“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Martedì, 22 Dicembre 2020 00:00

Lagioia: ferocia nella città dei vivi

Scritto da 

Una trentina d’anni fa, una gragnola di bottiglie di vodka piovve su una via di Bari terrorizzando i passanti. In particolare una ragazza, che quasi ci lasciava la pelle, individuò il terrazzo da cui volavano i proiettili di vetro, salì e prese per il collo il cecchino, un adolescente ubriaco fradicio che qualche decennio dopo sarebbe diventato uno degli scrittori più prestigiosi e influenti dell’attuale panorama letterario nazionale. Questa scenetta è un intermezzo tutto sommato gustoso, l’unico momento a suo modo divertente in un libro che tocca ben altri livelli di cupezza, La città dei vivi, scritto dall’ormai ex adolescente che gettava bottiglie dal terrazzo, Nicola Lagioia.

Lagioia sta raccontando uno dei fatti di cronaca più raccapriccianti di questi anni, l’assassinio del giovane Luca Varani perpetrato, dopo infinite torture, da due ragazzi della Roma bene, quando a un tratto parte lo stralcio autobiografico, utile appunto a ricordare una fase della vita dell’autore in cui più da vicino si è sfiorata la tragedia che lo avrebbe sbattuto in cronaca sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Ben prima dello Strega, Lagioia sarebbe potuto passare per orco. Il ritratto dell’artista da giovane, infatti, ce lo mostra che beve e scaglia bottiglie come sassolini. Rischiò di sfregiare una donna, far deragliare un treno e addirittura passare per l’assassino di un tale Umberto Eco. Ma blocchiamo qui l’unico spoiler possibile in un libro il cui filo narrativo principale sappiamo come va tristemente a finire.
La scena, dicevamo, è divertente, ma è soprattutto una dichiarazione d’intenti al lettore. In un momento storico in cui si anatomizza e si polemizza con la cronaca nera, perché non darebbe il giusto peso e spazio grafico (nell’economia del giornale) alle ragioni della vittima (ne abbiamo parlato qui un paio d’anni fa), Nicola Lagioia scrive un lungo magnifico pezzo di letteratura non-fictional che non si può dire squilibrato dal lato dei carnefici, ma dove i carnefici hanno certamente l’attenzione che meritano, perché è proprio la devianza a deviare il nostro sguardo sin dai tempi di Aristotele. E poi, al contrario del cittadino medio, che si sente potenziale vittima, lo scrittore scorge una somiglianza inquietante nel boia e lo dice a chiare lettere:

“Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile avere paura del contrario. Preghiamo Dio o il destino di non farci trovare per strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?
È sempre: ti prego, fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo”.

Secondo una certa idea sempre più moralistica, quest’operazione significherebbe una pericolosa immedesimazione con il criminale e conseguente calo del rispetto per la vittima. Ma la letteratura è sempre una walk on the wild side e le letture moraleggianti hanno spesso effetti più perversi delle perversioni letterarie. Non a caso, termini come famigliare e famigliarità ricorrono spesso in questo libro e si fanno notare anche perché l’autore opta per il trigramma “gli”, meno usato e un po’ meno... familiare. In fondo è proprio di questo che si tratta, di una storia famigliare e al tempo stesso un po’ estranea, unheimliche e perturbante in termini classicamente freudiani.
Quando in Italia, con cadenza periodica interrotta solo dal recente prosciugamento pandemico delle notizie, ci accapigliamo per un lavoro giornalistico che, stando alle accuse, sarebbe sospetto di favoreggiamento intellettuale nei confronti del boia di turno, qualcuno si ricorda sempre di far notare che, a voler seguire la pia precettistica di buona volontà, Truman Capote non avrebbe mai scritto A sangue freddo. Ebbene La città dei vivi è proprio un libro scritto “a sangue freddo”, con la premeditazione degli assassini e degli scrittori di razza, che potrebbe avere sui lettori l’effetto stordente che qualche anno fa ebbe Gomorra. Ma se il libro di Saviano si presentava come l’anatomia del crimine organizzato, quello di Lagioia è anatomia del crimine disorganizzato, commesso per noia, distrazione, stati alterati di coscienza non tanto dovuti all’eccesso di coca e vodka (che pure scorrono come latte e miele), ma per uno strano scollamento nel rapporto fra individuo e responsabilità individuale. Uno scollamento che il libro si sforza invece di ricucire, mettendosi e mettendoci almeno un po’ in salvo:

“Nessuno riusciva più a imputarsi una colpa, nessuno riconosceva a se stesso la possibilità del male”.

Lo scollamento è tale che poco fa citavamo Freud rossi di vergogna, perché una delle caratteristiche che saltano agli occhi in questa faccenda è la facilità con cui un certo freudismo da asporto si spalma come ketchup sulle chiazze di sangue. “Signor giudice, io quello lì l’ho ammazzato, ma in realtà volevo uccidere mio padre che non mi ha mai capito” è una specie di excusatio non petita che nelle varie fasi giudiziarie di questa vicenda torna più volte a galla (come gli escrementi nella celebre similitudine). E il tentativo dello scrittore, che a freddo organizza il materiale bollente dei giudici e dei cronachisti di nera, di prendere i pezzi di società e di personalità implose e saldarli in un affresco mai consolatorio ma almeno totalizzante, va anche oltre, forse fin troppo in là.
Come una bottiglia vuota lanciata da un terrazzo di notte, il libro raggiunge potenzialmente tutto e tutti, perché tout se tient, nell’affresco non si butta via niente (anche la bottiglia di vodka ha il vuoto a rendere). Così il dramma di alcuni si consuma in uno scenario di degradazione collettiva che forse è parte dello storytelling cui fa cenno lo stesso Lagioia quando, a un certo punto, parla del mestiere di giornalista. La Roma di quegli anni non lontani (siamo nel 2016) è sempre la città dell’eterno crollo bradisismico di un regno postumo di se stesso sin dai tempi di Romolo (a proposito, chapeau per la citazione di Andreotti in apertura della prima parte: “Non attribuiamo i guai di Roma agli eccessi di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro”). L’autore non si fa sfuggire nulla: i tassisti incarogniti, gli autobus che vanno a fuoco, i topi che vanno e vengono (è già da antologia la pagina iniziale), le buche nell’asfalto, gli sfasciatori di biciclette pubbliche e altro ancora. Naturalmente senza mai perdere di vista la ricostruzione dettagliata delle dinamiche che portano all’omicidio.
La cornice ideologica è da prendere o lasciare, ma a un certo punto conta poco. Più che una narrazione dominante è un sottotesto che gli italiani danno per assodato, quello secondo cui l’Italia starebbe attraversando una lunga agonia, che questa agonia sarebbe inedita altrove (perlomeno fra i Paesi nel cui consesso contano e già disperano di restare) e che Roma, per come trasudano storia e sangue le pietre che la edificano e la sfasciano, è il “malvedere” ideale per fotografare questa morte lenta, penosa come quella di Varani, ma anche “dolce” (in senso ossimorico e felliniano) come quella dei suoi carnefici. I sintomi del malessere (quel viver male che asseconda e soppianta il male di vivere) sono inequivocabili. Si vedano ad esempio i gabbiani, che danno anche il titolo alla quinta e penultima parte del libro: “Incattiviti e famelici, formavano spirali che assaltavano i depositi di immondizia”, si legge a pagina 32. E a pagina 380: “Con la loro espressione cattiva e i loro occhietti vitrei, spadroneggiavano”.
Chi scrive queste modeste righe a margine di un’esperienza di lettura, abitando all’estero, può giurare di aver avuto negli ultimi tempi lunghissime discussioni con famigliari in visita, i quali, dopo accurate osservazioni, sostenevano perentoriamente che l’occhietto del gabbiano italico è senza dubbio più truce di quello del mite gabbiano straniero. In questo senso Lagioia dà veramente voce a un popolo. È Lombroso che si fonde con Konrad Lorenz (passando forse per Daphne Du Maurier e Hitchcock): il primo gabbiano viene prima confuso, per una sorta d’imprinting rovesciato, con il figlio cattivo e poi desolatamente comparato ai figli degli altri, tutti fisiognomicamente più bravi e belli. Il lettore geograficamente distante resta nel dubbio se riconoscere o meno in questa “ferocia” (titolo celebre di un altro Lagioia) un tratto comune o un’esclusività tutta italiana, sorta di colore locale di segno opposto alla cartolina da Trastevere. Come la Nina Zarečnaja di Čechov, anche il lettore forestiero e scettico sarebbe tentato di dire: “Evidentemente questo gabbiano è un simbolo, ma scusami non lo capisco”, però sa che Treplëv ha bisogno di montare il suo teatrino esistenziale e lo lascia fare. Si ucciderà anche lui per noia in un’altra storia dove scorre molta vodka.





Nicola Lagioia
La città dei vivi
Einaudi Editore, Torino, 2020
pp. 472

Lascia un commento

Sostieni


Facebook