"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 19 Febbraio 2019 00:00

La sorte di Nina Berberova

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“I piedi elastici fanno presa sul selciato. Cammina nel buio delle strade, nell’oscurità della città, verso il sonno pesante degli Astašev, per andare fresco e riposato, il mattino dopo dall’aviatore, in banlieu, nel sole, nel vento, con la bombetta pulita, più avanti, sempre più avanti, col suo passo fermo, agile, cittadino, contribuente, consumatore (ma non soldato!), oltre la gente, oltre le frontiere, con un povero passaporto in una tasca, la penna stilografica nell’altra, cammina nella nebbia, nell’afa, sotto la pioggerella grigia, unò-dué, sinist, sinist, scivolando come un’ombra su tutto quello che incontra, offrendo sigarette, alludendo, rammentando, inchinandosi fino a terra, lasciando la sua traccia, più avanti, sempre più avanti, all’infinito, ormai un poco fiacco, un poco stempiato, con un dente d’oro nel largo sorriso, il respiro più pesante, facendo tremolare le pallide guance grassocce da bambino, per le scale, per i vicoli, per le strade dove sfreccia un’automobile, per i binari dove passa il treno, ancora, ancora, oltre il cimitero, le donne, i monumenti, i tramonti”.

“Mia sorella si chiamava Ariadna. Avevo nove anni quell’anno indimenticabile, di neve, di fame, in cui lei finì la scuola e divenne adulta e, da che quello stesso anno in una clinica fredda e vuota di Pietroburgo morì mia madre, in soli due mesi tutta la nostra vita cambiò e cambiammo noi stesse”.
Quelli qui riportati sono rispettivamente le frasi finali e iniziali di due splendidi racconti di Nina Berberova, Alleviare la sorte e Pianto, pubblicati nella collana Universale Economica Feltrinelli nel 2004. I protagonisti delle due novelle sono accomunati dallo stesso implacabile e avverso destino, anche se affrontato con indole ed esiti differenti.
Alësa Astašev è un giovane pietroburghese che il padre avvocato ha abbandonato quando aveva dieci anni, lasciando lui e la madre nella più assoluta indigenza per unirsi a una sedicente artista, animatrice di salotti cittadini in cui imbastire affari economici e sfruttare conoscenze importanti. Il ragazzo vive l’adolescenza scisso tra le due donne, la mamen’ka povera e sdentata e la matrigna futile seduttrice che lo ospita nel suo elegante appartamento per il fine settimana: “Il sabato, dalla mammina numero due era giorno di ricevimento, in salotto gli ospiti bevevano il tè, scherzavano e spettegolavano”.
Occhi azzurri slavati in un viso rotondo e fanciullesco, Alësa cresce vuoto di carattere e di ideali, badando solo a sfruttare qualsiasi occasione gli sembri propizia a una riuscita professionale, o a un godimento sessuale senza scrupoli e responsabilità, odiando il comunismo livellatore del suo Paese “privo di strade e abitato da un popolo che sgusciava semi di girasole e si soffiava il naso nella mano”.
Quando entrambe le sue madri si trasferiscono a Parigi per sfuggire allo stalinismo, Alësa Astašev ha venticinque anni, nessun lavoro ma molta ambizione e voglia di riscatto sociale. Confina la mamen’ka vera in uno squallido bilocale periferico, e frequenta il circolo di amici e amanti della matrigna, cercando appoggi per la propria affermazione personale. Progredisce economicamente procacciando alla sua società assicuratrice clienti a cui con abile e persuasiva loquacità propone polizze sulla vita: rimane tuttavia un omuncolo servile e mediocre, che nemmeno la dedizione innamorata di una ingenua ragazza, da lui sedotta e spinta al suicidio, riesce a convertire in un individuo migliore.
La sfavillante Parigi vagheggiata nei suoi sogni di esule non lo cambia e non lo salva, come non riesce a salvare la protagonista del secondo commovente racconto, la piccola Saša.
La bambina vive con la sorella maggiore e il padre, impazzito dopo la morte della moglie, in un appartamento invaso da altri coinquilini in seguito alle sommosse popolari. “Quel lungo inverno del venti ci vide tutti e tre riuniti in una stessa camera, nel nostro tinello di un tempo, in mezzo al quale c’era una stufa di ferro”. Improvvisamente catapultata in una vita da adulta, Saša si fa carico della sopravvivenza materiale e morale di quella “parvenza di famiglia”, soprattutto dopo che l’adorata sorella Ariadna decide di lasciare la casa per andare a convivere con un attore, che la introduce nel mondo precario e velleitariamente rivoluzionario dei teatrini di provincia. “Cominciavo la mia giornata instancabile come un topo, tenace come una formica. Lavavo il pavimento, facevo la coda nei negozi, andavo a ritirare le razioni, preparavo da mangiare e lavavo la biancheria... Unico scopo della mia vita di bambina era racimolare da qualche parte qualcosa di mangiabile e portarlo a casa”.
Derubata dell’infanzia e di ogni suo legittimo desiderio o fantasia, non sa immaginare un’esistenza diversa dalla sua e da quella che vivono le persone intorno a lei, per cui ripone nell’idea di un trasferimento all’estero ogni speranza di sopravvivenza, di “tepore e quiete”.
Parigi, tuttavia, non corrisponde alle attese. Il quartiere operaio che accoglie lei e il padre malato non si differenzia granché da quello lasciato a Pietroburgo: strade sporche e buie, abitazioni fredde, bambini impauriti e vecchi lasciati soli. Saša vive anni anonimi, lavorando come stiratrice, risparmiando su tutto, rassegnata a un’esistenza priva di amori e amicizie, ma fedele all’idea che in qualche parte del mondo e del tempo possano aprirsi spiragli di bellezza e poesia, se non per lei, per altre persone con cui ha condiviso pochi attimi di felicità. “Prima avevo tredici anni, ora andavo per i trenta, ma a volte mi sembrava di essere sempre la stessa, di non avere imparato nulla, non avere studiato nulla, di non avere scoperto nulla qua, che tutto quello che avevo in me c’era già : la conoscenza della vita, la disperazione della solitudine, i miei sentimenti segreti ed elevati, le lacrime, le idee, il coraggio tenuto di nascosto a tutti: tutto ciò lo avevo portato con me, tutto ciò mi era stato donato in Russia, ed ero rimasta così per sempre”.
Nelle vicende dei protagonisti dei due racconti, Alësa e Saša, come in quelle della maggior parte dei personaggi dei suoi romanzi, emigrati russi in Francia o in America, Nina Berberova rispecchia la sua particolare vicenda umana. Figlia unica di un funzionario del Ministero delle Finanze (San Pietroburgo, 1901 − Filadelfia, 1993), fu costretta a lasciare il Paese con la sua famiglia nel 1922, in seguito alle persecuzioni sovietiche contro gli intellettuali e i quadri dell’antico regime. Dopo tribolate peregrinazioni, si stabilì a Parigi fino al 1950, quando si trasferì negli Stati Uniti, avviandosi a una carriera accademica a Yale e a Princeton. La sua storia di emigrée, comune a molti scrittori e poeti suoi compatrioti, incapaci di integrarsi nelle società occidentali e nostalgici di un passato irrecuperabile, venne da lei descritta nell’autobiografia Il corsivo è mio, pubblicata nel 1957. L’ambientazione della maggior parte dei suoi romanzi ruota principalmente intorno ai destini di cittadini russi costretti dalla violenza del potere politico a rinunciare al proprio futuro, alla famiglia e alla casa rifugiandosi in altri Paesi, e vivendo perpetuamente scissi tra nostalgia e rancore, desiderio di rivalsa e rassegnazione.
Recentemente, Guanda ha ripubblicato Il caso Kravčenko, cronaca del processo per diffamazione intentato nel 1949 dall’omonimo funzionario (transfuga negli Usa e violentemente critico nei riguardi del regime sovietico) contro le accuse rivoltegli da un settimanale francese. Nina Berberova aveva seguito e raccontato l’evento come cronista, commentandone le testimonianze guidate, vessanti e persecutorie, di comunisti russi e francesi in un’atmosfera giudiziaria di bieca intolleranza, e schierandosi apertamente dalla parte dei perseguitati dallo stalinismo.
Una sorte non facile, la sua, affrontata tuttavia con coraggio e spirito di indipendenza, e alleviata da una costante e felice dedizione alla scrittura, che a noi lettori di oggi risulta ancora dopo tanti anni (e grazie anche alla sensibile traduzione di Bruno Osimo), concretamente definita e nello stesso tempo armoniosamente poetica.

 

 

 

 

 

Nina Berberova
Alleviare la sorte

Traduzione di Bruno Osimo
Feltrinelli, Milano, 2004
pp. 127

 

 


 

Bibliografia:
Il corsivo è mio
, Adelphi, Milano, 1989
Il giunco mormorante, Adelphi, Milano, 1990
Il male nero, Guanda, Parma-Milano, 1990
Le feste di Billancourt, Adelphi, Milano, 1994
La sovrana, Adelphi, Milano, 1996
Nabokov e la sua Lolita, Passigli, Firenze, 2002
Un figlio degli anni terribili: vita di Aleksandr Blok, Guanda, Parma-Milano, 2004
Antologia personale: poesie, Passigli, Firenze, 2004-2006
L’accompagnatrice, Feltrinelli, Milano, 2008
Il capo delle tempeste, Guanda, Parma-Milano, 2009
Il caso Kravchenko, Guanda, Parma-Milano, 2019

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