“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Giovedì, 02 Luglio 2020 00:00

L’arte della citazione in contesto avverso

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João Paulo Cuenca è un brasiliano poco più che quarantenne. Scrive ed è considerato uno dei migliori scrittori della sua generazione, ma questo ora non che è un dettaglio secondario o persino superfluo. Da noi non sarà molto famoso, comunque in italiano, di suo, trovate Una giornata Mastroianni (ed. Cavallo di Ferro), dove uno dei nostri attori più iconici diventa simbolo di una certa dolcevita da imitare anche per la gioventù d’oltreoceano, e il più recente Ho scoperto di essere morto (ed. Miraggi).

In questi giorni, però, soprattutto laddove Cuenca è molto conosciuto, più dei suoi libri sta facendo notizia un suo tweet. Lo ha pubblicato nel suo profilo Twitter, spara a zero sul clan Bolsonaro (la tentacolare famiglia del discusso presidente del Brasile) e gli è valso un licenziamento in tronco dalla Deutsche Welle Brasil, il sito brasiliano della nota agenzia di notizie tedesca con cui Cuenca collaborava regolarmente.
Il tweet non era tenero, certo, ma chi conosce la disastrosa gestione di quel grande Paese, chi sa che uno dei figli del presidente è perfino sospettato di coinvolgimento nell’omicidio politico più traumatico della storia brasiliana recente (quello di Marielle Franco) capisce anche un certo grado di esasperazione. Ciò nonostante, quel tweet aveva un suo lieve tocco d’ironia. Ma questa, per essere colta, necessita di destinatari colti, mentre nel contesto caotico della comunicazione “social” va ironicamente a farsi benedire. Conviene parlarne ora che i cosiddetti crimini d’odio saranno sempre più all’ordine del giorno (“incitamento all’odio” è la base morale e giuridica che ha motivato la sospensione del contratto).
Che cosa diceva quel tweet? Diceva: “Il brasiliano sarà libero solo quando l’ultimo Bolsonaro verrà impiccato alle budella dell’ultimo pastore della IURD”. Per contestualizzare la frase bisogna intanto dire che la IURD (Igreja Universal do Reino de Deus) è una chiesa di tipo neo-pentecostale, un’istituzione potentissima che in Brasile, grazie ai suoi predicatori, riesce a spostare enormi masse di voti tanto da decidere le sorti di un’elezione. Ma soprattutto bisogna leggere quella frase in filigrana (Genette direbbe “a palinsesto”). Cuenca riprende infatti una frase che nel ‘700 fu una specie di leitmotiv rivoluzionario. È attribuita a Diderot in questa forma: “L’uomo non sarà mai libero fino a quando l’ultimo re non verrà strangolato con le budella dell’ultimo prete”. In realtà, è dimostrato che lo stesso Diderot la rubò nientepopodimeno che a un sacerdote, una specie di prete mangiapreti, Jean Meslier (1664-1729). Su Internet si trova anche una variante firmata Sylvain Maréchal (1750-1803), mentre non manca chi la attribuisce al solito Voltaire, che come sappiamo può non essere d’accordo con tale attribuzione, ma sarebbe disposto a dare la vita pur di consentire a noi di attribuirgliela.
Un caso come questo, come tutti gli altri casi equivoci in cui tanti di noi si saranno certamente trovati ogni volta che si son ritrovati a litigare sulle pagine di una rete sociale a scelta, sono l’ennesimo rintocco a morte per l’arte della citazione e, più in generale, della conversazione intelligente. Poco male, penserà qualcuno persino fra i più colti e autolesionisti, in trepida attesa di finali disastrosi e catartici. Eppure, tutta un’estetica degli ultimi decenni si era ispirata a quell’arte lì.
Nelle Postille al Nome della Rosa Umberto Eco diceva che il citazionismo era un modo per cedere al sentimentalismo anche fra intellettuali highbrow. Le ragioni del cuore urgono e ululano, però vi vergognate di parlare alla vostra fidanzata come in una canzonetta o in un libro di Liala? Ditele “ti amo” citando la canzonetta più sdolcinata, lei capirà il gioco intertestuale, saprà che non siete rimasti alla canzonetta, anzi, di solito ascoltate Schönberg, e questo procurerà all’amata un piacere raddoppiato, come i profilattici ritardanti che tenete in agguato nel taschino. Sembrava la quadratura del cerchio, la pietra filosofale dell’editoria: intellettuali raffinatissimi, cresciuti a pane e “morte del romanzo”, riuscivano ora a scrivere romanzi che piacevano al popolo e ai critici, occupando le terze pagine e le top ten.
Forse anche João Paulo Cuenca, come molti brasiliani, sotto sotto vorrebbe davvero impiccare Bolsonaro alle budella di un telepredicatore invasato, ma sa che non si può, si limita a citare altre rivoluzioni come chi fischietta canzonette di lotta d’altri tempi e si accontenterebbe di mandare il presidente a casa alle prossime elezioni e qualche suo figlio in galera dopo regolare processo. Ma ecco che questo esercizio citazionistico si rivela un gioco di società possibile solo su tavoli di gente che condivide gli stessi codici. Nel mare magnum delle reti sociali naufraga miseramente. Oltre le colonne d’Ercole dei circoli ristretti, hic sunt leones con le fauci aperte per fagocitarvi. Non c’è neanche bisogno di imbattersi in potenti cavernicoli come i Bolsonaro, capaci di fare pressione sulle grandi testate internazionali. Alzi la mano chi non si è mai trovato a giustificarsi in calce a un post e magari si è visto chiudere la propria pagina per qualche giorno in seguito a un’accusa anonima. Non a caso Eco si è poi battuto molto, in sede teorica, per stabilire limiti alla libertà interpretativa e rivendicare il diritto dell’autore a dire: no, guardi che si sta sbagliando. Ormai è troppo tardi. Non a caso il presente e il futuro della comunicazione social è rappresentato dalle faccine, gli emoji. Dinanzi a una diffusa incapacità di leggere bisogna mettere le mani (e le facce... e i cuoricini...) avanti: guarda che scherzo! Si ride, nevvero? Ahò, te vojo bbene! E via così.
Non solo Eco, che ha fatto in tempo a rimanerne sconvolto, ma un altro che ne uscirebbe fuori con i capelli dritti è Giacomo Leopardi, il quale già ai suoi tempi trovava da ridire. In un brano dello Zibaldone – rimesso brillantemente in giro nel dibattito sui dibattiti in Rete da un pugno di linguisti, fra cui Francesca Serafini in Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura – il poeta di Recanati scriveva: “Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sta a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare colle parole, le vorremmo dipingere e significare con segni, come fanno i cinesi...”.
Ce n’è abbastanza per la solita tirata sull’idiozia della Rete, è vero, e anche qui l’eco della celebre dicotomia apocalittici/integrati si rivela uno strumento facile e a portata di... Eco. Tuttavia, senza cadere nei toni apocalittici di un telepredicatore neo-pentecostale, possiamo prevedere un’epoca in cui l’amore sarà sempre più sdolcinato e l’odio sempre più perseguibile per legge, sperando solo che il giudice abbia fatto le nostre stesse letture. Intelligenti pauca, sì, ma finché gli intelligenti sono ancora pochi. Quando invece l’intelligenza è di massa si fa difficile intendersi su una comune bibliografia attiva e passiva. Hai voglia ad appellarti agli ultragenerici “valori della cultura”, che secondo molti dovrebbero salvarci dalla barbarie di chi “non legge eppure vota”, la triste verità è che, da quando leggono tutti, non c’è più gusto in Internet ad essere intelligenti.

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