“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Venerdì, 24 Gennaio 2020 00:00

“Bogotá39” o sulla nuova letteratura latinoamericana

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Nel 2017 si è tenuta nella capitale colombiana la seconda edizione del concorso letterario “Bogotá39”. La prima, celebrata dieci anni prima, annoverava tra i trentanove autori di età minore di quarant’anni, scrittori del calibro di Jorge Volpi e Álvaro Enrigue (Messico), Ena Lucía Portela (Cuba), Eduardo Halfón (Guatemala), Andrés Neuman (Argentina) o Rodrigo Hasbún (Bolivia). Lo scopo dell’iniziativa, com’è facile immaginare, era dare visibilità alle nuove proposte in ambito letterario e restituire un panorama il più esaustivo possibile della variegata e complessa narrativa latinoamericana.

Senza ombra di dubbio, l’obiettivo è stato raggiunto giacché la lista parziale di nomi riportati sopra include le voci più lette e tradotte degli ultimi dieci anni. Si tratta di scrittori il cui minimo comun denominatore – per cercare di ridurli a categoria e di estrarne un archetipo – consiste nella prospettiva da e verso cui scrivono e parlano del subcontinente. I precursori ideali o concreti di ciascuno sono rintracciabili nel centro gravitazionale di Alberto Fuguet, curatore della nota antologia McOndo, e di Roberto Bolaño, icona della nuova letteratura ispanoamericana. Un movimento i cui pilastri sono cileni, ma che riguarda un’opinione diffusa, a partire dagli anni ’90, sul territorio in cui è possibile muovere la propria finzione: l’ambientazione diventa urbana, non necessariamente iberoamericana, senza vocazione a un impegno sociale di matrice politica. Lo scrittore latinoamericano, all’inizio del nuovo millennio, si appropria orgogliosamente dell’intero mondo scritturale, del sistema di segni che caratterizza l’occidente, e ne fa un territorio proprio, senza i limiti editoriali dell’isteria magico-realista. È un punto di partenza, come quando una generazione, o un gruppo, di scrittori/trici, si prefigge il ruolo di avanguardia.
L’avventura di quella prima edizione di “Bogotá39” non si è esaurita con i singoli successi e gli apprezzabili fallimenti, ma è continuata con una serie di antologie in cui buona parte di quei protagonisti ha trovato spazio. Questa precisazione ci serve a introdurre il costante lavoro di monitoraggio, selezione e diffusione che la casa editrice Wordbridge ha portato avanti negli ultimi anni. Infatti, se al lettore italiano è concesso rintracciare tali antologie è proprio grazie alla casa editrice, alle sue pubblicazioni digitali, e all’impegno di Giacomo Falconi, Michela Guardigli e, come traduttore invitato, Vincenzo Barca. Non è casuale, quindi, che a meno di due anni dalla pubblicazione in volume dei racconti della seconda edizione della kermesse, sia proprio la casa editrice romagnola a tradurre, in formato digitale, un libro ambizioso e importante, anche in termine di pagine. Wordbridge ci offre una foto di gruppo – monito del tempo e traccia di un percorso; deposito della nostalgia e mappa della propria identità – dei nuovi talenti latinoamericani. Qui troviamo autori e autrici già tradotti e tradotte in Italia (la messicana Valeria Luiselli, gli argentini Mauro Libertella e Samanta Schweblin o la boliviana Liliana Colanzi, per fare alcuni nomi) o altri che – ci auguriamo – lo saranno presto, come l’ecuadoriana Mónica Ojeda.
A questo punto, sarebbe doveroso estrapolare un contenuto generale dell’opera e cercare di soddisfare la tanto legittima quanto complessa domanda riguardante i contenuti di questa letteratura. Gli ultimi avventori di Bogotá39 possono essere accomunati in un significato comune (il significante è chiaro, è il racconto o il frammento) così come si è fatto, forse maldestramente, per i protagonisti del 2007?
Se nel primo caso la soluzione più semplice o semplicista deriva dall’onda lunga dell’iconoclastia di McOndo o di Bolaño, per quel che concerne invece gli autori e le autrici più giovani, non necessariamente efebi dei primi, il territorio che gli si pone davanti è sostanzialmente diverso. I protagonisti delle loro vicende sono esseri umani del tardo capitalismo, osservatori delle macerie di quanto prima era un monumento: la rivoluzione, il patriarcato, l’eteronormativa della famiglia – e la famiglia in genere –, i rapporti personali e il consumo. Sono soggetti non situati: la stravaganza li porta a circolare per uno spazio esteriore o ulteriore, li rende eccentrici, queer. Sono residuali, sopravvissuti.
L’(apparente) incompiutezza di ciascun racconto opera proprio in questo senso.
Da un lato, relega il significato e le definizioni all’ambito di un passato normativo (in termini di generi, anche letterari, di rapporti sociali ed economici, di dispositivi ecologici), dall’altro, ricerca una significazione al momento non incombente se non nel suo divenire. A ben guardare, nei trentanove racconti una costante è il silenzio, l’incompiutezza.
Visti da questo punto di vista, i testi con cui ci relazioniamo sono proposte ipotetiche e parziali, assordanti per la ricerca di una definizione al momento non fondamentale. Questa seconda edizione, quindi, più che porsi su un piano emancipatorio condiviso – lo scrittore e l’intellettuale latinoamericano non rispondono più allo stereotipo tropicalista –, si situa in una prospettiva complessa e condivisa con una cultura in questo caso sì globale.





AA.VV.

Bogotá39. Nuova narrativa latinoamericana
Wordbridge, Forlimpopoli (FC), 2019
pp. 362

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