“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Sabato, 06 Novembre 2021 00:00

Cos’è successo alla bellezza?

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A lungo si è guardato alla bellezza considerandola una sorta di fine ultimo a cui doveva ambire la pratica artistica tanto da indurre a giudicare quest’ultima in funzione del livello di bellezza espresso. In un suo libro, uscito in lingua inglese in apertura di millennio, ora tradotto da Caterina Italia per Postmedia Books, il critico d’arte e filosofo Arthur Danto sostiene che da qualche tempo a questa parte le cose sembrano essere radicalmente cambiate tanto che in ambito artistico si guarda alla bellezza, o almeno a quella tradizionale, come a un intruso.

E quando la sua presenza nell’opera d’arte non è vista come un vero e proprio tradimento del ruolo autentico dell’artista, si preferisce ricercare la bellezza nell’apparentemente disgustoso o grottesco ove, in sostanza, precedentemente non la si sarebbe individuata.
Ne L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box (Postmedia Books, 2008) Arthur Danto riflette  sui motivi che hanno condotto a questa sorta di ribellione nei confronti della bellezza soffermandosi tanto sulle giuste ragioni che mossero le avanguardie a spodestarla, quanto sulla essenzialità della bellezza nella vita umana, dunque sulla transitorietà della sua esclusione.
Scrive acutamente, come suo solito, Marco Senaldi, nella breve ma densa introduzione all’edizione italiana da lui stesa: “La cosa davvero sorprendente è che oggi – nonostante il disinteresse anche verso il brutto come semplice inversione del Bello – la bellezza, il ‘fascino estetico’, non è semplicemente ‘morto’, ma risorge in forma spettrale, come il concetto limite del quale una compiuta filosofia dell’arte ‘dopo la morte dell’arte’ non può fare completamente a meno. In altre parole, il fantasma della bellezza, per non dire il suo enigma, ci perseguitano al punto che il ‘vero enigma’ non è tanto il fatto che la bellezza sia sparita, ma piuttosto l’esatto contrario, il perché non sia morta del tutto”.
A partire dall’esempio della celebre Brillo Box di Andy Warhol, esposta la prima volta nel 1964 – una scatola di cartone per spedizioni –, Danto riflette sull’incidenza del contesto storico-culturale sullo status di un oggetto in quanto arte e si sofferma sulla demitizzazione della bellezza operata dall’avanguardia intrattabile dada che rifiutò, sbattendo la porta, di prestarsi alla produzione del bello per soddisfare i responsabili della carneficina bellica. L’avanguardia intrattabile ha contribuito “a dimostrare che la bellezza non faceva parte del concetto di arte, che l’arte non dipendeva dalla sua presenza”. Il passo successivo è stato mosso dalle nuove avanguardie degli anni Sessanta votate a portare avanti il superamento del divario tra arte e vita.
Ed è proprio la generazione che si è formata negli anni Sessanta, che tende a vedere l’arte come strumento politico e sociale, a curare le mostre degli anni Novanta in cui i confini tra arte e cultura visiva sembrano essersi fatti davvero molto labili. Un video come quello dell’infame aggressione della polizia di Los Angeles a Rodney King viene  trasmesso in loop in una mostra d’arte senza che ci si ponga il problema della sua artisticità, visto che a interessare è piuttosto la sua funzione culturale. Negli ultimi decenni, sostiene Danto, “nei musei si sono sviluppati due modelli culturali: il modello dell’apprezzamento artistico e quello della comprensione culturale. Con il secondo  l’arte viene vista come tramite per una conoscenza di una cultura; nel primo modello l’arte è oggetto di conoscenza, è la conoscenza dell’arte in quanto tale, e questo spesso significa arrivare alla comprensione delle opere annotando le loro caratteristiche formali”.
Soffermandosi dunque sulla Biennale del Whitney del 1993, costellata da opere di denuncia “rabbiosamente politiche”, lo studioso evidenzia come, in fin dei conti, questa si sia data come obiettivo quello di mostrare al pubblico l’impegno in ambito sociale e politico di molti artisti statunitensi invitando gli stessi visitatori a rimboccarsi le maniche per cambiare quella società ingiusta di cui dopotutto facevano parte. Il coinvolgimento del pubblico avveniva sin dall’entrata con la richiesta di applicare sulla giacca un distintivo di impegno politico-civile. I visitatori però, sottolinea lo studioso, non si erano presentati alla mostra per quello. Non era ciò che si attendevano da un museo, “non erano questi il museo o l’arte che volevano”. Non a caso, è in quello stesso anno, il 1993, che il Dipartimento di Storia dell’arte dell’Università del Texas ad Austin decise di promuovere una conferenza incentrata sul quesito “Cos’è successo alla bellezza?”.
Insomma, l’arte con la bellezza, ricercata o rifiutata, sembra destinata a dover fare i conti ed è proprio sul complesso rapporto tra arte e bellezza che si dipanano le riflessioni di Danto lungo tutto il volume facendo riferimento soprattutto al contesto statunitense. In tutti i modi, come scrive Senaldi nell’introduzione al volume, “l’ingresso nella contemporaneità implica che non possiamo più semplicemente fare uso della bellezza, siamo costretti a distorcere ogni rapporto equilibrato col bello – siamo, per così dire, condannati all’eccesso, al disequilibrio, alla violazione di senso e all’abuso”.





Arthur Danto
L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box
introduzione di Marco Senaldi
Postmedia Books, Milano, 2008
pp. 200

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