“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Sabato, 01 Giugno 2013 02:00

Sepolti tra i libri

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“L’intellettuale si scopre abitante da sempre di un cimitero, quello della letteratura” – scrive Alberto Castoldi in Bibliofollia – “ma è al tempo stesso custode di questo mondo defunto, e quindi in una condizione di liminità, sospeso fra la vita e la morte”: egli si nutre “vampiristicamente” della scrittura defunta e, nel contempo, “la riattiva facendola propria”. Tuttavia – compiendo quest’azione consueta ma innaturale (l’uomo non nasce per leggere, la lettura è un’acquisizione che si apprende, si raffina, ci si impone o si persegue nel tempo) –  egli stesso cede parte della propria vita alla morte perché questa riprenda il respiro: ciò che è scritto è fissato, ciò che è fissato è definitivo, ciò che è definitivo è immodificabile e – come tale – langue trascritto con caratteri immobili eppure ciò che è fissato, definitivo, immodificabile perché trascritto con caratteri immobili riprende fiato, colore, spessore, fa nuova voce fino a sembrare – come uno spettro – di nuovo vitale, presente e tangibile.

La concezione della propria libreria come un cimitero di vite stampate è assai affascinante: gli autori sono i defunti ed i loro nomi sono le iscrizioni che si possono leggere sulle copertine, evidentemente delle lapidi. Ogni tanto ci ricordiamo dell’esistenza di qualcuno che ci è stato caro, che abbiamo conosciuto o con cui crediamo di aver stretto amicizia, ed allora – facendo con le mani ciò che faremmo coi piedi – percorriamo i centimetri dei nostri scaffali come percorreremmo i metri di un camposanto: a destra, a sinistra, ancora a sinistra, poi di nuovo a destra, più in fondo, dietro quell’altra lapide, accanto a questo defunto c’è il defunto che stavamo cercando: guardiamo il titolo che abbiamo scelto porgendo gli occhi come fossero fiori: occhi e fiori sono il segno d’attenzione che volgiamo, di solito, a chi torniamo a trovare.
Se davanti a una tomba provvista di lumini recitiamo le nostre preghiere, poi farfugliamo qualche discorso con la foto che ci fissa ingiallita ed – infine – rendiamo vita alla vita che scorre facendola scorrere per chi s’è fermata, davanti ad un libro compiamo comportamenti non troppo dissimili: recitiamo la nostra devozione all’autore, farfugliamo qualche discorso d’introduzione alla scelta ed – infine – rendiamo vita alla vita che scorre facendola scorrere per chi l’ha fermata scrivendo una storia. “Ti ricordi di zio Giuseppe, di tua cugina Maria, di tuo fratello Roberto?” chiediamo a chi abbiamo nel tumulo; “Ti ricordi di Anna, di Emma, di Renzo e Lucia?” chiediamo a chi dobbiamo il buon libro.
Il silenzio è un assenso: possiamo cominciare il nostro discorso in solitudine.
Ma se la biblioteca tanto somiglia ad un cimitero occorre anche dirsi che, il cimitero, è un luogo altro rispetto al bel mondo. Oltre il cancello passano auto, moto, bambini che rumoreggiano appena usciti da scuola; vecchine trasportano chili di patate e lattughe, fiorai vendono fiori, questuanti fanno la questua, parcheggiatori costringono a parcheggiare dove non è consentito il parcheggio. All’interno del cancello, invece, tutto fila ordinato perché tutto è ordinato ed in fila: uomini e donne in fila infilano viali in fila in cui sono infilate le tombe in cui sono infilati i vestiti in cui erano infilati i corpi di altri uomini e di altre donne. Fuori il caos, dentro l’ordine. Fuori il rovello, dentro il silenzio. Fuori la confusione, dentro la calma. Fuori ciò che batte e che pulsa, dentro ciò che sta fermo e si può controllare, visitandolo quando si vuole.
Ed allora la libreria è sì un cimitero ma un cimitero che si sceglie di avere o di frequentare e, nel quale, ci si rintana ogni tanto, quando è possibile, quando si deve o si vuole. La libreria è un cimitero, ma il cimitero così diventa un rifugio: la libreria finisce per essere un rifugio cimiteriale.
Così Montaigne istituisce – tra sé e il mondo – una stanza che è un guscio di libri: tremilatrecento titoli per circa cinquemila volumi, posti in forma rotonda in modo da circondarlo totalmente: “È di forma rotonda con un solo lato diritto, che mi serve per la mia tavola e per la mia sedia e, curvandosi, viene ad offrirmi, in un solo colpo d’occhio, tutti i miei libri, schierati su cinque file tutt’intorno”. Anche la biblioteca di Winckelmann è di forma circolare: sorge al terzo piano di una torre così da recintare (e ingabbiare, imprigionare, incartare) il suo unico fruitore. In Controcorrente Huysmans va oltre facendo, del soffitto, il dorso di un volume: “Tutto considerato, decise  di far ricoprire le pareti come si rilegano i libri: di marocchino a grana grossa schiacciata, con la pelle del Capo resa lustra da robuste lastre di acciaio sotto un torchio pesante”. Invece il Capitano Nemo di Verne ha una biblioteca composta da dodicimila tomi, a formare un luogo di inabissamento e distanza: “Il mondo – conferma il personaggio – è finito per me il giorno in cui il mio Nautilus si è immerso, per la prima volta, nelle acque. Da allora mi piace credere che l’umanità non abbia più né pensato né scritto null’altro”.
Per accedere alla stanza dei libri di Balzac occorre più di una parola d’ordine da sussurrare a più di un valletto o cameriere-guardiano; la libreria di Flaubert fa della camera di Flaubert una cella monastica, chiusa ad ogni eco e rumore; Zola, invece, s’interroga più e più volte su chi – tra lui e la moglie – morirà  per primo abbandonando la casa ed i libri mentre tanti sono i volumi raccolti e ristretti da Edmond de Gouncourt ch’egli è assalito da un dubbio furioso: entrerà la bara quando la bara dovrà entrare?
Giocando ad alternare uomini e figure letterarie potremmo cominciare da Sartre, che crebbe vivendo tutta la propria infanzia “in mezzo ai libri” dello studio del nonno: “Non ho mai raschiato la terra né sono mai andato a caccia di nidi né ho lanciato pietre agli uccelli. Ma i libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla, la mia campagna”. Per Sartre la libreria familiare “è il mondo colto in uno specchio” e, questo specchio, finisce pertanto per essere il mondo. Proseguendo: Peter Kien, il protagonista di Auto da fé di Elias Canetti, ordina la propria vita ordinando la propria dimora ma, la propria dimora, è una biblioteca personale ordinatissima: venticinquemila volumi foderano dall’interno le quattro pareti di quattro stanze in cui non è previsto alcun altro mobile che non sia funzionale alla lettura, in cui non è prevista alcuna altra persona che infastidisca o interrompa l’atto del leggere. Continuiamo il gioco con la casa di Pontiggia che – pari a un cimitero che necessita di altro terreno per i nuovi morti – necessita di stanze e appartamenti contigui per i nuovi volumi: d’intorno la narrativa straniera e la saggistica, al piano di sopra la letteratura dei secoli precedenti, nell’appartamento di sotto i tomi di linguistica e storia, nella portineria (strappata al portiere per divenire, da luogo vivo, un luogo di sepoltura e silenzio) i libri geografici e di cultura orientale, nella cantina il Novecento italiano.
Proseguiamo ancora col pressatore di libri di Hrabal (così simile ad un vero bibliotecario, il seicentesco Antonio Magliabechi che riempì tanto la casa di libri da costringersi a dormire, negli ultimi anni di vita, su di una sedia): egli, infatti, si ripone tra la carta, finendo accucciato tra i titoli, murato tra le copertine, pressato egli stesso: “Ogni giorno, a sera, mi porto a casa nella borsa i libri e la mia casa al secondo piano di Holešovice è colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c’è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water all’altezza di un metro e cinquanta già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri, basta un unico movimento nel sedersi, basta un imprudente gesto in alto e io urto la trave portante e mi stritola coi calzoni abbassati. Ma anche qui non si può aggiungere nemmeno un libro, e così nella camera, sopra i due letti vicini, ho fatto mettere travi e tavole portanti sui quali sono allineati fino al soffitto libri, due tonnellate di libri ho portato a casa in questi trentacinque anni, e mentre mi addormento, due quintali di libri opprimono come un incubo di venti tonnellate il mio sognare e, a volte, quando mi giro senza fare attenzione oppure caccio un urlo dormendo e ho un sussulto, ascolto con terrore come i libri slittano”.
Finiamo leggendo la seguente iscrizione, posta sulla lastra di pietra de Il bibliomane di Nodier, morto a mezzanotte “stringendo amorosamente tra le mani” i suoi tomi: “Qui giace / sotto la sua rilegatura in legno / un esemplare in-folio / della migliore edizione / dell’uomo / scritta in una lingua / dell’età dell’oro / che il mondo non comprende più. / Oggi è / un libro / sciupato / macchiato / scompagnato / dal frontespizio imperfetto / intaccato dai vermi / e imputridito. / Per lui non osiamo sperare / gli onori tardivi / e inutili / della ristampa”.
Dunque siamo passati dalla libreria come cimitero degli altri alla libreria come proprio cimitero: visitando i seppelliti finiamo seppelliti tra i seppelliti. Chi verrà a trovarci?
Forse l’ultimo passo da compiere è guardare il volto di colui che giungerà a scavare tra le carte che ci ricopriranno, riconoscendo la nostra identità nel fosso in cui noi stessi ci siamo calati e, dal quale, abbiamo perduto la visione del cielo.
“Era la biblioteca di un lettore coltissimo e raffinato, che possedeva soprattutto libri di letteratura in rare o belle edizioni, nemmeno un incunabolo, scarse cinquecentine: testi antichi in edizioni critiche. Il meglio dei libri consisteva in edizioni di pregio, originali, dal Settecento in poi. Dall’Alfieri agli Ossi di seppia nella prima di Gobetti, passando per le più rare di Leopardi e di Manzoni, tra cui la rarissima copia dei Promessi Sposi del ’40. Tuttavia il suo poeta era stato Gozzano, di cui possedeva non solo La via del rifugio di Streglio con dedica, ma anche bozze corrette dei suoi studi sulle farfalle. E poi le riviste del Novecento, da Lacerba a Solaria”.
Chi scrive è Alberto Vigevani, tra i più importanti librai antiquari italiani: egli visita, post mortem, la stanza-rifugio-cimitero di Tom Antonicelli: uomo “in preda al furore della ricerca”, scruta, passa in rassegna, studia e carezza, sceglie e contempla, valuta e ricostruisce, pondera e cataloga, riordina e sistema questo cumulo di ordinate zolle di carta che ricoprono – fino a nasconderlo tutto – il corpo di colui che oramai non è più. Alberto Vigevani è il simbolo del libraio-più-libraio-di-tutti-i-librai: altro dal commesso delle grandi catene (forma anestetica della vendita di ciò che richiederebbe calore), il libraio antiquario – invitato o intruso – penetra tra le carcasse di grandi scaffalature in disuso, misura con gli occhi l’ampiezza della stanza, calcola d’immediato la massa di dorsi presenti, adocchia e separa i colori di edizioni diverse, sposta la polvere (talora respirandola tutta) e comincia a valutare e rivalutare ciò che ha tra le mani. Vedibile come un cercatore di cianfrusaglie tra i resti, questo libraio compie invece un’opera assai meritoria: libera di terra (ovvero di carta) chi dalla terra (ovvero dalla carta) è finito sepolto e permette ad altri in cerca di terra (ovvero di carta) di seppellirsi di terra (ovvero di carta). Egli compra, stringe, trasporta, rivende, rilascia la carta con cui formare la propria libreria ovvero la terra con cui formare il proprio rifugio, la propria tana, la propria tomba.
Recuperando e rivendendo “I libri che da tanto tempo hai in programma di leggere; i libri che da anni cercavi senza trovarli; i libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento; i libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza; i libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate; i libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale; i libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente artificiale” (Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore), egli contribuisce e partecipa così alla grande tumulazione di chi – tumulando i volumi tra le mensole – dai volumi finisce tumulato. “Ecco” – direbbe Benjamin – “che tutto quello che è ricordato, pensato, saputo, letto e riletto più volte, si trasforma in basamento, cornice, in piedistallo, sigillo”.
In cimitero.

 

 

 

 

Alberto Castoldi
Bibliofollia
Bruno Mondadori, Milano, 2006
pp. 152

 

AA.VV.
Storie di libri. Amati, misteriosi, maledetti
a cura di Giovanni Casalegno
Einaudi, Torino, 2011
pp. 348

 

Jacques Bonnet
I fantasmi delle biblioteche
traduzione di Roberta Ferrara
Sellerio, Palermo, 2009
pp. 145

 

Alberto Vigevani
La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo
Palermo, Sellerio, 2000
pp. 310

 

Giuseppe Marcenaro
Libri. Storie di passioni, manie e infamie
Bruno Mondadori, Milano, 2010
pp. 152

 

Giuseppe Marcenaro
Ammirabili e Freaks
Aragno, Roma, 2010
pp. 260

 

Bohumil Hrabal
Una solitudine troppo rumorosa
traduzione di Sergio Corduas
Einaudi, Torino, 2002
pp. 118

 

Italo Calvino
Se una notte d’inverno un viaggiatore
Mondadori, Milano, 2000
pp. 364

 

Michel de Montaigne
Saggi
a cura di Fausta Garavini
Adelphi, Milano, 2002
pp. 1596

 

Joris-Karl Huysmans
Controcorrente
traduzione di Camillo Sbarbaro
Garzanti, Milano, 2008
pp. 222

 

Elias Canetti
Auto da fé
traduzione di Bianca Zagari, Luciano Zagari
Milano, Adelphi, 2001
pp. 548

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