“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 27 Maggio 2019 00:00

Alle muse del tempo e del ricordo

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L’ultima diva dice addio di Vito di Battista è un romanzo sulla memoria e sul ricordo ma anche sull’impossibilità dell’esercizio della stessa memoria. Fra le dense pagine scritte in prima persona dall’io narrante, un giovane che, negli anni Settanta, diviene biografo di una vecchia diva del cinema, si sentono pulsare il tempo e le inestricabili volute con le quali esso si avvinghia alle persone, alle passioni, alle emozioni. Ed è così che nove capitoli su dieci iniziano tutti nello stesso modo: “Dimentico sempre tutto quello che avevo deciso di ricordare a perfezione”.

Sono due, nel romanzo, le muse del tempo e del ricordo: innanzitutto, Molly Buck, la vecchia diva del cinema che, fin da giovane, ha scelto di stabilirsi in Italia, a Firenze, e Matilda, la ex fidanzata dell’io narrante. Se la prima è un vero e proprio emblema del tempo e, nella fattispecie, del tempo passato, quasi figura archetipale della bellezza dirompente e fuggevole, la seconda fa parte di un universo e di un passato più intimo, una figura che appartiene a un universo pressoché intangibile seppure vicino, quasi scaturita dalla canzone di Tom Waits, Time, citata in epigrafe (And Matilda asks the sailors...). Il background musicale, del resto, è assai importante nel libro: sono molte le canzoni citate (è presente, infatti, un vero e proprio “indice delle canzoni”)  e, come ci informa l’autore, alcune di esse danno anche il titolo a diversi capitoli. Ad esempio, “la prima volta che mi accolse a casa sua con l’intento di raccontare era un pomeriggio” e dal giradischi risuonava la canzone di Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat (1971). La stessa Molly Buck indossa “una volpe azzurra intorno al collo”, con un riferimento alla traduzione che della canzone di Cohen fece Fabrizio De André per Ornella Vanoni (La famosa volpe azzurra), volgendola al femminile. La canzone di Cohen, in questo caso, agisce in profondità fino a costruire la caratterizzazione del personaggio di Molly Buck: per mezzo del sottile meccanismo dell’allusione alla traduzione italiana di De André, l’autore presenta la vecchia diva come se fosse scaturita direttamente dai versi e dalla musica di Cohen. E, come la stessa Matilda della canzone di Waits, anche il personaggio femminile della traduzione di De André fa parte di un universo al quale sono riconducibili figure di donne solitarie e ‘maledette’, fatali e perdute, come la Suzanne o la Giovanna d’Arco dello stesso Cohen (sempre meravigliosamente trasposte da De André).
Molly Buck è l’emblema di un passato, accarezzato da speranze e illusioni, che tormenta il giovane io-narrante: per mezzo dell’iterazione, i capitoli iniziano con l’impossibilità del ricordo ma anche con un costante pensiero ai sogni, alle illusioni e alle disillusioni e, come emblema di queste ultime, appare sempre l’immagine di “una ragazza americana seduta in silenzio dietro le tendine della sua stanza”, intenta appunto a sognare un futuro di diva e a pettinarsi i capelli. E, sicuramente, Molly Buck è stata una di queste. L’iterazione di frasi, pensieri e immagini nelle quali, a ogni inizio di capitolo, il lettore si trova catapultato, contribuisce a un vero e proprio gioco col tempo: viene creata la figura della ripetizione che, offrendo l’illusione di un sempre nuovo inizio, è invece una strategia per farci precipitare ancora di più nel passato. Fino a scandagliare un passato prenatale, su cui la parola scritta, intagliando lembi di tempo, scolpisce l’icona della propria memoria: “Fu così che Molly Buck mi raccontò tante cose che non ho vissuto e che non riguardano gli anni della nostra conoscenza. Come il fiume che di notte scorre controcorrente sotto i ponti, questa storia insegue l’inizio per dare un senso al brutale atto di sottrazione che è ogni racconto”.
L’altra grande musa del passato, Matilda, è quasi lo specchio della coscienza del narratore, una coscienza rivestita di sensi di colpa per non essere riuscito a dare un senso a un amore – il quale è un’occasione rara nella vita – che pretendeva assolutezza e dedizione, vinte invece dalla marmorea e iconica immagine di Molly Buck. Ed è così che, mentre quest’ultima appare come una scultorea emergenza dalla falda del passato, Matilda assume le connotazioni di una perdita indelebile che dona ferite lasciate a rimarginarsi di fronte allo scoccare di un tempo che si muove come un fiume notturno che scorre controcorrente: “Ho perso te, Matilda, così come ho perso gran parte degli ultimi quattro anni, le cene di compleanno e le feste in facoltà: sono rimasto in casa quando fuori arrivava la primavera, aspettando solo l’ora in cui Molly Buck mi avrebbe chiamato per donarmi tutta la sua sapienza e l’incanto delle sue parole”. Se Matilda è l’emblema di un ‘adesso’ e di una giovinezza quasi abbandonata, Molly Buck è il passato che incanta e avvolge nelle sue spire. Ed entrambe sono dispensatrici di dolore anche se, nell’ottica del personaggio, quello elargito da Molly Buck, nelle spire del ricordo, è infinitamente più grande: “Qualunque sia il mondo che mi circondi, niente potrebbe reggere il confronto; la sofferenza di Matilda, perché so bene che qualcosa di doloroso avrà provato nel tempo di questa separazione, non avrebbe mai saputo eguagliare il dolore che mi ha saputo dire Molly Buck. Le parole che Matilda ha scelto per farci vincere dalla fine non meritano di essere tramandate e non possono nulla contro tutto quello che Molly Buck raccontava mentre io scrivevo”.
Il personaggio io-narrante de L’ultima diva dice addio è stato sedotto dal fascino della vecchia diva del cinema come il protagonista del film Veronika Voss (Die Sehnsucht der Veronika Voss, 1982) di Rainer Werner Fassbinder, un giornalista sportivo che, nel suo ufficio, compone malinconiche poesie sulla macchina da scrivere. Se la seduzione operata dalla vecchia diva del film di Fassbinder è pervasa di angoscia e si trasforma in un vortice annientatore, quella che Molly Buck esercita sul suo giovane biografo assume connotazioni elegiache e catartiche. L’intero passato che Molly Buck rappresenta, infatti, non è uno sfondo terribile, generatore di mostri, come il Terzo Reich da cui proviene la diva fassbinderiana, ma è una languida provincia americana e una altrettanto languida (e intellettualmente fervida) Firenze anni Quaranta e Cinquanta, appena uscita dalla tragedia della guerra. Il rapporto che lega il giovane alla diva non è neanche ambiguo e kafkianamente imprigionante come quello fra lo sceneggiatore Joe Gillis e Norma Desmond in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950) di Billy Wilder. Lungi dall’essere connotata come una labirintica prigione, come nel film di Wilder, la villa liberty di Molly Buck è un luogo sereno dove il giovane biografo quasi diviene tutt’uno con il racconto del passato che promana dalla voce narrante della diva. E se, come in Viale del tramonto, l’inizio comincia dalla fine, in questo caso con la morte di Molly Buck in una clinica fiorentina, la seduzione, nel romanzo, assume maggiormente i contorni di una relazione di carattere intellettuale e lucidamente delineata.
Un’altra grande protagonista del romanzo è poi proprio Firenze, le cui strade notturne vengono percorse da Molly Buck e dall’io narrante avvolti dalla patina di un tempo passato: “È stato grazie a lei che ho visto veramente Firenze di notte, per la prima volta, dopo ventisette anni di vita. Le strade che luccicano, se poco prima è piovigginato, sono una vera bellezza; piazza della Repubblica sembra enorme, con quell’arco che si finge un po’ Parigi e le insegne delle Giubbe Rosse su di un lato. La penombra dei crocevia e i taxi che spezzano il buio per pochi istanti, mentre l’acqua scorre sotto di te dando l’illusione di muoversi controcorrente”.
La città che fa da sfondo a questa storia di tempo e di ricordo si trasforma essa stessa in tempo e ricordo, quasi espressione tangibile e avvolgente dello scorrere cristallino del tempo. E quest’ultimo è quasi incarnato nello scorrere del fiume che, in modo onirico e fantastico, sembra muoversi controcorrente.
Dal passato, inoltre, emergono tanti altri personaggi che attorniano Molly Buck, come la sorella Anne, il figlio Philip, il misterioso signor Edward Windmill che sfugge continuamente, nello stesso modo in cui il ricordo sfugge dalla mente del protagonista. E tutto il romanzo è un canto e un’elegia che si elevano in forma di memoria, è un atto di dedizione a due imperscrutabili e fatali muse del tempo e del ricordo.

 

 

 

 

 

Vito di Battista
L’ultima diva dice addio
SEM − Società Editrice Milanese, Milano, 2018
pp. 213

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