“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 02 Giugno 2020 00:00

L’occhio cinematografico di un poeta: Nelo Risi

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Nelo Risi (Milano 1920 − Roma 2015), oltre che poeta fu regista, come il fratello Dino e i nipoti Claudio e Marco. Laureato in medicina, si dedicò alla poesia a partire dal 1941, anno in cui pubblicò la sua prima raccolta, Le opere e i giorni

All’attività letteraria affiancò presto quella cinematografica, realizzando otto film, vari telefilm e cortometraggi, inchieste televisive e documentari, tra i quali l’ultimo, uscito nel 2008 col titolo Possibili rapporti, proponeva una conversazione tra lo stesso Risi e Andrea Zanzotto, allora entrambi ultraottantenni. L’operatività pratica con la macchina da presa fu determinante nel dare ai suoi versi un’incidenza visiva più che uditiva, nella ricerca di inquadrature marcate e penetranti.
Cimentatosi spesso con la traduzione poetica, Risi ebbe a occuparsi di molti autori francesi: Pierre Jean Jouve, Jules Laforgue, Guillaume Apollinaire, Gérard de Nerval Max Jacob, André Frénaud, Raymond Queneau, Henri Michaux, con testi antologizzati in Compito di francese e altre lingue 1943-1993. L’interesse per la letteratura d’oltralpe va fatto probabilmente risalire al periodo trascorso a Parigi nel dopoguerra (1948-1953).
Il recente volume pubblicato da Mondadori, Tutte le poesie, non solo traccia l’evoluzione dello stile del poeta e l’eclettico arricchimento dei suoi contenuti, ma rappresenta anche una preziosa testimonianza dei cambiamenti (sociali, etici, ideologici) che hanno segnato la storia del nostro Paese dagli anni bellici fino al primo decennio del Duemila. “Un documentario sull’epoca acuto e puntuale, ricco e tempestivo”, suggerisce Maurizio Cucchi nell’introduzione, sottolineando la fondamentale caratteristica di questo autore: “Risi ha sempre preferito muovere il proprio sguardo in direzione dell’esterno, catturando così un’infinita serie di immagini utili a leggere il mondo, e praticamente azzerando la presenza di un io lirico”.
Con una scrittura discorsiva e prosastica, ironica ed elegante, nitidamente asciutta, Risi ha affrontato nelle sue raccolte temi civili ed etici, con tonalità che rifuggivano dalla retorica e dal compiaciuto estetismo, dall’evasione, dall’ermetismo o dallo sperimentalismo linguistico, optando invece per un linguaggio appassionato e radicale, a volte addirittura risentito, quando si misurava con argomenti di rilevanza morale e politica (il razzismo, il conformismo culturale, la superficialità dei rapporti umani), limpido e delicato quando trattava di ricordi familiari, amici, donne e città amate.
Già dagli anni Cinquanta i maggiori critici italiani si interessarono alla sua produzione in versi. In un articolo del 1957 sul Corriere della Sera, Eugenio Montale scrisse che “Risi deve aver imparato, più che dalla poesia, da certa recente pittura francese”. Cesare Garboli, in un intervento del 1958, parlava di “una poesia essenzialmente non metaforica”, definizione ripresa e ampliata da Giovanni Raboni che, nell'introduzione a Poesie scelte 1943-1975 (Oscar Mondadori), sottolineava come nella poesia risiana “il detto prevale sempre e comunque sul non detto, il nero sul bianco, la chiarezza sull’ambiguità, il piano sullo spessore, l’univocità sulla polivalenza”.
Nelo Risi vedeva nella scrittura uno strumento di impegno, soprattutto nelle raccolte degli anni Sessanta-Settanta. “Scrivere è un atto politico” affermava in Dentro la sostanza (1965), convinto che la prima intenzionalità del poeta dovesse essere la chiarezza comunicativa, nella denuncia delle ingiustizie, dei soprusi, dello sfruttamento capitalistico, della malignità gratuita nelle relazioni interpersonali.
Ne sono un esempio queste poesie: Una sola famiglia: “L’operaio ingrassa la macchina / la macchina ingrassa il padrone / entrambi si affacciano a sera / a un balcone che dà sulla fabbrica / la nostra fabbrica dice il padrone / l’operaio preferisce tacere”, Telegiornale: “Stando nel cerchio d’ombra / come selvaggi intorno al fuoco / bonariamente entra in famiglia / qualche immagine di sterminio. // Così ogni sera si teorizza / la violenza della storia”, Sotto i colpi: “C’è gente che ci passa la vita / che smania di ferire: / dov’è il tallone gridano dov’è il tallone, / quasi con metodo / sordi applicati caparbi. // Sapessero / che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice”.
La partecipazione emotiva, lo sdegno nei riguardi della sopraffazione e dei pregiudizi razziali, rimase costante anche nelle ultime raccolte. Ad esempio, in Neri: “Impediti di esprimersi al meglio / li vorremmo a sudare per noi / in lavori di accatto // E che delimitino i loro spazi / tanti spruzzi di orina / sul territorio // Soffocati sul nascere / un nido coperto da un panno”.
“Il poeta deve muovere coi piedi ben saldi nella realtà... La poesia è un grido che appartiene all’artista come alle vittime, in questo senso è sociale e appartiene a tutti”, scriveva dando una definizione del suo ruolo, perseguito con severa e integra semplicità, nella scia dell’illuminismo lombardo di Parini, di Porta, del Manzoni della Storia della colonna infame, citata in una sezione di Dentro la sostanza (1965). Amava pertanto utilizzare materiali linguistici presi in prestito dalla terminologia tecnica, burocratica, giornalistica, proprio nella volontà di mantenere saldo il rapporto con l’esistenza quotidiana, domestica e lavorativa, di tutti.
Nei primi trent’anni della sua produzione si alternavano modalità espressive cantilenanti e popolari (come nella famosa I meli i meli i meli: “Quell’albero che mi sorprese / con i suoi rami gonfi / quanti corvi sul ramo più alto // Quel toro che si accese / per una macchia scura al mercato / quanto sangue versato alle frontiere // Quella ragazza in tuta che s’intese // prima con i francesi e i polacchi // quanti vantaggi il suo corpo tra le braccia // Quel soldato che mi chiese // la via breve oltre Sempione // quanta ansia in uno sguardo”), a una sentenziosità epigrafica, ammonitrice, spesso sarcastica (esemplarmente caustiche e beffarde sono le poesie di Sviluppo psicomotorio della primissima infanzia di un capo).
Nella maturità furono invece i temi e gli argomenti privati a prevalere, attraverso accenti più inteneriti e malinconici, e lo scandaglio dell’analisi psicanalitica. Tutta la sezione Suite a ritroso ripercorre episodi, dolorosi o divertenti, vissuti nell’infanzia. Particolari sono poi i versi, commossi e grati, dedicati alla moglie Edith Bruck, scrittrice ungherese di origine ebraica, reduce dai campi di concentramento. Vali più tu: “Vali più tu / coi tuoi piedini piatti d’orsacchiotta / coi tuoi occhi asimmetrici / col tuo codino d’anatroccola che alzo / quando bacio la tua nuca / vali più tu con tutti i tuoi malanni / i tuoi veri spaventi immaginari / con la tua contezza appresa dalla vita / (e non ti fu mai tenera!) / vali più tu indifesa di me che mi difendo / vale più un tuo sfogo del mio stare zitto / vale più un tuo sogno di una mia conquista / vale più un tuo sabath di una mia domenica / vale più la tua fame del mio appetito / vale più un tuo detto di un mio verso / vale più un tuo accento sghembo di una mia rima / vale più la tua mente fresca della mia mente libresca / vali più tu che canti la tua Tosca / vali anche più tu con me vicino”.
E ancora, in Madrigale, l’amore tra un uomo e una donna viene considerato consolazione e medicamento per le ferite della vita: Ho fatto un pieno di versi / per la traversata dei deserti / dell’amore, là dove il viaggiare / più comporta dei rischi, dove / occorre tenere gli occhi bene aperti / perché non sempre regge il cuore. // A malapena si conserva un viso / se il tempo ingoia il resto; / con un ritratto appeso non si va / molto lontano, a meno che un sorriso / una figura non venga a divorarti / con dolcezza, un modo ancora / per stare con la vita”.
Dagli anni ’90 in poi, lo stile poetico di Nelo Risi conobbe un’accelerazione formale verso stilemi più condensati e frementi, con frequenti inserti prosastici e un gergo più decisamente colloquiale, anche nell’affrontare argomenti di rilevanza culturale o scientifica, a cui dava (da “stilista dell’universale”, secondo la definizione di Giovanna Ioli) il rilievo poeticamente adeguato: “In questa fine di millennio, nel caos dei linguaggi telematici e dei manierismi tardosperimentali, nella vacuità delle pratiche individuali e dei progetti neoavanguardistici dove sta la poesia? La poesia sta dove la lingua vive”.
Così in Alea: “una serie d’eventi sfortunati (per es. / l’uso del latino o della storia senza / apprendistato) uno sbaglio di opinioni? / lo si dovrà pur rimediare, l’oggi / non è più un domani / La strada è polverosa la luce vaga / anche il tramonto è in fuga e la notte / una pietra levigata che non sia il momento / dell’antico fiume il nostro rubicone? / un ruscello e sembra un mare puro azzardo / che una volta sola è dato attraversare / un VADO O RESTO un tagliar corto / senza un amico cui consultarsi / solo con te stesso tu conosci / alternative un esito diverso?”, e in Origine vertigine: “Voce delle cose / delle onde delle piante brusii sommessi / frammenti in quel silenzio / così la musica tra due silenzi / un primo fondamento ha il seme / che dall’origine ci appartiene / è LA PAROLA un corpo fatto / della stessa carne dell’uomo / e del mondo capogiro in movimento / una vertigine dall’invisibile / al visibile che affiora”.
Alfredo Giuliani definì Risi poeta “discontinuo e ricco di sfumature”, dotato di “perentorietà tagliente anche nel contraddirsi”. La sua mai diluita bruschezza, la sua manifesta petrosità, ne hanno fatto “un impareggiabile testimone critico del secondo Novecento”, come scrive Maurizio Cucchi presentando questa fondamentale antologia.





Nelo Risi
Tutte le poesie
introduzione di Maurizio Cucchi
con un’intervista a Edith Bruck
Milano, Mondadori, 2020
pp. 552

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