“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 03 Giugno 2019 00:00

Un figliol prodigo brasiliano

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Raduan Nassar, considerato uno dei grandi prosatori della letteratura brasiliana, è nato a Pindorama (São Paulo) nel 1935 da genitori di origine libanese. Autore di due romanzi e di una raccolta di racconti, dopo il successo ottenuto con Il pane del patriarca e Un bicchiere di rabbia, nel 1984 ha deciso di ritirarsi in campagna smettendo di scrivere.

La casa editrice romana SUR pubblica ora, con prefazione di Emanuele Trevi e traduzione di Amina Di Munno, il suo secondo libro, uscito in patria nel 1975 con il titolo di Lavoura arcaica.
Libro bellissimo.
Narratore in prima persona è André, appartenente a una numerosa famiglia proprietaria di una fazenda in Brasile: sette fratelli e sorelle cementati da un rapporto affettivo profondo e sofferto, coltivato con eccesso di premure dalla madre, e con inflessibile severità dal padre. André, per la sua morbosa sensibilità nutrita di un cattolicesimo ossessivo e frustrante, riveste il difficile ruolo del figliol prodigo, avendo ripudiato i parenti nella sua fuga da casa, a cui poi ritorna più stremato che pentito.
Il romanzo è diviso quindi in due parti: l’allontanamento e il ritorno, la ribellione e la resa.
Come in tutto il volume, il capitolo iniziale − scritto magistralmente − presenta pagine fluide prive di punti fermi, in cui solo virgole e punti e virgola segnano brevi rallentamenti del respiro: il ragazzo viene svegliato, nella camera della pensione in cui ha trovato rifugio, dal bussare affannoso del fratello maggiore Pedro, venuto a cercarlo per riportarlo all’ovile. Si snoda tra i due un dialogo intessuto di assennato rimprovero da una parte, di febbrile resistenza dall’altra: “Sentii nelle sue braccia il peso delle braccia fradice dell’intera famiglia”.
Il ricatto affettivo della sofferenza dei genitori, il ricordo seducente dei luoghi e delle persone amate (le danze vivaci e leggere delle sorelle nelle vesti variopinte, la cucina annerita, i corridoi silenziosi, l’odore del fieno e del letame, una capretta dal pelo lungo) non sortiscono all’effetto sperato da Pedro: André rimane preda del suo incubo, che solo a fatica e con il soccorso dell’alcol riesce a rivelare.
La più imperdonabile delle colpe l’ha allontanato da casa: la più inconfessabile delle passioni.
Nel delirio del giovane, il cesto della biancheria sporca dove i familiari nascondevano i loro umori e residui fisiologici in attesa di lavatura, diventa allucinazione accusatoria. Maestosa, solennemente ammonitrice, si erge poi nella sua memoria angosciata la figura del padre, che prima del pranzo impartiva ai figli riuniti sermoni moraleggianti, parabole quasi evangeliche in cui metteva in guardia da qualsiasi eccesso comportamentale, dalla brama di denaro, dallo spreco, dalla libidine, dalla competizione, esortando invece allo zelo, all’obbedienza, al rispetto e soprattutto alla massima tra le virtù: la pazienza.
André adolescente, scisso tra il desiderio di rispondere alle aspettative paterne e l’istinto di libertà, cerca scampo in fughe solitarie nei campi, sporcandosi di terra ed erba, di rapporti promiscui e colpevoli. Sempre inadeguato di fronte alle tradizioni austere della famiglia, decide tuttavia di accondiscendere al richiamo imperioso della fisicità: “Appena uscito dall’acqua del mio sonno, ma sentendo già le zampe di un animale forte galopparmi nel petto, dissi accecato da tanta luce ho diciassette anni e la mia salute è perfetta e su questa pietra edificherò la mia chiesa privata, la chiesa per il mio uso, la chiesa che frequenterò scalzo e con il corpo nudo”.
In un pomeriggio luminoso, nella casa abbandonata dei nonni, ha l’improvvisa apparizione della bellezza, a cui cede, dannandosi e salvandosi insieme: “Lei era lì, bianco bianco il viso bianco e io potevo sentire tutto il dubbio, il tumulto e i suoi dolori e potei pensare pieno di fede io non mi sbaglio in questo incendio”.
In tre pagine che si sollevano all’altezza di un cantico biblico, Raduan Nassar descrive l’abbandono e il volo, il timore e il tremore di un bambino convertito all’unica redenzione possibile.
André cerca vanamente di comunicare al fratello, tanto simile al padre, la sua esperienza trasfigurante: riesce solo a sfogare, “schiumante e addolorato”, la propria ansia di ribellione e verità, l’esasperazione contro ogni soffocante conformismo. “Io dovevo gridare che la mia pazzia era più saggia della sapienza del padre, che la mia malattia mi era più congeniale della salute della famiglia”.
Pedro, dopo aver ascoltato sconvolto la sua confessione, lo riconduce nella fazenda amata-odiata dei genitori, esteriormente più docile e arreso, intimamente disperato. Il sollievo dei parenti non riesce a mascherare il disagio, l’imbarazzo, la paura aleggiante nell’aria: padre e madre improvvisamente invecchiati, non trovano le parole giuste per accogliere e comprendere il figliolo recuperato al loro affetto, che li aggredisce, scoprendosi estraneo alla rassegnata normalità di un mondo non più suo: “Non ci si può aspettare da un recluso che serva volentieri in casa del carceriere”.
I rapporti violentemente spezzati non si ricomporranno nel tripudio della festa di ringraziamento, e la tragedia si consumerà in una macabra danza sacrificale.





Raduan Nassar
Il pane del patriarca

Traduzione di Amina Di Munno
Prefazione di Emanuele Trevi
SUR, Roma, 2019
pp. 169

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