“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Martedì, 29 Settembre 2020 00:00

Recensendo e intervistando Antonio Moresco

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Ci siamo avvicinati all’opera di Antonio Moresco negli ultimi anni, trovando nella sua scrittura non solo uno stile denso e ricco ma anche una chiave per analizzare a fondo la condizione dell’essere umano contemporaneo partendo da riferimenti alla tradizione letteraria occidentale − su tutti vengono in mente Leopardi, letto in modo originale e mai banalizzante, o Cervantes.

Avremmo voluto invitarlo per una presentazione del suo ultimo lavoro, Canto degli alberi: poi, data la situazione in cui ci troviamo, abbiamo preferito rinviare l’incontro e intanto lavorare a questo articolo-intervista, dividendoci il lavoro e curando chi una recensione e chi le domande all’autore. È stata un’esperienza costruttiva e speriamo che il risultato possa piacere ai suoi lettori ma non solo. Buona lettura.


(Antonio Cataruozzolo e Domenico Carrara)

 

Recensione di Canto degli alberi − A cura di Antonio Cataruozzolo

... ma se la speranza è svanita
in un giorno oppure in una notte,
in una visione, o in nessuna visione,
è forse perciò meno fuggita?
Tutto ciò che siamo o sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(Edgar Allan Poe)


(…) ma perché dovemo esse così diversi da come se credemo? Perché?
− Eh, figlio mio, noi siamo in un sogno dentro un sogno.
(dal film Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini)

 

Ritrovarsi a essere rinchiusi e bloccati in un luogo dal quale si sarebbe voluti andar via, per non dover fare i conti col proprio passato o con un presente che non ci appartiene più. I mesi trascorsi di lockdown hanno costretto milioni di persone a dover guardare dentro sé stesse, affrontando traumi, rimorsi e rimpianti. Antonio Moresco nel suo ultimo libro ci descrive questa sua analoga esperienza andando oltre, sconfinando, accompagnandoci in una dimensione raminga, in un viaggio metafisico e onirico raccontato, con parole delicate, nel suo Canto degli alberi; libro che nasce come commissione con l’intento di narrare la vita attraverso la natura arborea, mission dell’editore Aboca, e che all’improvviso troverà al suo interno l’innesto pandemico del limite umano. La contemplazione della propria condizione esistenziale e la riflessione sulla propria condizione di specie biologica, insieme alla cronistoria recente delle mutazioni psicosociali del Covid-19, trovano e formano una narrazione strutturata attraverso un dialogo con gli alberi, esprimendo un lirismo disincantato e arreso alle dinamiche che governano il mondo degli uomini, con il quale Antonio ha ben poco da condividere ormai. Rinchiuso in una casa di Mantova, sua città natale e luogo in cui si custodisce la sua scatola nera, Antonio si interroga sullo stadio del divenire umano e sul suo limite di specie: siamo in preda agli spasimi dell’agonia o alle convulsioni della nascita? Cercando di rispondere mette in scena un dialogo in principio con le radici, intersecate nei muri di casa, per poi uscire e continuare questo conversare con tutte le altre forme e le varie parti che strutturano gli alberi, attribuendo, passo dopo passo, una virtù e un aspetto peculiare a ogni elemento, utilizzando una sorta di allegoria per descrivere la natura paradossale dell’essere umano, ripensando la sua storia ed evoluzione.
Questa sua anabasi rizomatica lo conduce pian piano a esporre tutte le barbarie e i controsensi espressi dall’uomo in quanto essere dotato di ragione. Canto degli alberi è un libro importante e attuale in ottica di sensibilizzazione verso le nuove generazioni. Un’estensione e appendice de Il grido dal punto di vista della natura. In questa sua discensione nei meandri del proprio passato, della storia dell’uomo e dei paradossi di specie, Antonio sceglie coraggiosamente di esporre la sua opinione e visione politica sulla natura del virus, accusando ferocemente i potenti del mondo di mettere in pericolo miliardi di persone, il concetto di vita stessa, solo per dinamiche di leadership di dominio politico economico. Ma dobbiamo e possiamo davvero attribuire la ragione a questo punto all’uomo? Gli alberi, le radici, i midolli, le foglie, uno alla volta ci fanno riflettere con osservazioni semplici e disarmanti, facendoci vergognare per come siamo e di quello che facciamo della nostra esistenza su questo pianeta, sino ad auspicarsi che l’unica cosa che dovrà salvarsi e perdurare come testimonianza e traccia dell'’omo nell’universo sia l’espressione più pura e essenziale dell’anima: la musica.





Intervista ad Antonio Moresco − A cura di Domenico Carrara


Il tema dell’oltrepassamento dell’essere umano ha radici nel pensiero di Leopardi, in particolare quello espresso nelle Operette morali?

Sì, in Leopardi e anche in altri scrittori, pensatori e poeti. Per quanto mi riguarda e che penso, credo che siamo su un crinale di specie e che o anche noi − come è successo in passato a molte altre specie − riusciremo a dare vita a una metamorfosi o siamo perduti. Parlo di metamorfosi perché un cambiamento orizzontale e di sola superficie, una rivoluzione di tipo esclusivamente storico-politico e sociale, non basterebbe più al punto in cui siamo. Abbiamo − soprattutto negli ultimi secoli − creato un’accelerazione che sta rendendo insostenibile la nostra stessa esistenza nell’habitat planetario in cui ci troviamo. C’è bisogno di ripensare e reinventare tutto, c’è bisogno non tanto di collocarci in un punto diverso all’interno dello stesso specchio ma di rompere e attraversare lo specchio, il nostro stesso specchio di specie.


A proposito di Leopardi: per lei la natura è davvero innocente e va difesa a ogni costo da noi oppure il rapporto è meno manicheo, più complesso?
Io non mi sono fatto un feticcio positivo ed edificante della natura, tanto è vero che noi stessi siamo natura eppure ci stiamo comportando in modo così ottuso, così feroce, così suicida. E poi natura non è solo un bel tramonto, un bosco silenzioso, una farfalla... sono anche le cellule cancerogene che crescono nel cervello di un bambino, è anche la peste, il microscopico virus che abbiamo chiamato Covid-19 e che chiede a sua volta di vivere e di replicarsi, è l’insetto che agonizza imprigionato nella tela del ragno, è il terremoto che rade al suolo città e paesi e stermina i suoi abitanti e così via. La natura non è necessariamente benigna, certe volte bisogna difenderci da lei e addirittura combatterla. Quello che contesto è la concezione che vede noi uomini come cosa diversa e superiore rispetto al resto della natura, cui è consentita ogni sopraffazione nel suoi confronti in nome dei miti concettuali astratti che ci siamo fabbricati, che adesso ci sta tornando indietro come un boomerang minacciando la nostra stessa esistenza collettiva di specie.


C’è qualcosa che salva nel libro, la musica. Inoltre la poesia ha un ruolo di spicco. Possiamo dire quindi che, oltre l’aspetto apocalittico, rispetto ad altre opere lascia un po’ di speranza?

La musica, la poesia in senso lato, ma anche la misteriosa presenza nel mondo di quella cosa che è stata chiamata “amore”. D’altronde, anche nei miei libri precedenti, non ho mai confezionato un piccolo teorema nichilistico dove tutto torna e non è contemplato l’impossibile e l’imprevisto, uguale a quelli edificanti ma soltanto rovesciato di segno, come in tanta letteratura moderna e contemporanea. La mia visione non è nichilistica e chiusa ma tragica e perciò dinamica e aperta.


Alcuni verbi mi pare siano caratteristici della sua scrittura, ricorrono infatti anche in altre opere, ad esempio “arrovesciare” e “tracimare”. Quanto conta il modo in cui si dice qualcosa, al di là di ciò che si racconta, nella sua ottica?
Ho avuto a poco a poco bisogno di tormentare e di far lievitare le parole e la lingua per riuscire a dire ciò che non sarei riuscito a dire se lasciavo linguisticamente le cose come stavano. Ho avuto bisogno di entrare in un regno emotivo, conoscitivo e prefigurativo ulteriore per poter trovare la mia lingua e la mia voce, che era là ad aspettarmi. Perché bisogna rinominare il mondo per tornare a vederlo, perché a volte le parole sedimentate, invece che aprirlo, fanno diaframma al mondo.


Altro tema che ha forti ricorrenze nella storia della letteratura, che qui torna, è quello dell’illusione e della vita come sogno. Ci sono dei riferimenti precisi?
L’illusione, come dice Leopardi, non è una forza separata, è qualcosa di inerente alla vita stessa e alla natura. Di qui la sua grande differenza da quei filosofi che costruiscono teoremi negativi e veritativi separati, come ad esempio Schopenhauer, il quale dice che bisogna distruggere le illusioni e mettere in luce la cruda verità della vita e del mondo, quella che c’è oltre il velo dell’illusione, eccetera. Leopardi, al contrario, attribuisce un ruolo benefico alle illusioni, arriva a dire che chi predica la fine delle illusioni è ancora uno che si fa delle illusioni. Illusioni e verità, realtà e sogno non sono cose in contraddizione manichea, sono forze, sono presenze che possono abbracciarsi portando nella vita e nel mondo − nel bene come nel male − invenzione e moltiplicazione.


A proposito di illusioni, tra i classici che ha citato come sue letture fondamentali c'è il Don Chisciotte di Cervantes, di cui ha progettato un adattamento cinematografico: in periodi difficili come quello che stiamo attraversando non le pare si metta in risalto il nostro essere in fondo simili allo sgangherato cavaliere errante, l’eterna parzialità dello sguardo umano?
Don Chisciotte è uno dei libri da me più amati ed è per me fondamentale. In questa opera dove profondità e leggerezza sono una cosa sola c’è l’oltrepassamento di una soglia ritenuta invalicabile, del limite che è stato posto tra realtà e immaginazione, è un libro che riapre il mondo e la conoscenza. Il caso ha voluto che questo mio amore si trasformasse nella sceneggiatura di un film che − se troveremo un produttore − dovremmo girare il più presto possibile, nel quale mi toccherà interpretare o meglio incarnare la figura di Don Chisciotte. Ma non sarà un Don Chisciotte accademico che combatte contro i mulini a vento. Sarà un Don Chisciotte reinventato, rimesso al mondo e scaraventato nel nostro tempo. Questa sceneggiatura, rielaborata e portata alla forma di romanzo, uscirà tra poco, in ottobre.





Antonio Moresco
Canto degli alberi
Aboca Edizioni, Sansepolcro (AR), 2020
pp. 160

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