"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 02 Maggio 2013 22:04

Guido e Ciccio, perduti in un libro perduto

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                                                                                                  Tanto per cominciare i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta.

                                                                                                                                             Nicola Fano, De Rege Varietà

 

Il racconto del teatro è il racconto del passato: un attore ha appena smesso il suo saluto chinandosi agli applausi, rispondendo con lo sguardo, con un nuovo inchino, con un gesto breve della mano; verranno poi le quinte, il rumore che scema nel silenzio, l’aumento di distanza tra chi ha smesso di guardare e chi ha smesso di essere guardato. Verrà il buio. Il ritorno in camerino, l’abbandono degli abiti di scena, la mano che strucca il bianco pallido alla pelle, uno sguardo dato nello specchio, il ritorno alla vita dell’esterno, in attesa di una nuova replica, di un nuovo
inizio, di un finale nuovo sperando in nuovi applausi.

Così sfumano gli spettacoli, così – degli spettacoli – sfumano il volto degli interpreti, le battute replicate, le trame messe all’opera. All’aria non ne rimane che un pulviscolo, il pulviscolo si diffonde fino a scomparire.
Per questo scriviamo che il racconto del teatro è il racconto del passato e vi aggiungiamo che – come ogni altra forma di ricostruzione fatta a posteriori – il racconto del teatro (delicato e instabile, urgente e fragile, sereno o tormentoso) è un’invenzione sovente inattendibile: “Mi diedi compito di ricordare. Di ricordare le cose vere, quelle verosimili ed anche quelle false: tanto son tutte ugualmente leggenda e tutte ugualmente teatro” scrive Nicola Fano e sembra di rileggere – altre frasi ma stesso intento – l’Angelo Maria Ripellino che compone Il trucco e l’anima “raccattando con affettuosa pazienza i materiali dispersi, ricomponendo ragguagli e testimonianze come tasselli d’un mosaico e inventando le fredde notizie nella mia fantasia” per “ridar vita alle ombre dei personaggi nei riquadri di un libro”.
Ecco: De Rege Varietà di Nicola Fano – libro scomparso che tratta di attori scomparsi – raccatta con affettuosa pazienza i materiali dispersi, ricompone ragguagli, inventa le fredde notizie con l’ausilio della fantasia: per ridare vita alle ombre dei personaggi nei riquadri del libro.
“Non ci sono appositi sostegni, ma solo illazioni da mettere giù alla rinfusa: il rigore filologico in queste cose è una scommessa con la memoria di qualcun altro. Il teatro si ricorda” annota Fano e, poco più avanti, ancora: “Ricordare, ricordare, ricordare: m’è diventata un’ossessione. Ricordi com’era vuoto lo spazio davanti alla casa, coperto dalla neve? E il castello che sembrava timido invece che imponente? E il Tevere nascosto in fondo alla valle? E Casagiove? E di che rideva la gente che rideva la sera prima della marcia su Roma?”.
Ricordare e inventare, ricordare è anche inventare. Perché dei fratelli De Rege non esistono fondi pubblici, sezioni in biblioteca, teche nei musei teatrali; non esistono carte autobiografiche, monografie, saggi di convegni universitari; non esistono lettere, copioni, fotografie catalogate. Perché dei De Rege è scomparso il tumulo, è scomparso il nome, è scomparso ogni vivo testimone.
Ed allora Nicola Fano inventa – meglio: tratteggia il certo col probabile scrivendo del possibile – rendendo una pedana, le luci che si accendono, le prime note di una musica: “S’aprì il sipario e Guido entrò in scena quasi correndo. Tossì, bofonchiò, mescolò versi e imbrogliò parole; subito dietro, non visto, comparve titubante Ciccio. Guido lo sentì e si voltò, poi proruppe: "Finalmente. Vieni avanti, cretino!”.
S’intravedono, come per effetto di una formula magica che fa riapparire le assenze, i palcoscenici lillipuziani dell’avanspettacolo: s’intravedono le quinte di stoffa pittata alla buona, i costumi fuori taglia, i rossori da circo o da cabaret; s’intravedono gli sketch, le smorfie e i giochi d’assonanza o di rima e le battute ciniche e argute e le stravaganze da farsa o spettacolo già andato in scena su chissà quale ribalta di chissà quale provincia. S’intravedono i baffi posticci e i nasi di cartone, le pernacchie e gli inciampi, gli sfottò e le irrisioni.
S’intravede “questo teatraccio” in cui i personaggi avevano per nome Chetichella, Schioppa, Cupido e Tino Pettine; in cui una lacrima non era una lacrima ma un altro modo di ridere, in cui la faceva da protagonista il fantasma di Andracchio: “Ciccio a un certo punto, quando capiva che la gente non lo ascoltava per le troppe risate, si fermava. Faceva finta di ricordarsi improvvisamente di qualcosa e poi via: Andracchio. E giù altre risate. Ma chi è questo Andracchio? Dove l’hai conosciuto? Che c’entra adesso? Non si sa. Me lo ha detto Andracchio”.
S’intravede “questo teatraccio” di cui Guido e Ciccio De Rege furono nobili esponenti poverissimi e ricchissimi esponenti assai miseri, allievi di maestri senza nome e maestri di allievi senza nome, protagonisti per folle ammassate e comprimari per pochi spettatori.
Cosa aggiungere al finale dell’articolo? Forse la breve iscrizione dei dati anagrafici.
Guido De Rege nacque a Casagiove il 25 gennaio 1891 e morì a Milano il 10 febbraio 1945. Il suo cadavere fu aggiunto agli altri cadaveri che colmavano la grande fossa comune del grande cimitero comunale della grande città. Un morto, incastrato con un lancio, tra gli altri morti ammassati giù in fondo.
Ciccio De Rege nacque a Casagiove il 19 agosto del 1894 e morì a Torino il 25 maggio 1948. La sua schiena, vestita per la scena, si piegò dinnanzi allo specchio illuminato di un camerino del Teatro Resposi, all’improvviso, mentre attendeva di rientrare su scena.
De Rege Varietà di Nicola Fano è la dimenticata biografia probabile di questo duo comico dimenticato. Libro apparso quindici anni or sono, ha una copertina in bianco e nero che pare non scalfita dal tempo trascorso ma il nero delle lettere comincia a stingere e gli orli delle pagine hanno un tono che appassisce leggermente. Meriterebbe nuova vita, nuova forma, nuova stampa De Rege Varietà ed invece si ritrova senza mensola, senza scaffale, senza libreria: destinato ad essere una storia perduta, una diceria sentita e abbandonata, una memoria di cui nessuno fa più memoria.
Come gli spettacoli, che sfumano come sfuma il pulviscolo.

 

 

 

Il libro perduto
Nicola Fano
De Rege Varietà
Baldini & Castoldi, Milano, 1998
pp. 184

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