“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 29 Gennaio 2019 00:00

Il “Diablo” solitario di Mauro Baldrati

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“L’inglese camminava veloce, col suo passo regolare. Marcia sostenuta, livello 3, uno-due, uno-due, braccia sincronizzate con gambe e respiro. Mani semichiuse. Zaino bilanciato. Percorreva il vialetto che costeggia il canale tagliando un parco lungo e stretto, immerso nel bosco delimitato da case e da una strada molto trafficata. Quell’itinerario, che partiva dal campo abusivo nella periferia nord di Bologna e arrivava fino alla cittadina di Casalecchio di Reno, era lungo una dozzina di chilometri. L’inglese col suo allenamento lo percorreva in circa 90 minuti. Aveva alle spalle migliaia di chilometri di marcia, su strade di città, lungo fiumi fangosi, su terreni incolti, sulle sabbie roventi di deserti sferzati da venti crudeli”.

Così inizia il nuovo romanzo di Mauro Baldrati Io sono El Diablo (Fanucci Editore, 2018) proiettando il lettore tra le strade bolognesi che attraversano la città dalla periferia ai portici del centro, al seguito di un personaggio che si imparerà a conoscere pagina dopo pagina, “barbone tra i barboni”, “straniero tra gli stranieri” con un passato che ci porta fino alle Falkland, quei quattro scogli flagellati dal vento e dalla pioggia che l’esercito di Sua Maestà aveva voluto recuperare con una guerra rapida e cruenta, senza che il resto del mondo se ne interessasse più di tanto.
In una delle tante aree di periferia abbandonate e illuminate alla meglio da fioche luci di lampadine traballanti, celate alla vista di chi passa di fretta e distrattamente in automobile lungo vialoni a scorrimento veloce, tra container e baracche da cantiere inframezzate da qualche sedia di plastica malmessa, fornellini a gas e da qualche piccolo fuoco clandestino come chi vi abita per necessità o per scelta, tra “zaffate di orina di cane, di merda di cane, di pelo di cane bagnato”, con qualche carogna d’animale maleodorante celata dall’erba alta, per il protagonista prende il via una giornata come tante altre. Le giornate di questa sorta di insolito flâneur marginale dalla lingua inglese, giunto chissà come e perché in quel di Bologna, non sono però mai davvero uguali alle precedenti, come invece accede ai regolari saldamente integrati nel tessuto produttivo cittadino.
Lungo queste camminate che attraversano la città, disegnando ogni volta traiettorie differenti, il nostro camminatore d’Albione si imbatte in un’umanità composta da altri abitanti in prestito come lui: marocchini, rumeni, zingari, albanesi, giovani perdigiorno dalla bottiglia facile e vecchietti in pensione che vivono come mosche da bar con le carte da gioco perennemente in mano. Altri incontri improvvisi arrivano al protagonista attraverso i ricordi più o meno lontani, più o meno volutamente rimossi, che si manifestano all'improvviso, in una città attraversata da donne “ferme in mezzo al portico col telefonino appoggiato all’orecchio, le facce sorridenti, allusive, pensierose” e da uomini “che camminavano discutendo da soli, gesticolanti” con l’auricolare pendente da un orecchio, tra percussionisti e ballerini di strada più o meno improvvisati, mentre passa davanti alla statua del Nettuno o sosta sui gradini di Palazzo Re Enzo o su una panchina alla Montagnola, o mentre è in preda ad un confuso dormiveglia, dopo qualche bicchiere di troppo. Compaiono così aborigeni, abitanti delle favelas di Rio, di Bombay, di Città del Messico e via dicendo, personaggi incontrati chissà quanto tempo prima ma mai del tutto dimenticati.
Anche se nella vita passata in strada non è facile tenersi fuori dai guai ed ogni occasione può essere buona per alzare le mani, il nostro camminatore non mostra più alcuna intenzione di battersi; sembra cercare solo l’oblio come chi ha già dato anche troppo nella vita e per giunta per cause che tutto sommato non lo riguardavano ma di cui porta ancora sulla carne i segni indelebili.
“Si massaggiò l’orbita vuota, sotto la benda di cuoio nero. Alle prime avvisaglie di primavera gli prudeva sempre. Chissà perché. E con la protesi di vetro era anche peggio. In inverno diventava come un cubetto di ghiaccio piantato in faccia, per cui preferiva tenersi il buco coperto dalla benda da guercio. Anche la placca di metallo che aveva al posto dello zigomo sinistro, sotto la profonda cicatrice che partiva dalla radice del naso e arrivava fino all’orecchio strappato, sentiva la primavera: prurito, ma anche indolenzimento, o dolore, come se una tenaglia cercasse di strappargli un pezzo di faccia. Come li chiamavano gli scrittori di fantascienza quelli come lui? Cyborg. Esseri umani con innesti di organi artificiali. Esseri umani potenziati”. O, forse, nel suo caso, le protesi non fanno che segnalare il depotenziamento subito in cui, per certi versi, sembra cercar rifugio.
È l’incontro con Violeta, una donna albanese in fuga da un passato pericoloso, una donna a cui si sente improvvisamente legato sentimentalmente, che proietta il protagonista in un turbinio di violenza inaudita. “Li sentì troppo tardi. Il rumore entrò direttamente nel sonno. Si inserì in un sogno confuso, un cavallo che correva avvolto nella nebbia. Un crack! Un altro, un colpo secco, un suono di calpestio. I sensi scattarono. L’antico addestramento gridò dentro di lui: alzati! C’è qualcosa! C’è qualcuno! Ma il lungo oblio, la patina fangosa che l’aveva avvolto in tutti quegli anni rallentarono il tempo di reazione e quando aprì l’occhio forse lo fece perché aveva una luce puntata in faccia. Balzò a sedere, coi sensi all’erta. Ma si sentiva pesante, lento. Sentiva i loro respiri. Percepiva i loro movimenti. Ragni velenosi. Serpenti in agguato. Stava per scattare in piedi ma un colpo alla tempia lo tramortì”.
Dall’incontro tra due solitudini, insieme all’affetto, ricompare però anche quella violenza che l’inglese si era voluto lasciare alle spalle. Una violenza che, seppure incidentalmente, colpisce anche lui ma soprattutto investe gli unici affetti che ha non lasciandogli altra alternativa che combattere nuovamente, a modo suo. Stavolta i nemici non sarebbero stati scelti da altri e da marginale quale aveva deciso di essere, un qualche aiuto lo avrebbe cercato tra altri marginali.
“Una sensazione di durezza gli tendeva i muscoli, ma anche la mente. Gli induriva i pensieri. Conosceva quella durezza. Era l’azione esclusiva, l’obiettivo unico. Era la durezza della guerra”.
Per aiutare la donna e regolare una volta per tutte i conti, l’inglese si troverà costretto a macinare chilometri tra Italia, Inghilterra e Albania tra criminalità organizzata, trafficanti e sfruttatori di esseri umani senza scrupoli rivelando così a chi legge la sua identità.
Io sono El Diablo pubblicato dall’editore Fanucci nel catalogo “Nero Italiano”, è un noir a tinte forti sullo sfondo di una Bologna poco battuta, oscura e misteriosa come l’anima del protagonista, e come ogni buon noir insieme alla storia narrata è la società contemporanea ad emergere dalle pagine che scorrono via via sempre più rapidamente, in parte perché la vicenda prende velocità e in parte perché chi legge non vede l’ora di scoprire qualcosa in più della storia narrata, del protagonista e della raltà che ci circonda e che spesso non vediamo per fretta, miopia e codardia. Con uno stile secco e diretto, in alcuni momenti decisamente aspro, l’autore ci accompagna nell’abisso in cui batte il cuore nero del male.

Mauro Baldrati ha pubblicato, con altri autori, il saggio La rivolta dello stile (Franco Angeli 1984) ed i romanzi Vita complicata di Jimi (Déjà vu, 1993), La città nera (Perdisa, 2010), Professional Killer (Anordest,  2013), oltre ad aver curato l’antologia Love Out (Transeuropa, 2012).





 

Mauro Baldrati
Io sono El Diablo

Fanucci Editore, Roma, 2018
pp. 288

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