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Martedì, 26 Maggio 2020 00:00

“Garantito al limone”. Sull’esordio di Carlo Bertocchi

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L’esordio narrativo di Carlo Bertocchi – Scuola Holden – associa ad una storia a tema adolescenziale suggestioni più profonde, che chiamano in causa un immaginario collettivo italiano adesso scomparso. O meglio: modificatosi nel corso degli ultimi trenta anni. In questo romanzo, dal ritmo narrativo lineare e ben gestito, assistiamo anche al tentativo, riuscito dal mio punto  di vista, di  un recupero culturale in grado di raccontare molto del nostro Paese.

Nelle pieghe delle descrizioni o dei dialoghi affiora una particolare koinè linguistica, proveniente dalla fine degli anni Ottanta, ricchissima di ricordi per chi ha vissuto quel periodo. Si tratta di una lingua che ad un tratto divenne comune, facendo leva su un sostrato e su un percepito mediatici, in cui si mescolavano con disinvoltura slang giovanili, suggestioni pubblicitarie e identità regionali. In ordine sparso: il cornetto Algida. Le All Star (rosse, come le porta Matilda). Il Fifty 4 marce. La spuma al cedro e il giallo psicadelico della Tassoni. I fasci. I Bolscevichi. Willy il Coyote e le sue rovinose carambole. I Ghostbusters. Le melodie colte e penetranti dei Queen. Il Ciao e il Vespino 50 truccati. I succhini di frutta con la cannuccia integrata nella confezione. La casa di Barbie. I Ringo. I joystick sporgenti. Le Big Babol e gli orsetti di gomma colorati. Le 200 lire per i primi video games. L’Allegro Chirurgo. Una puntata di Jeeg Robot d’Acciaio. La fantasiosa arte di arrangiarsi di quell’incredibile problem solver che fu MacGyver. Farsi le spade con l’eroina, che cominciava a circolare anche nelle realtà più decentrate come vizio e simbolo del vuoto giovanile di fine secolo. Le scazzottate senza fine nei film di Bud Spencer e Terence Hill. I mangianastri Philips di plastica nera con il tasto per il REC in rosso. L’invito a “camomillarsi”. Gli shorts mozzafiato della cugina Daisy Duke, che sono poi ancora una volta quelli di Matilda. Gli Uniposca. Chunk dei Goonies. Il Buondì Motta, asciutto e spugnoso, coi chicchi di zucchero sopra. Gli attesi Mondiali di calcio di Italia ’90.  
Una serie di ammiccamenti alla memoria – per chi come Bertocchi, e come me del resto, è nato alla metà degli anni Settanta – in cui un sintagma spicca però tra tutti, con funzione di refrain: garantito al limone. Nell’espressione si condensano la spavalderia ragazzina, che tanto ama emettere sentenze, e quella incrollabile fede nei propri pensieri che è attesa al varco di prove (e di smentite) in una età appena poco più adulta. Garantito al limone accompagna l’affermazione di una evidente verità. La pronuncia non a caso molto spesso Matilda, nelle sue prese di posizione e nell’ostentazione di un’affascinante maturità che sorprende, considerati i suoi quattrordici anni. Il fatto però che essa provenga direttamente da un enunciato pubblicitario, tra l’altro ereditato da un primordiale spot anni Cinquanta e reinventato tre decenni più tardi grazie all’introduzione di un effetto sonoro che collegava l’efficacia del prodotto al risultato, deve far riflettere, spostando l’attenzione su implicazioni ulteriori. Dal primo boom economico del nostro Paese il detersivo per i piatti Last era arrivato più o meno intatto alle soglie di una nuova epoca. Nel momento in cui il berlusconismo, nella sua prima fase, mostrava attraverso alcuni programmi culto veicolati dai tre canali Fininvest le sue lusinghe più seduttive – quelle del benessere ad ampia portata così come quelle del premio, basate sul rapporto tra intraprendenza e denari – una intera generazione stava crescendo, formandosi sulla scia di nuovi valori, concepiti in totale controtendenza rispetto alle ideologie precedenti. Le smanie della propria immagine e del patinato cominciavano a prendere piede e il bisogno di affermare un modello alternativo di personalità si stava diffondendo come esigenza primaria. Questa particolare transizione storica il romanzo di Bertocchi la coglie benissimo, al di là del fatto che i due protagonisti riescano a rendersi immuni dalle implicazioni più pericolose di quella retorica, grazie a una moralità tutto sommato ancora salda proprio perché in grado di discernere in autonomia il bene dal male.
Sotto il profilo dello stile, l’io narrante di Bert racconta attraverso indiretti liberi e parti in prima persona. Queste vengono a loro volta alternate con dialoghi – buona la capacità mimetica che riproduce il parlato – in cui emerge sempre un punto di vista prevalente. Quello che per capirci tende a orientare il  lettore in direzione del sistema di valori proposto dal romanzo. Un sistema, sul quale si polarizzano le vicende, molto chiaro, al limite del manicheismo. Da una parte i buoni. Dall’altra i cattivi. La parte giusta e quella sbagliata, con in mezzo un presunto colpevole che sembra avere tutte le prove a carico, complice anche la sua evidente alterità. Il luogo emblema della suddivisione tra rossi e neri, tra fascisti ed ex partigiani adesso divenuti o ritornati comunisti, ovvero quella Casa del Popolo romagnola che appare dall’esterno ancora come unica alternativa alla chiesa (quasi un cronotopo per la sua valenza storico-sociale) comincia anch’esso a vacillare, e a mutare di segno. Si fanno sentire persino qui gli effettivi corrosivi di certo massmediaticismo rampante, già ampiamente attivo nel 1989. Le zone che furono del dibattito e della lotta vengono sacrificate in nome del consumo e dell’intrattenimento fine a se stesso (il bar fornito con bibite e gelati alla moda, i videogames). È lampante che sullo sfondo della storia si stia compiendo anche un passaggio epocale; probabilmente lo troviamo riassunto nei due brani seguenti, in cui l’autoconsapevolezza ragionata di Bert si fa chiave di lettura: “Per noi ragazzi la differenza tra Togliatti, Andrea Costa e Wojtyla era indefinibile, ma ci cascava addosso nella vita quotidiana, in base alle scelte delle nostre famiglie su dove comprare il pane o prendere il gelato” (p. 15).  “Per  me  il  capitalismo e  il  socialismo  non  erano un problema urgente, e il presente era confuso come i bordi delle strade con la nebbia” (p. 95). Gli schieramenti ideologici, essenziali fino alla fine degli anni Settanta, sono divenuti privi di chiarezza. Restano soltanto una prerogativa dei genitori, così come una occupazione per nonni piuttosto anziani, dalla quale i figli rimangono consapevolmente esclusi perché non in grado di decodificarne il senso e soprattutto la reale utilità. Sappiamo fin troppo bene che quello stesso 1989, nella cui estate è ambientata la vicenda, è un anno spartiacque in grado di sancire molte fini. La fine della separazione tra est ed ovest. La fine della contrapposizione delle oligarchie economiche dei due blocchi, con l’ingresso in una ulteriore fase di un tardo capitalismo che si appresta a diventare globale. La fine della perfetta riconoscibilità, a livello politico italiano, tra le istanze della sinistra e quelle della destra.  
La luce – sugli effetti della quale è calibrato il titolo – non fa che sottolineare con valenze simboliche le sfumature di una transizione che dal piano privato passa a quello storico. Ora accecante (i campi di grano e di mais), ora smorzata dal bagliore di una lampada (il garage di Mati con la serranda abbassata), ora assente (il condotto di cemento che dà rifugio all’albanese). L’alterità del presunto colpevole, macchiatosi agli occhi della comunità e dei Carabinieri che stanno effettuando le indagini di un violento delitto, è uno spunto che dalla sfera narrativa viene automaticamente traslato a quella sociale. L’omicidio si rivelerà essere stato commesso dal marito della donna, geloso della relazione tra sua moglie e lo straniero, l’uomo fosco che arriva da lontano.
Questa apertura verso una identità altra, che si sovrappone a un tessuto sociale chiuso e non ancora pronto a integrare le differenze come ricchezza, anticipa quella futura società italiana, multietnica e attraversata da complessi fenomeni migratori, che rappresenta il nostro oggi. Pur essendo quanto meno singolare da un punto di vista della cronaca la presenza di un immigrato albanese nella provincia romagnola all’altezza dell’estate 1989 (la caduta del regime comunista guidato nella sua ultima fase da Ramiz Alia porta la data del 1991 e nello stesso 8 agosto 1991 avviene l’approdo della prima nave di profughi albanesi, la Vlora, nel porto di Bari) l’inserto del fuggiasco che proviene da fuori anticipa gli anni successivi e rende merito alla migliore generazione di quegli adolescenti. Sono loro che, nonostante la confusione delle notizie che rimbalzano di bocca in bocca e che vengono riportate dagli adulti, riescono a risolvere il caso, una piccola detective story che impreziosisce l’intreccio e ottiene un efficace diversivo rispetto al focus centrale, occupato dall’avvicinamento affettivo tra i due protagonisti.  
La lucidità dimostrata in questo frangente crea un bel contrasto con l’ethos del personaggio chiave, molto spesso preda di uno stato di ansia emotiva nei confronti dell’ambiente circostante. Il nodo verrà risolto all’interno di un percorso di formazione che culmina nel bacio, nel limone finale, tra Bert e Matilda. Questa condizione, pressoché costante per l’io narrante, che percepisce ma non comprende con pienezza le cose, introduce del resto una ulteriore riflessione non tanto sull’età dei ragazzi che abitano il romanzo, quanto sulla scelta di genere. Rispecchiata dalla particolare penombra alla quale il titolo fa riferimento, l’adolescenza diventa un osservatorio privilegiato per una fase dai molti passaggi. Fin dal Primo Novecento uno dei tratti tipici del filone adolescenziale è stato quello dell’indeterminazione di fronte alla vita, accompagnato dall’ascolto maniacale dei propri pensieri. A supporto di queste costanti ci sono alcune pietre miliari che hanno contribuito alla fortuna di quello che è stato uno dei sottogeneri più ripresi nel secolo scorso – penso in funzione di antesignani spuri al Törless di Musil (1906) e a Rilke, con I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910), e poi al Pel di carota di Renard (1894-1902), a Il grande Meaulnes di Fournier (1913), al Diavolo in corpo di Radiguet (1921), così come penso a Hermann Hesse con il suo Demian (1919) fino ad arrivare alla coralità distopica de Il signore delle mosche di Golding (1952).
In questo aspetto il romanzo di Bertocchi si inserisce in una tradizione che parte da lontano. Da qui derivano senza dubbio alcuni topoi di genere, come l’idiosincrasia per i dettagli fisici dell’antagonista, la gestione dei rapporti nel gruppo degli amici più fidati (in cui spicca sempre una caricatura fisica ai danni del ciccione), le scene di scontro che culminano in rissa tra bande contrapposte, il senso di angoscia nel momento in cui si comprende di essere ricercati per qualche torto commesso alle spalle del più forte, vero o presunto che sia. In area italiana invece la figura dell’adolescente non sembra aver avuto tematizzazioni e celebrazioni così frequenti, eccezion fatta per lo splendido Agostino di Moravia, scritto però nel 1943 e dunque più tardo rispetto a quel giro di anni in cui in area francese e anglosassone assistiamo al fiorire di  storie riferite al tema. Il precedente più diretto sembra così provenire da un altro esordio, quello del cannibale Enrico Brizzi, con la coppia Alex e Aidi che in certe dinamiche ricorda piuttosto da vicino la fascinazione amorosa tra Bert e Matilda. Anche l’ambientazione e la toponomastica dei due romanzi hanno più di un tratto in comune, seppur spostate in Brizzi di qualche chilometro, in direzione del versante bolognese e dunque emiliano della regione. Rispetto però a Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994) la storia elaborata da Bertocchi rimane più essenziale, più direttamente fruibile, attaccata ad assi portanti che per scelta stilistica riducono al minimo il mondo delle figure comprimarie; soprattutto apertamente costruita mediante quegli accostamenti antitetici su cui ho concentrato l’analisi.  
In questo quadro di contrasti, delineati per contrapposizione, la suddivisione delle sequenze narrative in capitoli propone pertanto una partizione molto vicina alla sceneggiatura, con unità formali che, collocate all’interno di un’unica ambientazione spaziale, permettono al plot di  scorrere fluido attraverso episodi costruiti in una ordinata progressione temporale. Si tratta di un prologo (in cui è presente l’unica vera prolessi del romanzo), ventuno scene e due epiloghi. Segmenti che accendono la luce sul racconto, lo svolgono e lo concludono.
In un intervento del 2003, Walter Siti, chiamato a rispondere da Gianluigi Simonetti sulla particolare tipologia di realismo che, anche complice l’exploit televisivo del format reality, si stava narrativamente affermando, ha parlato di realtà televisionabile contrapposta implicitamente a una realtà per così dire cinematografabile o filmografabile (cfr. Un realismo d’emergenza. Conversazione con Walter Siti, a cura di Gianluigi Simonetti, in Contemporanea, 2003, I, pp. 161-167).
Eravamo agli inizi degli Anni Zero ma i presupposti per un’analisi lucida sui meccanismi e sulle interconnessioni ibride della narrazione del futuro prossimo, che essa fosse sperimentale impegnata o mainstream, si erano già palesati. L’augurio per il romanzo di Bertocchi dunque, dopo l’uscita in libreria e online, è quello dell’acquisizione dei diritti per un film, in grado di dire anche altro rispetto alla vicenda adolescenziale portante. Considerato che i presupposti sono già impliciti nel testo, questo non sembra nemmeno essere un auspicio troppo lontano dalla sfera del possibile.





Carlo Bertocchi
Mezza luce mezzo buio, quasi adulti
TerraRossa Edizioni, Alberobello (BA), 2019
pp. 170

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