“Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano”.

Mariangela Gualtieri

Giovedì, 25 Aprile 2013 02:00

C’era una volta in un’arena

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duas tantum res anxius optat
panem et circenses

Giovenale

Uri, vinciri, verberari, ferroque necari

Petronio

Nello splendido scenario dell’Anfiteatro Campano, un personaggio, avvolto nel mito di un’ancestrale saggezza, narra la storia e i patimenti dei gladiatori, s’intrecciano a ogni tappa la storia delle prodezze di Spartaco, quelle dello schiavo affrancato Androloco per giungere infine alle traversie di Iqbal Masih, traslato della schiavitù dei giorni nostri.

L’esordio è un’equivalenza tra la schiavitù degli antichi e quella dei moderni. L’asservimento di quanti erano coinvolti nei giochi gladiatori è giustamente stigmatizzato, ma purtroppo del tutto decontestualizzato dagli aspetti sociali, culturali, economici e politici entro cui invece andava situato. E così, data per presupposta una corrispondenza tra le categorie mentali dell’oggi e quelle del passato, si punta facilmente il dito accusatore verso la civiltà romana, bollata come violenta e truculenta. Si perde così di vista che per quanto esecrabile secondo i parametri della civiltà liberale, la violenza, nella Roma del II secolo a.C., costituiva l’universo esistenziale di uno schiavo: i frammenti di una legge epigrafa palesano come il castigo privato fosse ritenuto normale, tanto che esistevano appaltatori di supplizi e uccisioni e come lo schiavismo stesso rispondesse a molteplici motivi, non ultimo quello di una cultura che riteneva un valore ridurre l’altro a cosa, anche perché già la famiglia si configurava come luogo di schiavitù per le donne e i bambini. Le rivolte di Euno del 136 a.C. e di Spartaco del 73 a.C. sono gli unici moti di ribellione in un contesto in cui, come ci informa Sallustio, erano davvero rari gli schiavi che desideravano la libertà nel senso moderno del termine, piuttosto auspicavano d'avere padroni più equilibrati e giusti.
La pièce mostra come la rivolta di Spartaco fosse il risultato della coscienza di un’alienazione, resa possibile dall’atmosfera che si respirava nella scuola gladiatoria di Capua, nella quale al culto della forza si contrapponeva quello del senso della morte precoce. Ma la prospettiva iniziale che rimescola i piani temporali non consente di sottolineare come la rivolta sia stata il frutto del risentimento di un uomo sradicato, che non poteva non covare una certa avversione verso l’imperialismo romano. Sicuramente dalla metà del II secolo a.C. fino all'età augustea la schiavitù conobbe il suo incremento maggiore, tale da suggerire confronti con il fenomeno in età moderna, ma non si possono, nell’ottica di una storia delle mentalità, obliare le dovute differenze, anche se si tratta di una rappresentazione rivolta per lo più a bambini che necessitano di una spiegazione lineare e concisa. Spiegazione che, invece, si mostra incisiva e coinvolgente quando il bravo Musicò prende narrare gli orrori dei giochi gladiatori donati al popolo, perché in fondo “duas tantum res anxius optat panem et circensenses". Gli svaghi, infatti, costituivano, come pure le elargizioni di pane regolate dalla lex frumentaria fin dall’età repubblicana, un espediente importante per assicurarsi consenso e acclamazione, pertanto esisteva una precisa organizzazione che regolava i giochi. Innanzitutto i gladiatori, schiavi e talvolta liberti, erano dei veri e propri professionisti, allenarli era molto costoso, dunque è un luogo comune storiografico la tesi secondo cui, al termine del combattimento, i gladiatori perdenti fossero sempre uccisi per volontà della folla, anzi molte volte erano graziati. Detto questo, la narrazione prosegue prendendo in considerazione gli aspetti efferati di tali giochi, ed io per rendere il senso delle parole di Musicò mi servo di quelle di Seneca che nelle Epistulae ad Lucinium scrive: “Per caso capitai in uno spettacolo di gladiatori che combattevano nel pomeriggio, aspettandomi dei giochi, degli intermezzi farseschi e qualche spettacolo rilassante con cui gli occhi degli uomini possono riposarsi dalla vista del sangue umano: avvenne il contrario. Tutti i combattimenti precedenti furono opere di misericordia; adesso, lasciate da parte le cose da poco, ci sono dei veri e propri omicidi: non avevano niente con cui proteggersi. Esposti al colpo con tutto il corpo non mandano mai un colpo a vuoto. La maggior parte degli spettatori preferivano questo ai duelli ordinari e a quelli richiesti dal pubblico. E perché non dovrebbero preferire ciò? Né con l'elmo né con lo scudo vengono respinte le armi. A che scopo le difese? A che scopo l'abilità tecnica? Tutte queste sono rinvii della morte. La mattina gli uomini sono dati in pasto a leoni e orsi, nel pomeriggio ai loro spettatori. Comandano che chi ha ucciso sia esposto a chi lo ucciderà e riservano il vincitore per un'altra strage; la sorte dei combattenti è la morte: la situazione è affrontata con fruste e ferri roventi. Mentre l'arena è vuota accade questo. 'Ma costui ha commesso un furto, ha ucciso un uomo'. E che significa? Poiché ha ucciso, meritò di patire ciò: che meriti hai avuto, tu, misero per guardare questo spettacolo? 'Uccidi, fustiga, distruggi! Perché vai verso le armi così timidamente? Perché uccidi con poca audacia? Perché muore poco volentieri?'. Viene spinto a bastonate a ricevere le ferite. Ricevono colpi vicendevoli col petto nudo ed esposto. Lo spettacolo è interrotto. In quel mentre gli uomini si sgozzano, tanto per far qualcosa. Via, neppure questo capite, che i cattivi esempi si ripercuotono su coloro che li mettono in pratica? Ringraziate gli dei immortali, perché insegnate ad essere crudeli a chi non può imparare”. Il brano di Seneca è indicativo di come la sorte e quindi la mancanza di senso abbiano determinato le esistenze di reziari, secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri che morituri non possono che abbracciare un destino che li ha resi fatalmente attori di un martirio anziché meri spettatori. Ecco che allora, alla luce della schiavitù di Iqbal Masih, si introduce una riflessione sui diritti dell’uomo, per cui già alla fine dell'anno 1222, il giorno dell'incoronazione di Sundjata Keita come sovrano dell'Impero del Mali, fu proclamata e tramandata oralmente la Carta Manden, una dichiarazione dei diritti umani quali il diritto alla vita e il diritto alla libertà. I principi della carta di Manden sono condensati nelle formule: "ogni vita è una vita", "aiutatevi reciprocamente", "chiunque è libero di dire, di fare e di vedere". Si trovano in questa carta temi ripresi poi in Occidente nelle dichiarazioni dei diritti umani: il rispetto della vita umana e della libertà dell'individuo, la giustizia e l'equità, la solidarietà. La presa di posizione contro la schiavitù è condotta puntellando il concetto di una differenza data per natura che portava, ad esempio, Aristotele a ritenere che esistevano alcuni uomini incapaci di realizzare la vita intellettuale e quindi da trattare come schiavi. La servitù è, invece, frutto del caso, lo stesso che ha portato alcuni partecipanti alla pièce ad estrarre il bastoncino più corto tra quelli messi a disposizione, metafora del fatto che comune è la condizione di labilità delle esistenze umane su cui si posano le luci dell’essere. La fratellanza, forse, tra i principi della Rivoluzione francese, è quello che più tiene conto del comune patire e che, quale presupposto di una vita in comune, non andrebbe disatteso.

 

Sangue e Arena
scritto e diretto da
Fabio Cocifoglia
con Enzo Musicò
produzione Le Nuvole teatro stabile d’innovazione per ragazzi
consulenza scientifica Maria Laura Chiacchio
Santa Maria Capua Vetere (CE), Anfiteatro Campano, 21 aprile 2013
in scena 21 aprile 2013 (data unica)

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