“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Mercoledì, 09 Dicembre 2020 00:00

Contro i guru. Consolare non è banalizzare

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Che la letteratura possa avere funzione di consolazione è vero, l’arte è una delle strade per sentire come in noi ci sia qualcosa di più profondo oltre la semplice sopravvivenza, per riconoscerci come esseri umani: ma questo non vuol dire che la semplificazione/banalizzazione, o la sterile retorica, abbiano un ruolo salvifico, anzi.

Se si decide di vendere la parola come risolutrice ci si assume una grande responsabilità a cui la letteratura del Novecento aveva − per fortuna − abdicato (penso alla famosissima poesia di Montale Non chiederci la parola, che riporto alla fine di questo pezzo).
Enumerando i libri grazie ai quali ho in qualche modo cambiato prospettiva non ricordo affatto testi pacificanti o assolutori rispetto alla natura umana. Penso a Vitangelo Moscarda che si interroga sui molteplici volti che l’uomo ha in società, ciò che è per le persone con cui si relaziona e ciò che invece è per se stesso, o a Serafino Gubbio che si identifica nell’indifferenza delle macchine, prima odiate, rinunciando al suo sentire troppo umano; penso a Don Chisciotte preso nella sua follia, ai personaggi che circondano lui e Sancho e si divertono alle loro spalle con beffe o simulazioni di vario genere risultando infine grotteschi, a loro volta ridicoli; agli amori tormentati della Recherche di Proust, a quello infantile per Gilberte, indifferente o quasi ai sentimenti di Marcel, e a quello per Albertine, straziante, alla spasmodica ricerca di un tradimento, delle mancanze di lei (certo non va meglio ad altri personaggi, come Swann o il barone di Charlus, tanto che viene da domandarsi se l’affetto sia possibile privo dell’assenza, se ciò che c’è di più vero nella vita non sia proprio l’attesa e ci mandi in crisi qualcosa quando diviene reale); ancora penso a Kafka, a un misterioso processo in corso senza motivazione apparente, un gioco di persecuzioni che colpevolizzano l’essere in quanto tale, oppure a quella metamorfosi che condiziona anche i legami con le persone più care dopo un semplice mutamento esteriore; penso al mostro di Frankenstein che per cercare amore arriva a odiare il suo stesso creatore − e sono gli esseri umani a spingerlo a tanto, perciò anche qui non ci sono risposte ma interrogativi, ci si chiede chi sia davvero il malvagio.
Ecco, quel che voglio dire è che ciò che più segna a volte produce una piccola frattura nelle nostre certezze, non ce ne promette di facili. Perciò penso che riferirsi a parole che possano in qualche modo essere risolutive, venderle come cura rispetto a un male, sia fuorviante. Non è la letteratura, credo, a dover indicare una strada. Ci può avvicinare, certo, creare ponti con altre epoche o col nostro presente e farci capire quanto l’umano non cambi molto nei secoli, quanti sentano o abbiano sentito in modo simile a noi. Può alleviare, in un certo senso, permetterci di vivere − come sosteneva Umberto Eco − più vite invece che una soltanto. Divertire, testimoniare. Ma non è la riparazione ai torti dell’esistenza, non è il luogo presso cui recarsi per trovare la pozione magica (forse chi ne parla in tal modo, pur se in buonafede, sopravvaluta la propria visione − che lo si voglia o no parziale − del mondo).
Perciò, in un momento di incertezze come quello che stiamo attraversando, più che ai guru che si moltiplicano in rete dovremmo forse tornare alla letteratura del dubbio. Affrontare i demoni del presente senza credere che i dilemmi di Jean Valjean o l’insoddisfazione di Emma Bovary possano tirarci fuori dai drammi che la vita ci mette davanti, ma che almeno ci facciano sentire meno soli perché da sempre ci confrontiamo con qualcosa che non possiamo controllare, dominare del tutto, quella natura che potrebbe sbarazzarsi inavvertitamente di noi in qualunque momento (come le fa dire Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese). Chissà che non sia proprio il dubbio l’appiglio più saldo, mentre molti vendono visioni personali come assolute, verità inconfutabili (su tutti penso a quanti credono di aver compreso fino in fondo ogni meccanismo della politica globale dopo qualche semplice click su una tastiera). Chissà che non sia piuttosto lo smarrimento, invece di una strada spianata, a portarci verso possibilità inedite.





Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Eugenio Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia)

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