“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 18 Marzo 2022 00:00

Il suono della luce, il respiro del cosmo e l’eterno

Scritto da 

Senza il mio nome di Adriana Gloria Marigo è una raccolta di poesie che richiede l’esercizio di una lettura che sappia cogliere l’istanza lirica dentro il rigore di una scrittura contratta ed espansa; e questo è dovuto alla misura di un punto di vista che penetra negli interstizi delle parvenze cosmiche, mettendole in luce attraverso una serie di scorci provvisti di risonanze grandiose e passaggi obliqui – o quasi, pertugi e strettoie che provvedono un alveo rovente, in grado di veicolare la materia sonora mediante uno sguardo diretto a un punto di vista assoluto.

Accade allora che il timbro originale dell’opera non possa essere messo in discussione, e richieda l’ascolto più attento di alcune inflessioni esemplari; e a questo scopo, intendiamo prendere in esame le seguenti poesie.  

Parte I, senza titolo, p. 19: “O luce, declina di stupore / arrendici alla frequenza d’onda / fulgidi d’equidistanza dall’ombra // dà il terrore per il buio / senz’arte, gemina dell’eterno, / incoronaci nel tempo del tempio”.

La luce in questa lirica assume la fisionomia della presenza assoluta, “gemina dell’eterno”: si tratta dunque di un elemento che viene legato alla dimensione eterna, secondo lo scarto dovuto alla figura di un legame gemellare, che è segno di identità e al contempo di differenza. Dunque non abbiamo una luce che venga emanata da qualche fonte palese o ignota e discenda da un cielo avvertito o presentito nelle sue falde remote o nel suo vertice inaccessibile, ma il dominio immanente di una sostanza che ha un peso ed occupa uno spazio; e questa sorta di consistenza si avvale di elementi fisici e matematici quali la frequenza d’onda o l’equidistanza tra l’ombra e la sua dimensione, rendendo possibile la visione di un ambito del sacro, concepito nei termini di una immacolata concezione o di una gloriosa resurrezione che investono il nostro essere, incoronato nel “tempo del tempio”.
Ma questo accostamento dei due elementi, se da un lato conferma e riempie la variabile dello spazio occupato dallo splendore della luce e dalla sostanza regale della sua essenza di perfezione – e procura un nitore scultoreo e architettonico al simbolo dominante della poesia − da un altro lato unisce il suono alchemico delle parole impiegate, che vengono a delimitare la forma di un’unità tessuta dalla sostanza della parola; e sotto questo profilo, il risuonare delle parole investite oltrepassa lo stesso significato del loro indice di allusione, rendendo palese la vastità di un mistero il qual è tessuto dalla medesima rivelazione, dovuta al connubio tra suono linguistico, tempra sonora della luce e forma materiale del luogo che accoglie e riveste il dominio del sacro. E in particolare, la parola allora non deve essere concepita come una forma significante provvista di un elemento di suggestione subordinato al requisito di un senso che possa chiarificare il suo importo, distendendolo nella norma dovuta allo scarto tra questi due piani: la forza del suono che anima la parola e la sua dirompenza mettono in gioco un carattere di sostanza che illumina e investe il significato essenziale della poesia; e nel verso finale, abbiamo una cadenza che porta all’estremo tale funzione, imponendo in qualche maniera alla sembianza eterna del “tempo del tempio” una figura sonora dovuta al connubio o alla linea di convergenza tra gli elementi linguistici, la quale richiede di porsi in ascolto del senso lasciandosi attraversare dalla sferza del suono irradiato dalle parole. 

Parte I, Amor Coeli,  p. 25: “Sovrastati dal suono della luce / non ci trattengono basse correnti / dove motteggia sempre vero // il tonfo della specie // bassura transitiva di minimo / non accettabile all’inquieto / malleolo in danza”.

In questa poesia quella immedesimazione tra il suono delle parole e la luce dell’eterno che viene indicata dalla lirica precedente si incarna nella figura letterale del “suono della luce”, rispetto al quale la qualifica di “vero” assume una proporzione inferiore, in modo da consegnare questo aggettivo alla gravità animale del “tonfo della specie”; e in questo modo, gli esseri incoronati dalla luce nei versi che abbiamo letto assumono adesso la figura di quella creatura che è atta alla danza; e l’“inquieto malleolo” che levita al di sopra delle “basse correnti” mette in gioco la sembianza aerea e cristallina delle libere volute di un estro il quale si libera dal nuovo equivalente del buio, procurato dal greve esito ponderale della specie, che sembra rappresentare quella mancanza dell’arte che era legata al buio medesimo. E questa volta la luce, sotto le specie del suono che la propaga e procura il suo fondamento, invece di avvolgere il tutto con la sua vastità senza limiti – e invece di concentrarsi nel “tempo del tempio” − sovrasta le creature che si rivolgono al suo indirizzo, creando una grandiosa dicotomia tra la sfera verticale dell’altezza che investe colui che ascolta il suono del suo fragore – ed assorbe il suo balsamo − e la “bassura transitiva di minimo”; e in quest’ultima si accenna al divenire delle transizioni o dei passaggi che appartengono alla specie dell’uomo ed al suo essere materiale e animale, facendo valere uno scarto e una sorta di contrappunto fra questa traccia dinamica e “l’inquieto malleolo in danza”. Così la movenza di questo malleolo prende il posto dell’essere incoronato con il quale in precedenza avevamo concluso; e in questo caso invece della fermezza statuaria che ritrae gli sponsali celebrati nel tempio del tempo e dentro la sua sostanza di luce, abbiamo il movimento di spinta che sfrutta forse il terreno rispetto al quale deve trovare la via di una liberazione, in modo da congiungersi con la nuova figurazione dell’eterno, la quale attrae coloro che amano il suo richiamo nel cuore della sua dimensione. Possiamo dire così che in questa poesia abbiamo quella linea dinamica che nella precedente era vietata; allora infatti eravamo di fronte all’ambito monolitico di una immanenza capace di arrendere la creatura dentro il suo attimo portentoso e di inondarla con la sua forza una volta per sempre; e invece, in questa circostanza abbiamo la divisione in due sfere che si distinguono con precisione, nonché uno scarto od un varco che rende possibile l’intreccio di due opposte movenze.

Parte II, Emersa la terra alla luce, p. 41: “Emersa la terra alla luce / tutta si coprì di pietra verticale / abissi oceanidi / sfolgorii correnti di fiumi // del verde orizzontale / rifugio a dure zolle / erbivori, animali alati // a creature che nei frammenti / del tempo si dissero / in lume di ragione”.

In questo caso la luce, sia pure attraverso la sua dimensione sovrana, si definisce mediante lo stesso movimento del cosmo: essa genera forse la sostanza della realtà cosmica, e al contempo induce una sorta di epifania universale, che è legata alla sua mansione di levatrice; ed è così che all’apice della sua disposizione genetica assume la veste del “lume di ragione”: a partire dalla sua energia originaria o dalla sua forza dispensatrice che investe ogni elemento, tempera  la sua misura sino ad assumere la sembianza del logos umano, attraverso il quale gli esseri pienamente coscienti divengono tali, mettendo in gioco l’evento della espressione e della comunicazione (laddove abbiamo le “creature che nei frammenti del tempo si dissero in lume di ragione”).

E ancora, parte III, senza titolo, p. 57: “Sparsi gli anni antelucani / nell’iride agemina, mostravi / il palmo della mano dinnanzi / al mare per il quale tremi. // Tutte le monadi in seduta / plenaria nel punto esatto / di minima distanza inspirai // espirai il maestrale / delle tue orbite gaudiose / fini di materia trina”.

Questo scorcio evoca la luce attraverso la sua condizione anteriore, segnando un’origine che si lega in qualche modo al tema della genesi cosmica, e raffigura la condizione dell’occhio, in quanto organo della vista il quale dispone il suo riflesso e la sua materia preziosa mettendo in gioco la funzione di sintesi dello sguardo; e la messa in luce dello sguardo medesimo lascia emergere la sintesi ulteriore della coscienza articolata nel variegato tessuto cosmico dei centri psichici e viventi (“Tutte le monadi”), che circoscrivono l’universo nel luogo del loro afflato; e inoltre il respiro dell’universo stesso viene assunto nella scansione della inspirazione e della espirazione, profilando l’evento grandioso dell’empatia universale (“Tutte le monadi in seduta plenaria / nel punto esatto / di minima distanza inspirai”), e al contempo la eco della risposta centrifuga − la quale restituisce con voluttà quello che è assimilato mediante l’esalazione della materia raccolta ed espressa in un vento, che esprime a sua volta il giubilo di una esperienza possente.

In queste poesie possiamo allora dire di avere la seguente linea di sviluppo: a partire dalla contemplazione vibrante e immota dovuta al portento di una immanenza aurea, statuaria e avvolgente che incide la sua valenza nella coniugazione di tempo ed eterno, emerge la divisione nei due regni del sovrastante suono di luce e della gravità della specie, solvendo in un moto di danza il loro rapporto discorde; e ancora, in seguito a questo passaggio da una visione compatta, sfolgorante ed immota a un movimento il quale si libra al di sopra di quanto è grave e trascina nella bassura, emerge il punto di vista di una genesi cosmica che si esprime in un ritorno di luce, giustificato adesso da una lirica esplicazione delle ragioni reali, e infine si affaccia il principio della espressione e della comunicazione (“Tutte le monadi in seduta plenaria”); e quest’ultimo conclude tutto il percorso nel moto di una respirazione che compendia forse il dominio dell’assoluto  nel solco umano delle parvenze alle quali è affidato l’essere responsabile. Ma quest’ultimo viene posto a tema per quanto riguarda il dono supremo della scansione tra inspirazione ed espirazione, attraverso il quale la stessa genesi cosmica perviene al cuore del suo orizzonte definitivo.  





Adriana Gloria Marigo

Senza il mio nome
con una nota di Flaminia Cruciani e una prefazione di Geo Vasile
Campanotto Editore, Pasian di Prato (PO), 2015
pp. 73

Lascia un commento

Sostieni


Facebook