“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Mercoledì, 05 Giugno 2013 02:00

Ghérasim Luca: l’oltrepassamento degli opposti nella scrittura nomadica

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Gilles Deleuze e Félix Guattari, a proposito dello stile di Céline (soprattutto in riferimento a Guignol’s Band e a Morte a credito), parlano di "una musica di suoni deterritorializzati, un linguaggio che fila via con la testa in avanti, facendo capriole" (Kafka. Per una letteratura minore,p. 48): un linguaggio che, continuamente, tende a “deterritorializzarsi”, a divenire nomade.

Anche il poeta rumeno Ghérasim Luca (pseudonimo di Salman Locker, nato da una famiglia ebrea askenazita) può essere considerato un nomade della parola, un autore che è sempre stato uno “sradicato”, un viaggiatore di territori e di parole, un picaro orientato verso orizzonti linguistici e sonori sempre nuovi. Il suo nomadismo e il suo sradicamento nella vita (“esiliato” dalla propria terra, si trasferirà a Parigi adottando la lingua francese) si riflettono su un nomadismo stilistico e linguistico. Lo stesso Deleuze, che lo amava molto, scrisse che "fa balbettare la lingua in quanto tale": "È tutta la lingua che fila e varia per liberare un estremo blocco sonoro, un soffio solo al limite del grido Je t’aime passionément (Ti amo appassionatamente)" (Balbettò,in Critica e clinica,p. 145). Anche in Mille Piani, Deleuze e Guattari, discutendo di Luca e di altri autori bilingui (fra i quali Kafka e Beckett), pongono l’accento sul "balbettio" linguistico: "È un po’ come balbettare, ma quando si diviene balbuzienti del linguaggio e non soltanto della parola. Essere uno straniero, ma nella propria lingua, e non semplicemente come chi parla una lingua diversa dalla propria. Essere bilingue, multilingue, ma in una sola, medesima lingua, senza avere nemmeno un dialetto o un gergo" (Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, p. 146). Il “balbettio linguistico", quindi, sarebbe la ripetizione di un fonema atto ad esprimere l’impossibilità del senso.
Recentemente è uscita una bella antologia che, per la prima volta in traduzione italiana, permette di dare uno sguardo ai momenti più significativi dell’opera poetica di Ghérasim Luca: si tratta di La fine del mondo, a cura di Alfredo Riponi, (traduzioni di Alfredo Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai, testo francese a fronte), uscita nel 2012 nella collana I libri dell’Arca dell’editore Joker.
L’autore, nato a Bucarest nel 1913, con l’avvento del comunismo, nel 1947, lascia la Romania e si reca in Israele risiedendovi alcuni mesi. In seguito, raggiunge Parigi (era già entrato in contatto precedentemente con Breton e i surrealisti) nel 1952, città dove trascorrerà il resto della vita e dove si suiciderà nel 1994.
Il viaggio, il nomadismo, Luca se li porta dentro, come connaturati alla propria esistenza; egli è ‘esiliato’, è vero, ma anche un viaggiatore instancabile (vagabondò per Stoccolma, Oslo, Ginevra, New York, San Francisco). Scrive Alfredo Riponi nel saggio, posto in calce al volume, Ghérasim Luca: l’eco del corpo: "“sradicamento” e “esilio linguistico” sono i termini entro i quali è racchiusa la parabola creativa di Ghérasim Luca. Senza patria, abiterà l’unico luogo possibile: la lingua. Rifiutandosi alla cronologia, al tempo storico, alla caduta nel tempo che la storia gli impone. Lasciando la Romania per stabilirsi a Parigi, rinuncerà definitivamente anche alla lingua materna, ma per abitare la lingua d’adozione, il francese, dovrà “reinventarla”, farsi balbuziente nella nuova lingua".
Una lingua che si “deterritorializza”, che si fa puro suono di segni; una lingua che corre verso il grido. In Il beccheggio della mia lingua – il beccheggio rimanda al viaggio, al rollio di un viaggio per mare su sconosciuti bastimenti – il poeta esce dai propri confini corporei ("Io sono ahimè! / Dunque mi si pensa", intuizione che, come nota il curatore, riecheggia Lautrémont e Rimbaud), mentre l’io "si estingue".
In Ghérasim Luca troviamo un ‘oltrepassamento’ degli opposti come unità antitetiche distanti; l’essere sta nella vicinanza contemporanea dei contrari: è la pronuncia della loro differenza. La sua opera, infatti, può essere vista come un discorso sulla presenza dei conflitti come modalità dell’essere: una sorta di “ontopolemologia”. Se, come osserva Riponi, in Luca la materialità della parola, cioè il suono, è il vero senso della scrittura ("Per il rito della morte delle parole / scrivo le mie grida" in Il beccheggio della mia lingua), si nota altresì, all’interno di essa, una pregnante presenza di parole che esprimono significati opposti ("mantenere tese idee e morte" e "avvicinare il più possibile la vita alla morte" in Quarto d’ora di cultura metafisica). In Il sogno in azione, componimento che rappresenta, come osserva il curatore, un vero e proprio "teatro del corpo", la coincidenza degli opposti si esprime nell’immagine della donna destinataria del canto che, come in un quadro di Chagall, volteggia sul tetto in un paesaggio di campagna innevato: "tu sul tetto sonnambolica e nuvola / nuvola e diamante è un / diamante che nuota che nuota con agilità / tu nuoti agevolmente nell’acqua della / materia della materia del mio spirito / nello spirito del mio corpo nel corpo / dei miei sogni dei miei sogni in azione".
In base a questa logica ne deriva il rovesciamento del principio cartesiano "cogito ergo sum" in "io sono ahimè! / Dunque mi si pensa" (Il beccheggio della mia lingua): il mio essere è in quanto è rappresentato dai suoni espressi dal pensiero e non l’opposto (“io sono la base della rappresentazione della realtà”, come in Cartesio): grazie al suono io sono.
Un altro tema legato alla mancanza di sintesi di significato è presente in Un lupo attraverso una lente  (che prende il nome dalla relativa raccolta) nell’immagine del “fuggire” rappresentata da un uccello che fugge ("s’échappe") e nella trasformazione della donna in oggetto logicamente “disparato” (disparati sono gli enti che non appartengono a una categoria omogenea di pensiero), "pettine", e non rigorosamente antitetico: "Ai piedi della donna amata, non noto più che tra lei e me c’è un campo, la ferrovia, un mondo; solo nella mia camera, fumo l’oppio della tua carne lontana sulle tue labbra dove fugge un uccello o un fazzoletto e ti chiedo come se tu non fossi che un pettine: sei morta? sei nata almeno? ti ho già incontrata? ti incontrerò un giorno?". La distanza (il campo, la ferrovia, un mondo) si incontra con la lontananza della donna e, quasi, con la sua uscita dal corpo e trasformazione in un altro oggetto (un pettine), come se ci trovassimo di fronte ad una metamorfosi ovidiana in chiave surrealista.
Sempre nella raccolta Un lupo attraverso una lente c’è un altro componimento, non presente in antologia ma citato da Riponi nel suo saggio, che rimanda all’indefinito, al desiderio che si frange su lontananze legate alla ripetizione del caso: si tratta di Ce Château pressenti,opera dominata dalla presenza di una "sconosciuta che dovevo incontrare questa volta a casa mia, occupata a leggere o a fumare nel mio letto e che vedendomi entrare non mi porrebbe alcuna domanda sulla mia presenza o la sua ad un’ora così tarda della notte e in circostanze apparentemente alquanto insolite, rivolgendomi la parola come per riprendere una conversazione interrotta". L’apparizione, il caso, la stranezza che diventa normalità: si potrebbe pensare alla sequenza del film La via lattea (La voie lactée, 1969) di Luis Buñuel, in cui una sconosciuta appare nel letto accanto a quello di un personaggio, all’interno della stanza di una locanda segnata dal ‘magico’ e dall’onirico. Il giovane inizia quindi a parlare con la ragazza come se non fosse avvenuto nulla di strano, come se lei fosse sempre stata presente, come per riprendere una "conversazione interrotta".
In La fine del mondo (che ispira il titolo della raccolta antologica curata da Riponi), "il suo corpo leggero" offre un’immagine di levità, di una leggiadria e di un piacere estetico che deriva dall’accostamento vertiginoso di elementi fantasticamente disparati nella parola poetica. "Sulle mie labbra" scivolano le parole "delizia", "posizione delimitata", "corpo leggero", "colomba", "errore" creando armoniche connessioni; vediamole, in rilievo, leggendo per intero la poesia nella bella traduzione di Riponi:

 

il suo corpo leggero

 

il suo corpo leggero

è la fine del mondo?

è un errore

è una delizia che scivola

tra le mie labbra

vicino al ghiaccio

ma l’altro pensava:

è solo una colomba che respira

comunque sia

là dove sono

accade qualcosa

in una posizione delimitata nel temporale

 

 

Vicino al ghiaccio è un errore

là dove sono è solo una colomba

ma l’altro pensava:

accade qualcosa

in una posizione delimitata

che scivola tra le mie labbra

è la fine del mondo?

è una delizia comunque sia

il suo corpo leggero che respira nel temporale

 

 

In una posizione delimitata

vicino al ghiaccio che respira

il suo corpo leggero che scivola tra le mie labbra

è la fine del mondo?

ma l’altro pensava: è una delizia

comunque sia accade qualcosa

è solo una colomba nel temporale

là dove sono è un errore

 

 

È la fine del mondo che respira

il suo corpo leggero?

là dove sono vicino al ghiaccio

è una delizia in una posizione delimitata

comunque sia è un errore

accade qualcosa nel temporale

è solo una colomba

che scivola tra le mie labbra

 

 

È solo una colomba

in una posizione delimitata

là dove sono nel temporale

ma l’altro pensava:

è la fine del mondo

che respira vicino al ghiaccio?

comunque sia è una delizia

accade qualcosa

è un errore

che scivola tra le mie labbra

il suo corpo leggero

 

 

L’immagine fa pensare alle labbra volteggianti nel cielo del quadro All’ora dell’osservatorio. Gli amanti (A l’Heure de l’Observatoire. Les Amoureux, 1932-34) di Man Ray, dove lo sfondo è dominato dalla lontananza; così scrisse lo stesso Man Ray a proposito del dipinto: "labbra del sole, mi attraete incessantemente e nell’istante che precede il risveglio, quando mi distacco dal mio corpo […] vi incontro nella luce neutra e nel vuoto dello spazio, unica realtà, vi bacio con tutto ciò che ancora rimane in me: le mie labbra" (testo citato da Arturo Schwarz in Man Ray, p. 26).
È doveroso osservare che questa raccolta giunge a colmare una lacuna per quanto concerne la ricezione di Ghérasim Luca in Italia, offrendo in antologia alcuni testi appartenenti alle diverse raccolte edite in Francia dalle edizioni José Corti (era apparsa recentemente una traduzione di Giovanni Rotiroti dal rumeno della raccolta L’inventore dell’amore, per le edizioni Barbès).
E adesso la sua parola, leggera, silenziosa, forte come un grido nel vuoto, torna a volteggiare fra di noi.

 

 

 

 

 

Ghérasim Luca
La fine del mondo
a cura di Alfredo Riponi
traduzioni di Alfredo Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai
testo francese a fronte
Joker, Novi Ligure (AL), 2012
pp. 146, ill.

 

Gilles Deleuze – Félix Guattari
Kafka. Per una letteratura minore (1975)
traduzione di Alessandro Serra
Quodlibet, Macerata, 1996 (III edizione, 2010)
pp. 153.

 

Gilles Deleuze – Félix Guattari
Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia (1980)
a cura di M. Carboni
traduzione di G. Passerone
Castelvecchi, Roma, 2010
pp. 605.

 

Gilles Deleuze
Critica e clinica
traduzione di A.Panaro
Raffaello Cortina, Milano, 1996
pp. 195.

 

Arturo Schwarz
Man Ray
Giunti, Milano, 1998
pp. 50, ill.

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