prosa (cioè se ci troviamo di fronte a un prosimetrum), come nel caso del Satyricon, perché eliminarli, come invece fanno altre traduzioni? Si perderebbe un’importante caratteristica formale dell’opera. Insomma, imbarchiamoci nella lettura di un Satyricon ‘rivitalizzato’, tradotto secondo i dettami del migliore cultural transfer. E un Satyricon così tradotto, che ancora sa di strada, di viaggio picaresco, rendiamolo anche oggetto di studio nelle scuole, nelle università. Imbarchiamoci in questa lettura, viaggiamo verso la cultura, lasciamoci traghettare verso vive sponde testuali lontano dal latino delle acide ‘professoressine’ delle incartapecorite scuole e lontano da quello delle polverose accademie degli occhialuti filologi. Perché la cultura, davvero, non abita (più) qui.

 

 

Petronio Arbitro
Satyricon

a cura di Monica Longobardi
con una presentazione di Cesare Segre
testo latino a fronte
Barbera, Siena, 2008
pp. 369

 

Petronio Arbitro
Satyricon

traduzione di Edoardo Sanguineti
Einaudi, Torino, 1993
pp. ???

 

Walter Benjamin
Angelus novus

a cura di Renato Solmi
Einaudi, Milano, 1995
pp. 344

 

Raffaella Bertazzoli
La traduzione: teorie e metodi

Carocci, Roma, 2006
pp. 126

 

Gian Biagio Conte
L’autore nascosto. Un’interpretazione del «Satyricon»

Il Mulino, Bologna, 1997
pp. 192

 

Michel Foucault
Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1. 1961-1970, Follia, scrittura, discorso
a cura di Judith Revel
Feltrinelli, Milano, 1996
pp. 288

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