“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Giovedì, 18 Marzo 2021 00:00

Tra logica e morale. A partire da un funerale

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Non capirò mai perché, ai funerali, cercano sempre di farci credere che c’è una vita dopo la morte e che il defunto, da vivo, non aveva difetti. Se esistesse davvero un Dio misericordioso, sarebbe lecito domandarsi in virtù di quale capriccio ci lasci ad aspettare per decenni in questa valle di lacrime prima di concederci la vita eterna; e se davvero gli uomini si comportassero in modo così virtuoso come ci viene detto a posteriori, allora l’umanità non conoscerebbe né le guerre né le ingiustizie che affliggono gli animi sensibili.


Vi sarà capitato di immedesimarvi in qualche personaggio di un libro come è successo a me, sin dalle prime righe, con il narratore di Fila dritto, gira in tondo di Emmanuel Venet, scrittore e psichiatra francese.
A raccontare è un uomo di oltre quarantacinque anni e la vicenda si svolge interamente nella sua testa. No, non c’entra niente la follia. È sì affetto da una sindrome, ma quella di Asperger che non comporta ritardi linguistici o intellettivi. Lo troviamo, lui, seduto su una panca di una chiesa durante un funerale, quello di sua nonna Marguerite.
Proprio su questa panca comincia la sua lunga riflessione silenziosa che ha esattamente la durata del funerale ed è lo stratagemma scelto dall’autore per raccontare la storia di una famiglia, “né peggiore né migliore di qualsiasi altra” scrive Éric Chevillard nella prefazione, ma su questo punto mi permetto di dissentire.
Il nostro narratore ama la verità, anche se non è un fanatico del vero, infatti comprende la scelta di truccare una salma per renderla presentabile, ma da qui a far passare i defunti per persone completamente diverse da ciò che sono stati in vita lo scarto è inaccettabile. Segue la logica nel ragionamento ed è asociognosico, incapace di piegarsi ai compromessi, alle convenzioni sociali e all’arbitrarietà dell’onestà. La sua non è una scelta ma qualcosa di imposto, per fortuna o sfortuna, e sono sicura che sul piano teorico siamo tutti concordi nel dire che la verità è meglio di una menzogna, che non bisogna scendere a compromessi nella vita e non interessarsi del giudizio altrui, ma nei fatti cadiamo nell’irrazionale, nelle convenzioni sociali per evitare pettegolezzi o perché troppo immersi in questa società, e tendiamo a essere magnanimi e inclini alla bugia “a fin di bene”. Ma per il bene di chi?
Per tornare alla mia identificazione con il narratore, io mi colloco nella parte del “tutti” con qualche virata verso il narratore. Sono allergica ai funerali, ai sermoni e alla solita solfa del “il nostro viaggio sulla terra ha come obiettivo quello di arrivare a Dio dopo la morte” per mie personali convinzioni sulla Chiesa e i riti collegati alla religione. Non ho mai partecipato a un funerale di quelli che si vedono nei film americani in cui parenti e amici preparano discorsi sul defunto, ma sono certa che mi ripugnerebbero esattamente come accade nel libro. Immaginate di sentir parlare di vostra nonna da un’officiante pagata per piangere e tessere le lodi di una persona che in vita non ha portato altro che sofferenza! Un affronto per chi, invece, avrebbe meritato una vita felice e almeno una celebrazione di tutto rispetto, come il nonno del protagonista, uno dei più grandi ingegneri del Genio Civile al mondo. Ma la storia della nonna è solo una piccola parte di questo “gioco al massacro” del narratore, il punto di partenza di una storia familiare ricca di sotterfugi, silenzi, errori, dolori e ipocrisia.

Negli ultimi cinque anni sono andata a trovarla solo per farle gli auguri il primo gennaio, un gesto ipocrita che mi ripugnava ma riguardo al quale mio padre era assolutamente inflessibile, e sono sollevato che sia morta una settimana prima del suo centesimo compleanno, perché altrimenti sarei stato costretto a partecipare al banchetto programmato in suo onore.


Non riesco a immaginare un mondo privo di bugie e omissioni. La verità sempre è complicata da sostenere. O forse, a lungo andare, migliorerebbe la vita di ognuno di noi sapere di poter dire tutto quello che pensiamo senza ritorsioni e ricevere uguale trattamento così da evitare inutili ansie e pensieri distorti e lontani dalla realtà. Pensiamo anche a cosa comporterebbe un mondo senza ipocrisia. Certo, qui il narratore tenero non è, ma non posso nascondere che eviterei anche io inutili pranzi annuali colmi di finzione con persone che per 364 giorni non senti e non vedi.

Mi piacciono i disastri aerei perché obbediscono sempre a una logica ben precisa che si può comprendere a partire da indizi a volte molto esili; e mi piace lo Scrabble perché sposta in secondo piano la questione del significato delle parole e permette di ottenere praticamente lo stesso punteggio con “soffocare” o “ventilare”.

Sorretto dalla logica, il narratore ha una vera ossessione per i disastri aerei di cui conosce ogni dettaglio, una mole di informazioni per noi superflue e un’intelligenza mal spesa. I disastri aerei hanno tutti una spiegazione, una mancanza evitabile che porta logicamente a un finale tragico. Un po’ come la sua vita, costellata di fallimenti relazionali per piccole mancanze o errori non voluti.  Succede così con Sophie, unica donna che ha mai amato dal primo incontro al liceo. Un amore assoluto ma sempre e solo sognato. Un loro avvicinamento tardivo ha portato a un finale impensabile: Sophie ha un figlio affetto da fibrosi cistica, un divorzio alle spalle e una carriera cinematografica interrotta troppo presto. Dalle poche mail di scambio il narratore comprende la sofferenza di questa donna e le dà un consiglio su come affrontare la malattia del figlio. Da qui ci saranno inevitabili conseguenze. Ecco a cosa porta la verità e la mancanza di tatto e di capacità di rapportarsi agli altri nel mondo di oggi.
Anche lo Scrabble funziona allo stesso modo: le parole diventano meri strumenti per accumulare punteggio, sono svuotate di ogni significato. Mentre il narratore segue schemi e percorsi logici anche nel linguaggio e nei rapporti con gli altri che lo portano quindi a scontrarsi con la morale, la difficoltà di affrontare la realtà, noi ci accorgiamo di quanto il nostro linguaggio sia limitante perché siamo noi a dargli significati, interpretazioni, sfumature oltre a non essere abbastanza per descrivere il mondo, le sensazioni, i sentimenti e le idee.
Lascio ai lettori il divertimento di scoprire la storia di questa famiglia insieme agli interrogativi che l’autore pone in questo breve romanzo: siamo il risultato di azioni concrete o un insieme di interpretazioni interne ed esterne? 





Emmanuel Venet

Fila dritto, gira in tondo
traduzione Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco
postfazione Éric Chevillard
Prehistorica Editore, Valeggio sul Mincio (VR), 2021
pp. 175

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