“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Mercoledì, 10 Ottobre 2018 00:00

Natalia Ginzburg, critica letteraria

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Nel 2015 il Corriere della Sera offrì ai suoi lettori un e-book dal titolo Vivere il romanzo, che raccoglieva alcuni interventi critici di Natalia Ginzburg (1916-1991), tratti dal volume La critica letteraria e il Corriere della Sera, 1945-1992, curato da Mauro Bersani e pubblicato due anni prima dalla Fondazione del giornale.

Si tratta di poche pagine di grande interesse, che aggiungono al suo ritratto di autrice, molto nota e amata in Italia, una sfumatura di incisivo e lapidario acume interpretativo, anche se lei rifiutava per sé stessa il ruolo di critica, definendosi piuttosto una rapsodica, intuitiva e sbilanciata descrittrice di emozioni. Sulla scia della fama ottenuta con il romanzo Lessico famigliare (1963), la Ginzburg aveva iniziato a scrivere per i maggiori organi di stampa italiani articoli di argomento letterario, cinematografico e civile: su La Stampa dal 1963 al 1973, sul Corriere dal 1973 al 1977, poi ancora per La Stampa fino al 1983 e infine per l’Unità.
In un articolo uscito sul Corriere nel 1976 tracciava un profilo ideale del critico letterario: “Un critico dovrebbe avere in testa, secondo me, una visione del mondo netta e limpida, dove fossero nettamente presenti l’idea del grande e del piccolo, e del vero e del falso, non già nei loro aspetti quotidiani e contingenti ma nella loro essenza eterna e infinita. Egli dovrebbe stare insediato nelle viscere di ciò che giudica, ma nello stesso tempo appostato nell'alto, e il grande e il piccolo, e il vero e il falso, dovrebbero essere nel suo sguardo netti, separati e distinti come il bianco e il nero. Egli dovrebbe stare più in alto di noi. Dovrebbe essere più forte e migliore di noi. (...). Quando a me è accaduto di scrivere di critica, mi accorgevo di non essere un critico, e anzi di essere in qualche modo il contrario di un critico, perché mescolata in ogni detrito quotidiano, e partecipe e complice di ogni oscurità e vizio circolante all'intorno. Ero in grado di offrire unicamente delle sensazioni e delle impressioni, nelle quali serpeggiava o poteva serpeggiare l’errore”.
Ubbidendo a una propria visione severamente etica del lavoro letterario, aggiungeva che “A un critico, noi vorremmo chiedere che non ci desse mai la propria rabbia, né la propria gioia, né le proprie convulse malinconie, né il bagaglio tormentato e colorato delle proprie parole. (...). A un critico, noi chiederemmo che fosse tranquillo, incrollabile come una roccia, e che scrivesse in uno stile invisibile”. Insomma, per la Ginzburg il critico non doveva avere ambizioni artistiche, essere febbrile e ansioso come i romanzieri, ma piuttosto rimanere “solitario come un monaco”, e il suo lavoro avrebbe dovuto riflettere un imperativo morale, adempiere a un mandato con esemplare onestà, quasi rispondendo a una missione interiore. Ovviamente, e forse con ironico understatement, esimeva sé stessa dall'assolvere un tale compito, riconoscendosi però il diritto di interpretare in maniera sentimentalmente appassionata quello che leggeva.
Così le sue recensioni (raccolte in Vita immaginaria, Mondadori, Milano 1974 e in Opere II, Mondadori, Milano 1987) partivano quasi sempre da un’esperienza di incontro personale con lo scrittore, da un’amicizia, da un’ammirazione, e si muovevano più sul terreno dei sentimenti e dell’emotività che su quello dell’esegesi.
Esemplare al proposito appare il primo dei tre articoli raccolti nell’e-book, Come dev’essere un critico, in cui l’autrice si dilunga a descrivere la propria partecipazione a un dibattito letterario in una libreria romana, soffermandosi soprattutto sull'ambiente, le facce, i vestiti, la gestualità del pubblico e dei relatori, e interrogandosi sulle impressioni positive o negative che tale sguardo d’insieme suscitava in lei. “A me sembrava, e l’avevo pensato fin dall'inizio, che in quel luogo circolasse dell’odio, ma non si capiva bene né da chi provenisse questo odio, né a chi precisamente fosse diretto. Esso circolava però nell'aria come un odore”.
Così nell'ultimo intervento, dedicato a Tommaso Landolfi, Natalia Ginzburg prende lo spunto per proclamare il suo entusiasmo per lo scrittore da un incontro avvenuto quando era “una ragazza invidiosa e timida”, e lui “era alto, serio, severo, e mi sembrava, nei miei confronti, giustamente sprezzante”, confessando poi: “Non so perché ho raccontato un simile episodio insignificante e remoto. Esso ha il peso e l’interesse d’una vecchia cartolina...”. Tuttavia, come giustamente afferma Mauro Bersani nell’introduzione all’e-book, il suo approccio alla critica letteraria non era naïve, se subito dopo sapeva dare del linguaggio landolfiano giudizi penetranti e vivaci: “La sua preziosità di stile è di una qualità alta, ironica e tragica, e pagata a un prezzo incalcolabile; essa non è una scelta aristocratica e capricciosa, ma una scelta disperata, e votata a portare le parole nella zona più alta e più nobile che il pensiero può toccare, e dove suonano cristalline, disperate e squillanti; e intanto il pensiero si chiede a cosa servono quelle parole e perché; il prezzo versato per amministrarle è un prezzo di sangue. (...). Non ne avevo mai individuato la grande, solitaria, sinistra, temporalesca e sulfurea comicità”.
La prosa saggistica della Ginzburg ricorda molto la concisa pulizia della sua narrativa, espressa com'è in frasi nette, essenziali e quasi rigorose: anche quando, come nella recensione a La storia di Elsa Morante, sembra imporsi su ogni considerazione critica l’empatia affettuosa derivante da una lunga e reciproca amicizia e stima: se non mancano le notazioni tecniche alla scrittura morantiana, prevale comunque una considerazione entusiasta del valore umano del romanzo, “scritto per gli altri”, in cui “sono assenti i vizi dello spirito. Assente il ribrezzo, assente la vanagloria, assente la preoccupazione della propria miseria, dell’angustia dei propri confini. Assente ogni cadenza nelle frasi, essendo le frasi parole spese a profusione, per gli altri, con immensa generosità e umiltà”.
A Natalia Ginzburg romanziera più che critica, questo premeva: riconoscere negli scrittori amati più che una particolare maestria stilistica, la ricerca della verità che appartiene a ogni persona, fatta di gioie e dolori, orgoglio e paura. “Un mondo nel quale tutti possono riconoscersi, creato per tutti e destinato a tutti”.

 

 

 

 

 

Natalia Ginzburg
Vivere il romanzo

Corriere della Sera, Milano, 2015
e-book, pp. 21

 

 

Bibliografia:

Natalia Ginzburg:
Opere I e II, Mondadori, Milano, 1987
Vita immaginaria, Mondadori, Milano 1974

Mauro Bersani (a cura di), La critica letteraria e il Corriere della Sera, 1945-1992, Fondazione Corriere della Sera, Milano, 2013

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