“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Mercoledì, 12 Dicembre 2012 11:07

Ipocrita tra gli ipocriti

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“Un grande attore non è né un pianoforte, né un’arpa, né un clavicembalo, né un violino, né un violoncello: non ha un accordo suo proprio, ma sceglie l’accordo e il tono che convengono alla sua parte, e può prestarsi ad ogni parte”. Egli è “un burattino meraviglioso, di cui il poeta regge i fili e al quale indica ad ogni riga la vera forma che deve assumere”. Somiglia, per fare un paragone non azzardato né volutamente infamante, a un cortigiano: “un gran cortigiano – infatti – abituato fin dal primo respiro al ruolo di burattino, assume qualsiasi forma, comandato dai fili che il suo padrone regge tra le mani”.

Che non s’arrovellino i professionisti del palco; che non scuotano la testa cercando la colpa in chi firma l’articolo: ciò che si sostiene all’inizio appartiene a Diderot. Che aggiunge: “certo gli attori sono uomini di raro ingegno e di reale utilità, essendo il flagello del ridicolo e del vizio, i predicatori eloquenti dell’onestà e della virtù, la sferza di cui si serve l’uomo di genio per fustigare i pazzi e i malvagi” eppure anch’essi “quando non fanno i buffoni in società” sono “caustici e freddi, un po’ esibizionisti, dissipati e dissipatori, interessati, più divertiti dai nostri difetti che dai nostri mali; sempre imperturbabili di fronte a un caso penoso o al racconto di un triste avvenimento; isolati, vagabondi, agli ordini dei potenti”.
Essi hanno: “scarsa moralità”, “nessun amico”, propensione “alle rivalità più meschine”. E “cosa davvero li spinge a calzare il socco o il coturno? La mancanza di educazione, la miseria e il libertinaggio”. Per loro “il teatro è un rifugio, mai una scelta” come dimostra il fatto che “nessuno s’è fatto attore per amore della virtù, per desiderio di essere utile alla società e di servire il proprio paese”. E cosa bramano davvero gli attori? “Di essere applauditi”, risponde Diderot, e “di guadagnare monete” scrive ancora, e “di vivere in familiarità con le donne del teatro” e “di sedere alle grandi tavole” per gozzovigliare alla meglio.
Questo ritratto appartiene alle pagine del Paradosso sull’attore, la cui compilazione (1769 -1778) s’intreccia e ingarbuglia con quella de Il nipote di Rameau (1761 -1774): il testo ieri in scena al Nuovo Teatro Nuovo.
Chi è il nipote di Rameau? In apparenza egli è un musico, per quanto le composizioni che ha scritto “non le suoni nessuno”. Potrebbe dirsi un ospite assiduo di salotti pregiati, se non vi fosse stato scacciato a pedate “per aver peccato di senso comune”. Ed allora chi è il nipote di Rameau? Chi è davvero?
“Sono un ignorante, uno sciocco, un folle, un insolente, un poltrone, quello che da noi chiamano ‘un covacenere di prima classe’, uno scroccone, un ciccialardone” risponderebbe, aggiungendovi: “non c’è luogo a contestazione, ve ne prego. Nessuno mi conosce meglio di me”. Abita una soffitta fatiscente, riposa in un letto assai scomodo, è cinto dalla mancanza degli agi. Frequenta bettole, taverne, osterie ove s’intrattiene con i peggiori furfanti chiacchierando delle peggiori storielle. Vaga ramingo, col proprio costume d’occasione. Legge, conosce, apprezza Moliére, di cui cita L’avaro, il Tartufo, Le preziose ridicole.
Ha “più di cento modi di intraprendere la seduzione di una fanciulla sotto gli occhi della madre”; ha “dieci modi per far scivolare un biglietto galante” ed almeno altrettanti “per farselo strappare”; ha “soprattutto il talento d’incoraggiare un giovane timido”. Ha per compagni “tutti i poeti che cadono”, “tutti i musicisti fuori corso”, “tutti gli autori che nessuno legge” mentre sfiora, disprezzandoli, gli impresari teatrali, i “grandi critici dei fogli letterari”, i direttori di giornali e l’intera “cricca dei gazzettieri”. Una volta s’è unito ad una compagnia di girovaghi. Una volta ha recitato la parte di maestro privato. Una volta s’è dato a fare il buffone: “ecco, fare il buffone: non c’è ruolo più conveniente presso i potenti”. “Non esiste la patria” dice. “Non conta il paese” dice ancora. La sola cosa cui mira è il denaro: “denaro, denaro; il denaro è tutto mentre il resto, senza denaro, è niente”.
E se fosse un attore? Già, se il nipote di Rameau fosse un attore? Forse per questo accenna il ruolo di mezzano in una tresca inventata; forse per questo congiunge i tavolini ai tavolini, vi sale sopra, e si dedica a smorfiare il sovrano; forse per questo mima “le posizioni” del paggiatore che supplica, che si prosterna, che fa da lecchino: “il piede destro in avanti, il sinistro all’indietro, il dorso curvo, la testa ribaltata all’insù, lo sguardo di chi fissa altri negli occhi, la bocca semiaperta” come indica il testo di Diderot.
Forse per questo il fondale in assito è una locanda disegnata in prospettiva: con le sue colonne di finto marmo, le sue travi di finto legno, le sue finestre di finto vetro. Forse per questo indossa una parrucca di stoppa, ha il bianco alle guance ed ogni suo patimento è un accenno di recita. Forse per questo – alla parola “figlio” – trascina sul palco un pupazzo di stoffa, di segatura e di cartapesta.
Il nipote di Remeau è un attore, dunque, e ciò cui assistiamo è una finzione.
Forse per questo colui che, sul palco, interpreta Diderot facendogli da spalla sì da consentirgli il monologo dice ad un punto: “egli conferma i vizi suoi, che sono anche i vizi degli altri, non essendo un ipocrita bensì più franco degli altri”. Un ipocrita, ovvero un bugiardo, ovvero un attore. Più franco degli altri.
Forse l’attore di cui parla Diderot nel suo Paradosso è il medesimo che Silvio Orlando espone in ribalta: un ipocrita, ma più franco degli altri.
“Io sono io e resto quello che sono, ma agisco e parlo secondo che conviene. Non sono di quelli che disprezzano i moralisti: c’è molto da imparare; soprattutto da quelli che la morale l’hanno messa in pratica. Il vizio offende gli uomini solo saltuariamente; i segni manifesti del vizio l’offendono da mattina alla sera. Forse meglio varrebbe essere un insolente che averne l’aspetto. L’insolente, in quanto tale, non reca ingiuria che di quando in quando; l’altro, che insolente non è, ma sembra, è un’ingiuria permanente”.
Ecco, il nipote di Rameau è un attore ovvero: è un’ingiuria permanente.
È l’ingiuria permanente agli “idiotismi” messi in pratica “nel gran ballo del mondo” dal sovrano, dal ministro, dal finanziere e da “il magistrato, il militare, il letterato, l’avvocato, il procuratore, il commerciante, il banchiere, l’artigiano, il maestro di canto, il maestro di danza”. In quanto ingiuria permanente – e non certo per una battuta mal riuscita durante un buon pranzo – egli è stato scacciato; in quanto ingiuria permanente è ridotto a “mangiare pane secco” ed a fare la questua di una birra al limone.  
“Il re prende una posizione davanti alla sua favorita e davanti a Dio, ed esegue il suo passo di pantomima. Il ministro fa il passo del cortigiano, dell’adulatore, del servo davanti al suo re. La folla degli ambiziosi danza le posizioni in mille guise, una più vile dell’altra, davanti al ministro”. Tutti recitano, sapendo di recitare: senza farne confessione.
L’attore recita coloro che recitano: ecco l’ingiuria permanente.
Per questo Il nipote di Rameau di Silvio Orlando, piuttosto che un’allusione agli attuali vizi del mondo, è un elogio all’arte dell’attore: alla sua capacità di fare, con la menzogna, l'ostentazione del vero.
“Mi si faccia la grazia di questa disgrazia soltanto ancora una quarantina d’anni. E ride bene chi ride in ultimo”. Così termina, come da copione, Il nipote di Rameau. È una petizione orgogliosa; l’ultima carezza che un attore fa agli attori (ed al Teatro in quanto Teatro) augurandosi “la grazia della disgrazia” di poter essere ancora un’ingiuria permanente.
Maschera dichiarata tra le maschere. Ipocrita tra gli ipocriti.
Ma più franco, l’attore.

 

 

 

Il nipote di Rameau
di Denis Diderot
adattamento a cura di Edoardo Erba, Silvio Orlando
regia Silvio Orlando
con Amerigo Fontani, Silvio Orlando, Maria Laura Rondinini
clavicembalista Luca Testa
scene Giancarlo Basili
costumi Giovanna Buzzi
produzione Cardellino srl
durata 1h 15’
Napoli, Teatro Nuovo, 11 dicembre 2012
In scena dall'11 dicembre al 16 dicembre 2012

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