“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Giovedì, 18 Luglio 2013 02:00

L'abbandono tenue

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La semiluce del primo mattino, passando tra i fori di tendine e tapparelle calate, disegna intensi nei sulla parete. Sulla sedia riposa la camicia smessa; nel corridoio si possono immaginare le chiavi di casa, poggiate sul piccolo tavolino di legno; nella cucina il tepore del caffè già respira. La casa si risveglia con una calma che somiglia alla calma dei muscoli, dei tendini, delle vertebre. Un respiro e la contemplazione di quello stesso respiro danno la certezza di poter attendere ancora: non c’è alcuna fretta, nessuna ragione evidente per accelerare le proprie abitudini.

La moglie è certamente in piedi, leggermente ricurva alla schiena, i capelli raccolti in sbuffi volatili e gonfi, intenta al fornello per la colazione. Le stanze dei figli sono piene e vuote di ciò di cui erano piene e vuote ieri e di ciò di cui lo saranno domani: piene di libri letti a metà, di coperte tese diritte su letti inutilizzati, di vecchi quaderni di scuola, di mobili che recludono vestiti che non s’indossano; vuote dei figli medesimi: andati, partiti, semplicemente cresciuti. Il bagno ha la sua piccola confusione consueta: un asciugamano con una piega imprevista, un tubetto reclinato alla mensola, il pulviscolo adagiato allo specchio. E poi lo studio, lo studio nel quale egli compone romanzi che non compone più: qui dorme ancora, in ombroso ritardo sul resto, l’inizio del suo ultimo libro: “poche pagine manoscritte giacenti da mesi” come una barca all’ormeggio e che lui “si guarda bene dal provare a rileggersi” per timore dell’ultima riga, dell’ultimo termine, dell’ultimo punto.
Questo libro non scritto galleggia sul bordo della scrivania. Accanto vi galleggiano anche: fogli rimasti bianchi; taccuini privi di note; pennini dall’inchiostro seccato; matite cui non è stata rifatta la punta. Nei cassetti altri racconti mai terminati mentre la grossa libreria, composta da scaffali addossati alla parete di fronte, porge volumi allineati senza un criterio apparente: una stratificazione confusa, un accumulo abbandonato dall’ordine, qualcosa cui si è smesso di prestare attenzione.
Sa, dopo aver ciabattato fino a questa stanza delle scritture, che: la moglie, a breve, gli avrebbe portato il caffè; che presto la luce avrebbe penetrato e annullato la tenuità della camera; che non avrebbe ripreso lo scritto interrotto, sbuffando leggermente di quel fastidio impellente che non si decideva, pur tuttavia, ad allontanare del tutto.
D’istinto, come ogni mattina, leva gli occhi a guardare fuori, spiando dal vetro vicoli e tetti di questa Napoli che degrada nel mare. Dura un attimo, poi volge il mento alle sue carte segrete, a queste carte segrete da quasi vent’anni: le contempla senza contemplarle davvero ma limitandosi ad uno sguardo d’insieme, lo stesso sguardo di chi convive con qualcuno contentandosi di sapere che è vivo, senza più badarvi davvero.
I propri antichi appunti, i lontani stilemi, i graffiti d’esistenza passata, le scaglie d’emozioni trascorse e “catturate un giorno della loro insorgenza” sembrano intatte ed intatte sono, in effetti, mentre è lui ad essere mutato.
La pelle si è leggermente ingiallita; piccole macchie quasi impercettibili si vedono alle dita e sul palmo e il dorso delle mani mentre, ai polsi, le vene calcano il tragitto sconnesso, scomparendo all’altezza del gomito. La voce s’è arrochita nei toni bassi e addolcita in quelli più lievi. Il petto si è stretto un pochino, curvandosi all’interno e cedendo in mollezza. I peli hanno punte di grigio. Inalterati gli sembrano ancora lo sguardo, lucido e chiaro, ed il linguaggio, vitreo e indefettibile, ma entrambi li sente oramai come “uno strumento custodito in una teca”.
Egli appartiene al proprio passato che quasi costeggia, si direbbe, parendogli “di fare come chi sia ormai trasferito altrove, ma conservi l’abitudine di passare per l’antica strada adocchiando in su, in direzione delle stanze dove alloggiava e tornando per qualche istante ad abitarle con la fantasia”.
Egli è un sopravvissuto, un uomo al quale il Signore del Tempo ha concesso troppo tempo obbligandolo, dopo le brusche navigazioni tempestose, a sostare sulla sabbia della riva, permettendogli la nostalgia forse, forse la memoria, di certo il crepuscolo.
Così egli risale, talora, all’occasione in cui aveva conosciuto sua moglie e di quando, alla brezza delle prime effusioni, ella si sottraeva tenendo la vela distesa sul corpo: “Bada, che non saremo mai più giovani come oggi” le ripeteva, forzandone il candore innocente.
Così egli risale ad un suo racconto non svolto, che d’improvviso gli torna come un’urgenza ma tenue, leggermente soffusa eppure implacabile: la vecchia storia di un relitto della Storia – Girolamo Napoleone, il nipote di Napoleone III – ch’egli seppe malinconicamente sballottato dalle vicende imperiali in un esilio decadente, tranquillo, assai mesto. L’aveva immaginato – allora – Girolamo Napoleone: mentre s’aggirava senza scopi e senza mete tra le antiche strade di Roma o in carrozza fino al Pincio; in piedi fisso all’angolo tra il Corso e il Babuino o perduto nel brulicante viavai delle botteghe. Tuttora, se solo avesse fatto uno sforzo, avrebbe potuto immaginarlo procedere stanco, uomo illustre fiaccato dalla vita, intento a trovarsi un posto in un parco, da dove attendere l’ora tarda per fare ritorno, a casa o in albergo.
Malauguratamente questo racconto iniziato non ebbe il suo seguito e si perse come si perdono altre cose, tra le pieghe dei giorni.
“Si fosse trattato d’iniziare adesso a narrare di Girolamo, di sicuro gli avrebbe attribuito i suoi stessi sentimenti d’oggi, anzi, meglio, l’avrebbe sorpreso così, di mattina, dopo un risveglio, nel suo stesso felice e attonito stato di coscienza di quei momenti, inseguendolo poi via via, lungo la trama d’una giornata di lui, il filo segreto delle proprie giornate, lungo la parabola dell’esistenza di lui il senso della propria. Scopriva finalmente che cosa avrebbe potuto fare, scrivendolo adesso, del racconto concepito tanti e tanti anni fa e ritrovato in abbozzo tra le sue carte: la metafora d’uno scrittore che almeno per metà aveva mancato il proprio destino”.
Se avesse voluto, se davvero avesse voluto, proprio questa mattina egli avrebbe potuto lasciarsi guidare la penna da un estro improvviso, strisciante sottopelle e tra i muscoli stanchi: avrebbe potuto aggiungere “dettagli, circostanze, possibili svolgimenti, episodi, soluzioni, e di nuovo i climi avrebbero fatto da sfondo alla giornata del suo personaggio, i cieli del Pincio, i declivi di luce, i torpidi crepuscoli, le brume di Roma”.
Se solo avesse voluto.
Tuttavia l’apprensione si frena, distende la sua presa in carezza, limitandosi a prolungare la durata soltanto nell’animo e mentalmente, senza prendere la forma di una composizione di carta.
Egli rinuncia a scrivere. Dicendosi, senza dirsi davvero a voce alta, “quale vita non comporta i suoi sprechi?” egli s’adatta alla sterilità, all’inerzia, alla debolezza presente, distendendo il braccio, distendendo la mano, distendendo le dita.
La pagina rimane bianca, il pennino è lasciato immobile: il vecchio racconto che allora sfumò sfuma di nuovo.

 

 

 

Mario Pomilio compone Una lapide in Via del Babuino – tra i più bei racconti del Novecento italiano – nel 1991. Egli è ormai distante dai cenacoli della letteratura parlante: i suoi maggiori successi riposano coperti dai decenni, la sua voce pubblica si è affievolita, la sua immagine è stinta. Pare di vederlo passeggiare nell’ombra che il sole disegna su un marciapiedi oppure mettersi in fila davanti a un’edicola o, ancora, abbandonarsi al quieto riposo in un viale, seduto di soppiatto su una panchina di ferro. Privo oramai dell’urgenza di scrivere e del senso di verità che dava a quest’atto – egli infatti sapeva che “le espressioni anche più sofferte, anche quelle sul momento più impregnate di verità, assumevano subito dopo una marginatura d’inevidenza”, quasi che valessero poi soltanto “pel suono che rendevano” – Mario Pomilio invecchiava di vecchiaia, senza rabbie apparenti ma anche senza illusioni o sussulti. Frenato e affaticato da una malattia insorgente, indossava scarpe bianche da ginnastica per allentare le fitte ai tendini e ai piedi. Fu all’orlo di questa condizione che scrisse Una lapide in Via del Babuino, opera che ha il suo germe iniziale nel 1964 e che matura, tardiva, dopo quasi trent’anni: egli riprende la vecchia materia, rielaborandola tutta ed aggiungendovi la “nuda percezione di sé” nella forma di uno scrittore che, tramontato da almeno vent’anni, attende che la notte lentamente si avvicini.
Del racconto non occorre fare analisi critica, giacché molto è stato scritto ed, in particolare, parole introduttive ma definitive sono state imposte da Silvio Perrella: “Mentre lo si legge con ammirazione letteraria” – scrive Perrella – “non si può mai prescindere dall’aspetto semplicemente umano di questo libro. E le due cose insieme rimandano a qualcosa che non è solo letterario e non è solo umano”.
Pomilio, infatti, in Una lapide in Via del Babuino si pone “in ascolto del proprio corpo” riuscendone a percepire “quell’intimo fermento, recondito e temibile” – continua ancora Perrella – “di cui si compone la nostra esistenza organica”. Egli – per dirla ancora con il saggista e critico – “non è più nella vita e non è ancora nella morte. È un uomo sospeso” ed è “uno scrittore che non scrive più” e che, nel riscoprire l’abbozzo dimenticato di un personaggio dimenticato, sente “una fratellanza ideale”.
L’autore (Mario Pomilio), lo scrittore del racconto (senza nome) ed il personaggio (Girolamo Bonaparte) si confondono e, ognuno, rimanda agli altri due come in un gioco composto da tre specchi che si riflettono per lembi e porzioni. Ma – ponendo attenzione più in basso e in profondo rispetto alla patina – Una lapide in Via del Babuino si mostra soprattutto una “composizione senza storia e senza cronologia”, fatta di affioramenti mentali resi con “frasi avvolgenti, nodose, proustiane”, in grado di lasciar fare alla malinconia “il suo corso”.
“Pomilio” – ancora Perrella – “si abbandona totalmente a questo sentimento, abbraccia la caducità e nel giro largo delle frasi convoca ogni parte di sé” consentendo, alla sua narrazione, di essere ad un tempo “poesia dell’esordio” e “poesia del commiato”.
Tra esordio e commiato la vita coi suoi pensieri perduti, le storie cominciate e lasciate appassire, le esperienze che avremmo potuto vivere e che non abbiamo vissuto.

 

 

Mario Pomilio
Una lapide in Via del Babuino
Introduzione a cura di Silvio Perrella
Avagliano, Cava de' Tirreni, 2002
pp. 77

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