“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 30 Aprile 2020 00:00

“C’era una volta in America”: un libro

Scritto da 

È solo il mio modo di vedere le cose.
(Noodles)

     

 

Once Upon a Time in America, uno dei più bei film di sempre, il capolavoro di Sergio Leone, è stato tratto da un romanzo autobiografico di Harry Grey, un rapinatore americano, ossia The Hoods, pubblicato in italiano proprio con il titolo C’era una volta in America. Da libri mediocri vengono spesso fuori grandi film, e viceversa; è difficile che da un capolavoro letterario sia tratto un film altrettanto bello.

The Hoods è un romanzo lineare, scritto in prima persona, che narra le avventure di Noodles, Maxie, Cockeye e Patsy, proprio come nel film di Leone, un gruppo di criminali adolescenti (con l’assenza del piccolo Dominic) che diverranno dei famosi gangster. È un libro noioso, specie se raffrontato al film, che alterna pagine e pagine di interminabili dialoghi a scene fin troppo descrittive, con personaggi che non fanno altro che parlare “in tono cinico” o guardare “con alterigia” o sogghignare o sobbalzare o annuire di continuo, muovendosi intorno ai dialoghi come fantocci, un gesto via l’altro, una battuta via l’altra, per riempire le pagine. La narrazione è teatrale, scena dopo scena: un copione prolisso e stucchevole. La malinconica atmosfera del film è inesistente. Il mitico Noodles di Sergio Leone, cioè Robert De Niro, cioè Harry Grey, l’autore del romanzo, sulla pagina si rivela deludente, un criminale con poco carattere e senza alcuna profondità. Il Noodles di The Hoods non ha tragedie personali alle spalle, a differenza del Noodles di Once Upon a Time in America, che è fatto di nostalgia e rimpianti e tempo perduto. Va detto che Harry Grey non torna sul “luogo del delitto”, ossia sul tempo perduto e ritrovato invano, a differenza di Sergio Leone, il cui Noodles verrà richiamato a New York da una misteriosa lettera, in realtà spedita da Max (ma potrebbe anche essere un delirio di Noodles, causato dall’oppio). Il romanzo, che non ha mistero né ritmo, si conclude con la fuga di Harry Grey da New York, dopo la morte dei suoi amici. Il film invece comincia proprio con la fuga, per poi andare avanti e indietro nel tempo, in una struttura a spirale, labirintica, dall’adolescenza all’età adulta alla vecchiaia di Noodles, in un succedersi di incanti e memorie e sparatorie e scazzottate e stupri e grande musica, l’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone.
Al romanzo di Harry Grey manca la musica, certo, ovvero lo stile di scrittura, la forza della parola vissuta sulla pagina. Ma mancano anche i personaggi, a cominciare dal piccolo Dominic o dalla Deborah di Sergio Leone, che nel romanzo si chiama Dolores e che è molto meno presente rispetto al film, meno importante. Il Noodles di The Hoods soffre poco d’amore, non ha rimpianti. Si limita a riportare dialoghi e scene, dall’inizio alla fine del libro, per quattrocento pagine. Da ragazzo, il Noodles di Sergio Leone legge Martin Eden, di Jack London. Il Noodles di Harry Grey invece cita The Killers, il breve racconto di Hemingway. “Assomigliamo ai personaggi di quel libro?” domanda a un amico, che sta appunto leggendo i racconti di Hemingway. The Killers, I sicari, è un racconto freddo, non uno dei più belli di Hemingway, uno dei primi racconti hard boiled della letteratura americana, pubblicato nel 1927, con Max e Al, due sicari, che entrano in un bar e chiacchierano con gli astanti, in cerca di Ole Anderson, un pugile che devono uccidere – nel bar c’è anche il mitico Nick Adams, alter ego di Hemingway, lo stesso di Grande fiume dai due cuori e di Campo indiano. “Certo che quello lì li conosce, i suoi personaggi” dice un personaggio di Harry Grey, a proposito di Hemingway. “Sì, ho letto la sua roba. È un genio. Dalle sue descrizioni saprei riconoscere un gangster a prima vista”. La citazione non è casuale; tutto The Hoods sembra scritto scopiazzando i dialoghi hemingwayani, come molti romanzi americani degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma sarebbe stato meglio se Harry Grey avesse letto Hemingway con più attenzione, magari il racconto Insonnia o il monologo del vecchio ubriaco in Un posto pulito, illuminato bene. I dialoghi serrati dei personaggi, specie se privi di ritmo come in The Hoods, non possono reggere per più di qualche pagina, come nel breve racconto di Hemingway. The Hoods è fin troppo lungo.
Ma leggere del Noodles di Harry Grey è comunque interessante, perché riporta al Noodles di Sergio Leone, a Once Upon a Time in America. È impossibile non “cercare” il film, sfogliando le pagine, come per la scena dello stupro di Dolores/Deborah, che stravolgerà il Noodles di Leone e che invece sembra tutto sommato poco importante (nonostante la Doloresmania, che lo costringerà a imbottirsi di oppio) per il Noodles di Harry Grey: “La coprii di baci umidi e ardenti. Le morsi le labbra fino a farle sanguinare. Era come un uccellino inerme in una morsa. Con le ginocchia la costrinsi ad allargare le gambe. La vista delle mutandine di pizzo nero contro le rosee cosce mi portò alla frenesia. Le strappai il vestito dalle spalle, strappai le spalline del reggiseno e denudai il suo seno fermo e rotondo. Vi affondai la faccia. Dolores gridò: ‘No, ti prego, no! Lasciami, ti prego, lasciami!’ La macchina si fermò di colpo...”. La scena del film è quasi identica (uno dei grandi stupri del cinema), e leggerla significa proseguire in qualche modo Once Upon a Time in America, immaginare Sergio Leone che dirige e Robert De Niro e Elizabeth McGovern che recitano. Dolores, cioè Deborah, vomita. Noodles cerca di farsi perdonare, inutilmente. A differenza del film, risale in macchina e la riaccompagna a casa. Non si vedranno mai più. “Non mi ero mai sentito così infelice e disperato in vita mia” scrive Harry Grey. Deborah andrà a Hollywood. Nel film, Robert De Niro la guarda seduta nel treno in partenza, fra i vagoni e il fumo, più bella che mai, un triste ricordo che sfugge allo sguardo. Deborah lo vede e rimane impassibile, abbassando la tendina del finestrino. Le note di Ennio Morricone, il tema di Deborah, risuonano in sottofondo.
Un’altra scena del libro, per una volta memorabile, è un’incazzatura di Maxie, nel finale, proprio come in Once Upon a Time in America. Maxie è seduto su un trono (nel film è il trono di un papa, nel libro un trono appartenuto a un vecchio barone rumeno); sta cercando di convincere Noodles, Cockeye e Patsy di fare il colpo alla Banca Federale, che per Noodles è un suicidio. “Mi guardò con ira” racconta Noodles. “E, lo giuro, o forse lo immaginai, schioccò le dita a Cockeye perché si mettesse a suonare. Insomma, Cockeye tirò fuori l’armonica e si mise a suonare come un pazzo”. È una scena divertente, musicale. Cockeye suona l’armonica per tutto il romanzo, infatti, proprio come in Once Upon a Time in America. Peccato che la musica, il ritmo delle parole, si senta di rado sulla pagina. E peccato che nel libro manchino molte scene, come la struggente lettura del Cantico dei cantici, fatta da Deborah a Noodles, da ragazzi, la promessa dell’amore che poi, da adulti, diventerà stupro. Tutto in Once Upon a Time in America è una promessa mancata.
Anche in The Hoods, come nel film di Leone, Noodles si rifugia spesso “dal cinese”, per imbottirsi di oppio e dimenticare. “Mi allungai sulla branda” scrive Harry Grey, nelle ultime pagine. “Joey accese la lampada sotto la mia pipa. Tutta la disperazione, la paura, il dolore se ne andarono lentamente. Ad ogni boccata, una dolce pace mi fluiva nelle vene e in tutto il corpo. Poi sogni, sogni variopinti e strani, attraverso i vapori dolciastri della pipa”. Non è l’ultima scena del romanzo, però assomiglia molto al finale del film, con Robert De Niro che sorride al soffitto, allo spettatore. Che sia stato tutto un brutto sogno? Che Max sia morto veramente? La struttura allucinata di Once Upon a Time in America, con eterni ritorni nel tempo, non dà risposta. Robert De Niro lascia l’immensa villa di Max, cioè del senatore Bailey. Si volta e vede un camion della nettezza urbana e la sagoma di un uomo che sembra Max uscire a sua volta dalla villa. Poi l’uomo scompare dietro il camion, che supera Noodles e si allontana nell’oscurità, tritando la spazzatura. Tutto è incomprensibile e silenzioso. Finalmente delle auto d’epoca emergono dalle tenebre, con dei ragazzi in festa, sulle note di God Bless America di Irving Berlin, allontanandosi nella direzione opposta. Torna il silenzio. Ora Noodles è nella fumeria d’oppio, da giovane. Cos’è successo realmente? Cos’è accaduto al tempo, che tutto ha inghiottito e stravolto? Cosa ne sarà, o ne è stato, di Noodles, che sorride al soffitto? Nel romanzo non c’è nessuna allucinazione, nessun mistero: Noodles è semplicemente fuggito, cambiando identità – il vero nome di Harry Grey è difatti Herschel Goldberg. Nel film invece tutto sembra ancora possibile, il concatenarsi di eventi reali o immaginari che gira intorno ai fumi dell’oppio di Noodles, un incubo vissuto che si ripete a perpetuità, che ripetendosi si estenua. È il finale che preferiamo. Per ricordare e illuminare un grande film vale la pena, talvolta, di leggere un brutto libro, ma questo lo dimenticheremo presto, magari proprio rivedendo (e non rileggendo) C’era una volta in America.





Harry Grey
C’era una volta in America (The Hoods)
Traduzione di Benedetto Montefiori
Mattioli 1885, Fidenza (PR), 2015
pp. 405

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