“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 16 Giugno 2020 00:00

Marcel Proust ‘fantaisiste’ in versi

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Le Poesie di Marcel Proust furono pubblicate nel 1982 da Gallimard, nel decimo dei Cahiers Marcel Proust, con l’introduzione di Claude Francis e Fernande Gontier.
Oltre alle otto poesie contenute in Les Plaisirs et les Jours (1894) e a poche altre sparse su riviste, ne sono state ritrovate decine negli epistolari, o utilizzate come dediche accompagnatorie: probabilmente esistono ancora composizioni simili, non ancora recuperate, in manoscritti e archivi privati, protette dalla riservatezza o dall’autocensura degli eredi dei destinatari con cui l’autore aveva avuto rapporti d’amicizia o amorosi. Molti dei titoli sono stati apposti dai curatori.

Un gruppo di versi sono dedicati ad amici e amiche (Reynaldo Hahn, Daniel Halévy, Robert de Billy, Madeleine Lemaire, Marie Nordlinger, Louisa de Mornand, Antoine Bibesco, Emmanuel Bibesco, Bertrand de Fénelon, Louis d’Albufera, Jean Cocteau, Armand de Gramont, Paul Morand e ai conti Greffuhle), spesso poco comprensibili per le allusioni alla vita privata o ad accadimenti quotidiani. Due poesie sono destinate alla fedele cameriera degli ultimi anni, Céleste Albaret (“Alta, slanciata, bella, un poco magra, / qualche volta stanca, qualche volta allegra, / sia la teppa che i principi rallegra / getta a Marcel una paroletta agra, / rende aceto per miele e mai è pigra, / ma sempre agile spiritosa integra...”).
La versione italiana di Franco Fortini, uscita nel 1983, fu accolta da diverse polemiche, soprattutto da parte di Alberto Arbasino che non condivideva la decisione della trasposizione in prosa di parte della raccolta.
L’attuale riproposta di Feltrinelli recupera due precedenti edizioni, curate da Luciana Frezza, del 1993 e del 2008, ed è introdotta da una presentazione di Luigi De Nardis.
Le poesie qui raccolte ricoprono gli anni 1888-1922, e spaziano dai primi schizzi giovanili fino alla morte dell’autore. Si tratta di un centinaio di composizioni dalla prevalente motivazione ludica, spesso burlesche o satiriche, composte con atteggiamento mimetico nei confronti di altri scrittori, e con un gusto di accentuato virtuosismo. Versi in cui probabilmente lo stesso Proust non credeva appieno: dopo le prime prove giovanili ispirate a Baudelaire e a Verlaine, parve considerare la poesia un’arte minore rispetto alla prosa, incapace di rappresentare la ricchezza e molteplicità dei dettagli e delle sfumature dell’esistenza.
Luciana Frezza nel suo bel saggio introduttivo ritiene che volutamente Proust abbia scelto di bloccare nella crescita e lasciare allo stadio di ipotesi la produzione in versi, consapevole della sua evidente inferiorità nei confronti della narrativa. Secondo la traduttrice il mondo non ha perso molto, rinunciando a un Proust poeta, che “sarebbe stato forse, nella più felice delle situazioni, un fantaisiste, combinando la voglia di giocare con la leggerezza di segno nel delineare alla svelta paesaggi o silhouettes umane”.
Perché scriveva versi, quindi, il sommo autore della Recherche? “Per rilassarsi, per comunicare, stuzzicare o provocare, per essere gentile o chiedere un indirizzo, ‘perdere’ insomma un po’ di tempo, giocando con le cianfrusaglie del Tempo che si perderà”. Nel suo divertito e dissacrante verseggiare “Proust ci mostra, più che la sua faccia umana, la sua maschera sociale”. L’eletta mondanità viene implicitamente evocata nell’uso ammiccante di nomi propri, nelle allusioni a pettegolezzi salottieri, nell’utilizzo ambiguo dei pronomi possessivi per rivelare la realtà di alcune relazioni.
“Ginnastica da camera, saltelli per sgranchirsi e tonificare i muscoli e accrescere così l’agilità sociale... − trionfo dell’effimero!”, postilla Frezza.
In questo poetare di circostanza, la cerimoniosità con cui l’autore si rivolge al sesso femminile rivela sia un’ironica superiorità, sia un parodiante cicisbeismo da librettista settecentesco: “Signora, può darsi che dimentichi / il vostro divino profilo d’uccello / e come si salta in un cerchio / io sfondi la follia del mio cervello / ma gli occhi vostri sul soffitto della mia testa / chiari rifulgeranno come lampadari”.
L’amore è affrontato come argomento retorico, secondo stilemi recuperati da una frustra tradizione letteraria: “Lo so, domani me ne andrò perdutamente / di nuovo solo verso conturbanti dimore / ma oggi la tua grazia mi è amica: / per me i lenti tuoi sguardi color malva sono tutto al mondo. // La tua fronte non chiude nell’esigua bianchezza / l’ombra infinita da cui scaturirà la luce / eppure, o testa cara, io t’amo stranamente. // Quando al tuo riso chiaro non batterà più il cuore / arrossirò forse ancora alla dolcezza / che sarebbe stata accucciarmi nel tuo cuore / come nel chiaro cortile di un delizioso convento”.
Anche l’autoritratto assume caratteri imitativi, quasi parodistici: “Ahimè che troppo ho aperto finestra / e porta, ho cercato / l’azione, il piacere, fosche parole”, “Proust abita al 102 del Boulevard Haussmann più ardente per Ormuz e stufo di Arriman”, “Con il pretesto che è Domenica / Marcel Proust in quel paradiso / da cui un angelo fa capolino / tanto è restato... che è lunedì!”.
Nel ritrarre personalità maschili, Proust sembra più a suo agio, più sciolto e frizzante, addirittura mordace nelle punzecchiature polemiche, spesso con espliciti riferimenti omoerotici: “Maure, balzacchiano, dal passo affrettato / Jean, levigato, occhi viola del pensiero, / Lucien barboncino rasato a squadra, / Douché falso magro sempre desiderabile; / Herrmann per cui la stessa / Pazienza l’ha persa, / Nijinski, del sublime fuoco d’artificio nerastro, / inconcepibile, residuo sottile / Bakhst, spettro della rosa e asino della lesina, / Boni, pancia di crusca e viso di bambola, / la sua mano pare sempre che ti porga una spada / l’occhio che ti giudica ti ha bell’e sistemato”.
Invece languido e ammirato appare nell’omaggiare i musicisti che ama: Chopin: “Pallido e dolce compagno della luna e dell’acqua, / principe della disperazione...”, Schumann “sognante e disilluso combattente”, Mozart, il cui “magico Flauto / stilla nell’ombra ancora calda / degli addii di una bella giornata, / la freschezza dei gelati, / dei baci e del sereno”.
Accompagnando come un divertissement leggero e vivacela monumentale struttura della Recherche, i versi di Marcel Proust ne sottolineano per contrasto la complessità. Sono, come suggerisce la curatrice, “un angolo incolto nell’immenso giardino” della sua opera.
La presentazione di Luigi De Nardis non si sofferma tanto sulle qualità letterarie della raccolta, quanto invece sull’eccellenza della traduzione di Luciana Frezza (Roma, 1926-1992), che è stata oltreché francesista di rispetto, valida e originale poetessa: le sue rese in versi sono vere ri-creazioni e introiezioni in un lessico poetico personale, che ha saputo valorizzare lo stile proustiano, “troppo spesso privo di espressività”, in vivaci moduli ritmici e indovinate accensioni verbali.





Marcel Proust
Poesie
a cura di Luciana Frezza
con presentazione di Luigi De Nardis
Feltrinelli, Milano, 2020
pp. 144

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