“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Lunedì, 14 Dicembre 2020 00:00

Punto di vista e narrazione

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In passato Alessandro Cutrona si era occupato, nel saggio L’attualità della mise en abyme nelle opere di Peter Greenaway e Charlie Kaufman (Mimesis, 2017), di quei rapporti di somiglianza tra un’opera e il suo contenuto, tra la realtà mostrata e quella contenuta, che danno vita a un gioco interpretativo senza fine. Se la narrazione è un modo di organizzare la realtà, sostiene Cutrona, allora opere come i romanzi e i film sono da intendersi come delle istruzioni utili per creare un processo immaginativo, mentre il meccanismo narrativo a cui si è fatto ricorso ha a che fare con la percezione della realtà.

Al di là del caso specifico della mise en abyme, la questione del punto di osservazione, della scelta di prospettiva con cui gli autori costruiscono il loro personale universo narrativo, resta tra gli interessi di Cutrona, come testimonia il suo nuovo lavoro, Questione di sguardi. Il punto di vista nella narrazione (Il Palindromo, 2020), dedicato, stavolta, all’ambito letterario.
I processi di immedesimazione suggeriti da un testo, la pluralità di sguardi che può proporre, permettono a chi legge una maggiore comprensione della natura molteplice delle cose. Ogni opera ricorre a un punto di vista, a un modo di vedere le cose. La scelta del punto di vista da parte dell’autore – che, attraverso esso intende far “vedere”, “sentire”, “percepire” qualcosa al lettore – è di fondamentale importanza in un’opera letteraria, così come risulta rilevante la questione del dispositivo che regola il flusso delle informazioni nel corso della lettura tra un testo e il suo lettore.
Quella del punto di vista è per la moderna teoria letteraria e per la narratologia una questione tutt’altro che semplice. Anche se l’occhio narrativo che “tutto descrive e racconta” è stato a volte assimilato alla macchina da presa del cinema, restano tuttavia, sottolinea Cutrona, alcune differenze sostanziali. Se guardando un film si è costretti a osservare quanto viene rappresentato secondo il punto di vista dalla macchina da presa, allo spettatore resta pur sempre la possibilità di scegliere cosa guardare all’interno dell’inquadratura che gli viene proposta. Nella narrazione verbale il lettore è invece costretto a seguire il flusso di parole. L’occhio della macchina da presa incamera, registra e restituisce fedelmente ciò che vede. Quello del cinema, della macchina da presa, si presenta come un occhio neutro, asettico, mentre la narrativa verbale “esiste solo nella mente del lettore”, quasi si trattasse di un “cinematografo interiore”. È nel non poter disporre di strumenti di “registrazione neutrale degli eventi” da parte delle parole che si palesa una differenza insuperabile tra cinema e narrazione verbale.
Il punto di vista nello storyworld può essere analizzato a partire dal rapporto tra personaggio e mondo, dallo sguardo con cui esso guarda la realtà circostante. Si può allora vedere nei personaggi degli “oggetti di percezione” anche nel momento in cui risultano impassibili allo sviluppo dell’intreccio narrativo.
Nella prima parte del volume lo studioso affonta la questione dei punti di vista e lo fa analizzando una serie di importanti esempi letterari. Cutrona inizia la sua indagine con Pinocchio di Carlo Collodi, analizzandolo a partire dagli imprescindibili studi degli anni Settanta di Emilio Garroni e Giorgio Manganelli, per poi riprendere una serie di autorevoli voci critiche che si sono occupate dell’opera (Benedetto Croce, Italo Calvino, Raffaele La Capria, Mario Lavagetto, Salvatore Ferlita, Alberto Asor Rosa...).
Ne I quaderni di Serafino Gubbio operatore di Luigi Pirandello – tra i primi romanzi europei in grado di restituire “il funzionamento della società dello spettacolo e la modernità tecnologica, ambientato nel mondo imperfetto del cinema muto” – lo studioso si sofferma sull’atto del vedere affrontato dall’opera. Le vicende del protagonista – definito da Ferdinando Virdia come “l’uomo senza qualità pirandelliano” che finisce con l’identificarsi con un meccanismo della macchina da presa – permettono una riflessione non banale sul rapporto tra finzione e rappresentazione della realtà.
In Bestie di Fedrigo Tozzi – analizzato a partire dalle letture proposte, tra gli altri, da Massimo Onofri, Giacomo Debenedetti, Romano Luperini e Luigi Baldacci – Cutrona si interroga sull’ipotesi che lo scrittore senese ricorra al punto di vista dell’animale per “riuscire a vedere quelle che da essere umano non gli è possibile osservare e così assume le movenze delle creature enigmatiche fino a sentirle proprie”.
Nell’analisi de Il barone rampante di Italo Calvino, lo studioso si sofferma su come il romanzo insegni a “cambiare il proprio punto di vista, inteso come strumento per vivere strettamente soggettivo e personale”, mentre de Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani – riprendendo gli studi di Giorgio Manganelli e Domenico Porzio – Cutrona mette in luce “la molteplicità tematica ed emotiva cui l’autore è riuscito a dare vita” sottolineando come il personaggio narri dall’interno della storia “perché è parte integrante e perché è esso stesso la storia nella quale il suo è un punto di vista interno che fa appassionare alla narrazione e alle inaspettate pieghe che prenderà”.
La raccolta Salmace di Mario Soldati, con i suoi punti di fuga dalla realtà stagnante, viene affrontata dallo studioso alla luce delle letture proposte da Giuseppe Antonio Borgese, Bruno Falcetto e, soprattutto, Cesare Garboli nel suo osservare come il torinese sappia guardare con estrema lucidità e semplicità anche ove è più buio e torbido.
Infine, La tana di Franz Kafka viene descritto dallo studioso come un racconto impenetrabile in cui la tana è “un luogo mutaforma che consente al protagonista di avere un pensiero simmetrico e asimmetrico al contempo”.
Se il punto di vista rappresenta “un modo per sapersi orientare”, sostiene Cutrona aprendo la seconda parte del volume dedicata alla narrazione, quest’ultima può essere vista come “una scenografia dove tutto è costruito ad arte e nella quale si svolgeranno i fatti”. La narrazione si presenta come “lo strumento necessario alla compartecipazione dell’esperienza dei singoli al destino di una comunità”.
La narrazione è anche un modo di organizzare una realtà. “Un romanzo o un film, le due principali forme di narrazione, sono le istruzioni per creare un processo immaginativo che ha per finalità la produzione di un evento attivo nella mente del lettore e dello spettatore. Il meccanismo narrativo riguarda la nostra percezione della realtà. È necessario mettersi nei panni del lettore e interrogarsi su che cosa si aspetta da una storia, non esiste un passepartout, tutte le storie sono differenti tra loro; ne consegue che un ragionamento di questo tipo deve fondarsi sulla dimensione linguistica, l’unica certezza di una profezia che può rivelare il destino di un racconto”.
Riprendendo Giorgio Manganelli, Salvatore Ferlita invita a vedere nella letteratura una menzogna capace di trasformarsi magicamente in realtà attraverso la mediazione di chi legge. Cutrona, riprendendo in particolare gli studi di Andrea Bernardelli a proposito del rapporto tra narratore e personaggio, analizza opere come Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, Centuria di Giorgio Manganelli, Se questo è un uomo di Primo Levi e, più in generale, le proposte narrative di Alessando Manzoni, Émile Zola, Giovanni Verga, Gustave Flaubert, Italo Svevo, J.R.R. Tolkien, James Joice, Jerome David Salinger, Jorge Luis Borges, Luigi Pirandello, Miguel de Cervantes, Paul Auster, Samuel Beckett, Vladimir Nabokov...
Ad accompagnare le analisi di Cutrona sono in particolare gli studi relatavi l’universo narrativo di Alan Palmer, Cesare Segre, David Lodge, David Shields, Fabio Vittorini, Franco Brioschi, George Steiner, Gérard Genette, Giuseppe Pontiggia, James Wood, Jonathan Gottschall, Marco Belpoliti, Marie-Laure Ryan, Michail Bachtin, Monika Fludernik, Roland Barthes, Seymour Chatman, Tzvetan Todorov, Umberto Eco, Vincenzo Cerami, Vladimir Propp, Wolfgang Iser...
Il volume Questione di sguardi si chiude con l’invito a guardare alla narrazione come a “una vita immaginaria che non è la nostra; eppure, lo stupore e la meraviglia che ci pervadono nel corso della lettura possono renderla tale, magari attraverso l’atto di vedere con l’occhio della mente, il ricordo, per ripercorrere qualcosa, vertiginosamente, come in una retrospettiva”.





Alessandro Cutrona
Questione di sguardi. Il punto di vista nella narrazione
Il Palindromo, Palermo, 2020
pp. 240

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