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Mercoledì, 09 Gennaio 2019 00:00

Storia culturale sovietica

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Nonostante il centenario della Rivoluzione d’ottobre sia per certi versi passato in sordina, resta, tra le altre cose, da chiedersi quale ruolo abbia esercitato la produzione culturale sovietica nell’immaginario collettivo novecentesco e cosa resti di essa in questo inizio di nuovo millennio.

Tali questioni sono da tempo al centro degli studi di Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale all’Università degli Studi di Milano, oltre che traduttore delle opere di Čechov e di altri autori russi. Tra i libri realizzati da Piretto, oltre a ricordare 1961. Il Sessantotto a Mosca (Moretti & Vitali, 1998), Gli occhi di Stalin. La cultura visuale sovietica nell’era staliniana (Raffaello Cortina Editore, 2010), La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo (Sironi, 2012), Memorie di pietra. I monumenti delle dittature (Raffaello Cortina Editore, 2014), Icone sovietiche. Il CantaStoria. Testi delle canzoni abbinate alla raccolta di immagini (CUEM, 2015), vale la pena di soffermarsi sul suo recente Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica (Raffaello Cortina Editore, 2018), volume di più di seicento pagine, con un ricco apparato di immagini, che riprende, ampliandolo, rinnovandolo e integrandolo il suo precedente Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche (Einaudi, 2001). Rispetto al volume uscito per l’editore torinese, che si fermava al 1980, il nuovo si spinge fino al 1991 facendo, inoltre, riferimento agli studi sulla cultura sovietica più recenti.
“Distruggeremo tutto il mondo della violenza, fino alle fondamenta” scandiva l’Internazionale. Rompere con il passato era la parola d’ordine degli anni ruggenti della Rivoluzione e per poter realizzare una rottura politica ed economica occorreva una rottura culturale, d’immaginario. Si trattava di spazzar via il vecchio mondo, esattamente come si prodiga a fare l’operaio armato di ramazza nell’opera di Vladimir Lebedev riprodotta in copertina, si trattava di proporre/imporre una tabula rasa a quei neonati proletari, in buona parte contadini che venivano da secoli di servitù della gleba e operai perlopiù analfabeti. Per riuscire a staccarsi dal passato, sintetizza Piretto, occorreva rendersi estranei, stranieri nel proprio Paese.
I primi capitoli del volume si soffermano proprio sui tentativi compiuti dalle strutture rivoluzionarie per insegnare rapidamente a leggere e a scrivere alla popolazione e, con l’aiuto delle avanguardie artistiche, e il libro non manca di dedicare spazio alla figura di Vladimir Vladimirovič Majakovskij, di indurre i proletari a divenire produttori di cultura e non semplici fruitori. Tra le cesure tentate, Piretto si sofferma sui tentativi di allontanare operai e contadini dalle chiese e dalle bettole, ossia dall’influenza religiosa e dall’alcolismo. I neonati “circoli operai” dovevano operare in tal senso una rottura rispetto al passato e alle tradizioni da cui soprattutto i contadini faticavano a staccarsi. L’idea che, in attesa di una compiuta opera di alfabetizzazione, le produzioni iconografiche potessero risultare meglio comprensibili ai proletari si scontrò fatalmente con le difficoltà incontrate da questi ultimi nel comprendere le immagini proposte e diffuse dalle avanguardie dapprima attraverso i “treni d’agitazione” e, successivamente, per mezzo delle riviste.
“La nuova cultura, non più monopolio della vecchia intelligencija borghese, sarebbe stata finalizzata alla politica. Nacquero interi sistemi di propaganda per promuovere e stabilizzare il nuovo rapporto tra spazio-tempo-pensiero-comportamento-gusto-vita pubblica e privata”. Nel frattempo però, scrive lo studioso, “l’aborrito vecchiume continuava a esistere, in forma più o meno conscia per i suoi fruitori, ma arricchito dai nuovi registri di moderni significati: vecchi contenitori (subliminalmente riconoscibili e affidabili) riempiti di concetti e valori innovativi, riassunti e concentrati in centinaia di slogan. Un’accurata scelta di simboli contribuì a fare della Rivoluzione d’ottobre un movimento popolare: la bandiera rossa, prima di tutto. Il rosso, rivendicato dai bolscevichi come segno di riconoscimento esclusivo, odiato dai borghesi e dai bianchi che lo identificavano con sangue e violenza, si unì alla Marsigliese degli operai e all’Internazionale per sottolineare la condanna della guerra e il rifiuto dei simboli militari. Durante gli anni della guerra civile i contrasti tra il vecchio e il nuovo furono dominanti”.
La contrapposizione tra vecchio e nuovo risulta una costante nella storia del popolo russo e sovietico. Spaesamento, incredulità e resistenza alla mutazione hanno toccato tanto il popolo russo dell’era zarista quanto quello sovietico a più riprese nel corso della sua storia mettendolo di fronte a cambiamenti radicali che presupponevano la necessità di rinnegare il passato. Il popolo russo dell’era zarista si trovò improvvisamente di fronte a svolte repentine come nel caso dell’europeizzazione voluta da Pietro il Grande tra fine Seicento ed inizio Settecento o dell’abolizione della servitù della gleba del 1861, quello sovietico si trovò a fare i conti con le cesure imposte dalla Rivoluzione d’ottobre, certo, ma anche successivamente con le rotture imposte da Iosif Stalin, Nikita Chruščëv e, soprattutto, da Michail Sergeevič Gorbačëv che davvero rappresentò per le generazioni cresciute sovieticamente un forte momento di spaesamento che, secondo lo studioso, finì col porre la stessa intelligencija sovietica di fronte alla necessità di fare i conti con se stessa e con la sua incapacità di elaborare qualcosa di importante dopo tanti decenni di conveniente accomodamento o di ostilità nei confronti di un potere crollato repentinamente.
Il voluminoso libro di Piretto si dipana lungo quindici capitoli che scandiscono i principali passaggi dell’epopea culturale sovietica: 1917-1921 Il tempo delle utopie; 1921-1924/25 La città è costellata di luci; 1924/25-1927 È morto Lenin, Lenin è immortale!; 1928-1930 Byt e cultura; 1931-1935 Kul’turnost’: gli ex proletari e il bon ton; 1934/35-1936 Euforia e terrore; 1936-1941 Venti di guerra; 1941-1945 Per la patria, per Stalin!; 1946-1953 Una mano di vernice sulla realtà; 1954-1958 Giovani alla riscossa; 1959-1962 Fuori di casa!; 1962-1968 Intellettuali sotto il torchio; 1969-1974 Serate in cucina; 1974-1980 Fermento nello stagno; 1981-1991 L’inizio della fine.
In queste più di seicento pagine si succedono, e a volte si accavallano, i treni d’agitazione e l’Agit-Prop, il suicidio di Majakóvskij, il gioco degli scacchi, ilfurore iconoclasta, le riviste d’avanguardia, l’inventiva di Aleksandr Michajlovič Rodčenko, l’attrice Lilja Jur'evna Brik, la morte e l’inquietante imbalsamazione di Vladimir Il'ič Ul'janov Lenin, la figura di Aleksandra Michajlovna Kollontaj, i progetti di Vladimir Evgrafovič Tatlin e le proposte di Kazimir Severinovič Malevič, il Costruttivismo e il Suprematismo, l’epopea staliniana con annesse purghe, il sistema dell’opera d’arte totale e il Realismo socialista, le gesta di Stachanov, i Piani quinquennali, il progetto del Palazzo dei Soviet e la metropolitana moscovita, l’assedio nazista di Leningrado, la cultura di fronte al disgelo chruščëviano e alla stagnazione brèžneviana, il VI Festival Mondiale della Gioventù del luglio 1957 a Mosca, l’immaginario di Jurij Gagarin in orbita nello spazio, i film di Grigorij Naumovič Čuchraj, Marlen Martynovič Chuciev, Georgij Nikolaevič Danelija, Andrej Smirnov, Vasilij Makarovič Šukšin, Ėl'dar Aleksandrovič Rjazanov, i processi a Iosif Aleksandrovič Brodskij, Andrej Donatovič Sinjavskij, Julij Markovič Daniėl’, la repressione nei confronti di chi osò protestare in Piazza Rossa contro l’invasione di Praga, le denunce di Aleksandr Isaevič Solženicyn, gli hippies sovietici e la musica rock, le Olimpiadi del 1980, il disastro di Černobyl’, il periodo di Gorbačëv, la caduta del Muro di Berlino, il golpe dell’agosto 1991 e la fine della storia sovietica con la bandiera rossa ammainata dal Cremlino la notte del 25 dicembre, sostituita dal tricolore di Pietro il Grande.
Lo storico Eric Hobsbawm ha scritto che il Novecento, il Secolo breve, “è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità”. Può essere che l’epopea sovietica abbia a che fare con un’ideologia laica fondata su astrazioni e/o su uomini venerati come divinità, e certamente si può sostenere che la sua proposta socio-economica non si sia rivelata in grado di competere a lungo con quella capitalista, finendo spesso col riprodurne il carattere oppressivo. È altrettanto vero che le ragioni di quella Rivoluzione d’ottobre del 1917, nata all’insegna del “Costruiremo un mondo nuovo, il nostro mondo”, furono dettate da urgenze decisamente materiali e che l’intera esperienza sovietica merita di essere contestualizzata all’interno di una situazione internazionale che di certo ha inciso sulla sua storia.
Comunque la si pensi, resta il fatto che il significato assunto nell’immaginario collettivo internazionale da un Paese di dimensioni colossali che ha avuto l’ardire di professarsi socialista e di sperimentare una via che si voleva alternativa a quella dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano, le aspirazioni di milioni di esseri umani che hanno partecipato a quell’esperienza e di coloro che in essa hanno visto una possibilità di emancipazione, al di là dell’innegabile fallimento del sistema sovietico, meritano le più di seicento pagine che Gian Piero Piretto ha dedicato alla storia della cultura dell’URSS e all’immaginario da essa costruito e trasmesso dentro e fuori i confini.

 





Gian Piero Piretto
Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica

Raffaello Cortina Editore, Milano 2018
pp. 632

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