“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Mercoledì, 22 Maggio 2013 02:00

I testi segreti di Marguerite Duras

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Nel bailamme di cose fatte, filmate o scritte scegliamo della Duras questo piccolo libro, Testi segreti, uscito per la Feltrinelli nel 1987 e composto da tre racconti: L'uomo seduto nel corridoio, L'uomo atlantico, La malattia della morte.
Marguerite Duras (1914-1996) dal 1979 entra in depressione, chiusa in una solitudine muta, orribile, trascorre le sue giornate bevendo o scrivendo lunghissime lettere a un immaginario destinatario. Un escamotage che l’avrebbe forse portata a scrivere un romanzo epistolare? Non voleva più vivere, ecco tutto, aveva già scritto molto e aveva alle spalle diciannove film come regista o sceneggiatrice e trenta libri: non aveva sentimenti per nessuno, soprattutto si detestava, mai paga, mai soddisfatta di niente.

Il postino comincia a portarle pacchi e pacchi di lettere di uno studente di filosofia omosessuale, Yann Andréa, e lei risponde in modo sempre più ossessivo. Si conoscono, vivono insieme, è l'ultimo amore della Duras ("È solo a favore dei disperati che ci è data la speranza" direbbe Walter Benjamin).
Nel primo racconto, l'autrice scrive: "Vedo che lei si muove e sta per superare i tre passi che la separano dall'uomo. Vedo ancora che lui abbozza un moto di fuga e ricade nella poltrona. Poi non vedo più niente, solo i fatti. Lei gli è arrivata vicino, si è accovacciata fra le sue gambe e guarda 'lui', 'lui' soltanto, nell'ombra che a sua volta lei gli fa con il corpo. Con cura lo mette a nudo nella sua totalità. Scosta il rivestimento. Ne estrae le parti più segrete. Si allontana leggermente, lo mette in luce. 
Vedo che l'uomo ha abbassato la testa e lo guarda, guarda insieme alla donna quello spettacolo di sé. 'Lui' continua a pulsare, palpita al ritmo del cuore. Attraverso la delicatezza della pelle che lo ricopre si dispiega cupa la rete del sangue. È pieno di piacere, riempito di piacere più di quanto non possa, e così insufficiente a contenere se stesso che si esita ad impugnarlo.
L'uomo e la donna lo guardano, insieme. E mentre guardano non fanno alcun gesto, ancora non lo toccano".
Sfacciata Duras, o disperata non importa, solo se facessimo dell'ironia spicciola potremmo trovare "scostumato" questo pezzo, c'è per verità un limite all'Eros o forse no, ricorda il romanzo Io e lui di Alberto Moravia, dove il protagonista parla con il suo organo sessuale ma con maggiore comicità, forse.
Invece L'uomo atlantico racconta di una giovane donna che si ritrova sola sulle coste della Normandia. Abbandonata dall’uomo che ama, evoca il dolore che prova nel vivere questa situazione. "Mi è sembrato che se avessi accettato che uscisse un film del genere, foss’anche in un’unica sala, sarei stata tenuta a mettere in guardia la gente sulla sua natura e consigliare ad alcuni di evitare proprio di vederlo, l’Homme atlantique, anzi di fuggirlo, mentre ad altri di vederlo assolutamente, a tutti i costi, perché la vita è breve e rapida, come un istante" (Marguerite Duras, Les Yeux verts, Cahiers du cinéma, 1980). Questo è il film diretto dalla scrittrice, il racconto è più stringato e, a riguardo, c'è anche una pièce teatrale in Italia con Licia Maglietta, attrice napoletana, che "è un concentrato di poetica, mirabilmente messo in campo con un fraseggio asciutto, limpido, all'osso, dove memoria soggettiva, introspezione, proiezione, narcisismo e autolesionismo psicologico si intrecciano assieme a un desiderio autentico e frustrato di adesione ai sentimenti, ad una ricerca di completamento con l'altro che tramite la dimensione corporea, carnale, marcatamente erotica sebbene mai sboccata, mai banale, trova la via primaria per esprimersi e attuarsi" (pezzo tratto da http://www.caffeeuropa.it/attualita03/160teatro-atlantico.html).
La Duras incalza: "Per cancellare l’orgoglio, la miseria, l’ingiustizia, il degrado sociale e razziale, la malvagità di chi si è messo al servizio della droga, di chi decanta il sadismo della propria agiata condizione sociale, di chi affonda nel liquame della prostituzione la propria depravazione spirituale. L’ombra delle emozioni non dà tregua a nessun passato e a nessun presente. Per il futuro, c’è la dolcezza della morte." Tutto un aforismario la scrittrice, che muove l'anima e incanta, ma a volte stucca, tanto è seriosa, anche da alcolizzata.
"Scrivere" – così commenta Enzo Schiavi (http://www.literary.it/dati/literary/s/schiavi_enzo/testi_segreti.html) – "è descrivere la noia, l’attesa, il deserto dell’esistenza. Ed è anche rompere la noia, l’attesa, l’aridità del deserto, immettendo fatti che vanno al di sopra di ogni scontata normalità. Al di sopra di ogni testimonianza. Al di sopra di ogni impenetrabilità, realtà, irrealtà, indagine, chiarezza, certezza".
Leggiamo ancora dall'ultimo testo, La malattia della morte: "Provare… Che cosa? Ad amare. Che cosa ancora? Dormire sul sesso acquietato; là, dove tutto è ignoto. Piangere là, in quel punto del mondo. Anche me vorreste? Sì".
La relazione con Yann Andréa non l'ha resa felice. La scrittura della Duras o la si ama o la si odia. È una malattia, come il racconto.
Ancora Enzo Schiavi, che conclude così: "Questa è la realtà della morte, secondo Marguerite Duras. Non incominciare mai. Non incominciare mai ad amare. O meglio: avere paura di incominciare ad amare. Per non ascoltare – mai – il grido pazzo dei gabbiani affamati".
Ma ora basta, non se ne può più.

 

 

 

Marguerite Duras
Testi segreti
Feltrinelli, Milano, 1987
pp. 73

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