“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Sabato, 16 Giugno 2018 00:00

Annie Ernaux e l'autobiografia impersonale

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“Azzardo una spiegazione: scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito”.
A dirlo è Jean Genet scrittore e poeta francese molto discusso del Novecento, la cui opera letteraria era così intimamente connessa alla sua vita privata tanto da rendere complessa la distinzione tra realtà e immaginazione, cose inventate e episodi accaduti realmente.
Qualcosa di simile accade con Annie Ernaux, ma senza polemica né discussione: la scrittrice contemporanea dichiara infatti esplicitamente che gli eventi di cui parla nelle sue opere sono reali e del tutto aderenti alla verità.

Siamo dinanzi a una scrittura a cuore aperto e mano dolorante, ma sicura. Nei suoi libri l’autrice francese ripercorre le tappe della propria vita, così che ogni libro è da intendersi come una pagina, a volte un capitolo intero della sua esistenza.
Ma ciò che stupisce della Ernaux è il fatto che non parli mai di sé pur parlandone sempre e costantemente: i suoi libri sono i libri di tutti, le storie che ognuno di noi ha vissuto o avrebbe potuto vivere. Il potere della letteratura è in fondo questo: rendere universale tutto ciò che è particolare e contingente.
Il posto è probabilmente il suo capolavoro: in quest’opera ripercorre la morte e la vita di suo padre, un uomo, prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una provincia normanna.
Il dolore e la precisione chirurgica che si percepiscono ad ogni tratto sul foglio, scattano una fotografia dai contorni precisissimi: la storia di Annie Ernaux è la storia di una figlia, e prima ancora di una donna che vive tutto il dramma e la tenerezza di un riscatto culturale e sociale rispetto alla figura genitoriale. È la fine di una generazione di stampo agricolo e operaio che cede il passo ad una generazione dedita allo studio e alla cultura, che fa di tutto questo e soprattutto delle parole, scritte, lette e pronunciate, il proprio pane quotidiano, la propria ragion d’essere, oltre che la fonte del proprio sostentamento economico. L’autrice finisce così con l’essere mera archivista di una storia e di rituali ormai lontani nel tempo che, tramandatisi di generazione in generazione, hanno finito con l’arrestarsi dinanzi alla sua nascita e alla sua evoluzione culturale che l’hanno sdradicata inevitabilmente dal contesto di appartenenza, fino al punto di non riconoscerlo più come proprio, se non nel ricordo.
Viene allora da chiedersi cosa possa legare ancora la Ernaux a suo padre (e poi a sua madre) una volta allontanatasi dalla miseria della povertà economica e culturale, una volta intrapresa la strada a senso unico dell’emancipazione personale. Forse nulla, forse la perpetua voglia di demolire e ricostruire che appartiene a ogni essere umano, forse l’amore che tiene saldo ciò che la ragione demolirebbe.
Una donna è invece il racconto della perdita della figura materna; un libro che prende il suo incipit da una frase tracciata su di un foglio pochi giorni dopo la morte della madre. “Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa. Al telefono l’infermiere ha detto: ‘Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione’. Erano circa le dieci”.
Il racconto della scrittrice è secco, privo di fronzoli, ma delicato e pieno di sentimenti contrastanti. Riecheggia in questo scritto la tenerezza di Lettera a mia madre di Georges Simenon, che qui si arricchisce di quella lucidità, del senso di colpa e del sentimento della fine che trovano nel mondo femminile un terreno ancora più fertile.
In definitiva, non è possibile scrivere dei libri di Annie Ernaux; la sua è una autobiografia impersonale eppur piena di personalità. Un approccio intimo alla scrittura, uno stile dalla semplicità disarmante che non può essere imitato, probabilmente perché fondato su ragioni reali, profonde e dopotutto pur sempre personali. Questo significa che senza il suo senso di colpa, senza i suoi dubbi sul mondo, la tenerezza e il rancore verso la sua famiglia, la gioia e il dolore della separazione e dell’indipendenza personale, la Ernaux non sarebbe probabilmente riuscita a scrivere in un certo modo, un modo che parla a tutti, ma che è proprio il suo e di nessun altro.

 




Annie Ernaux

Il posto
traduzione Lorenzo Flabbi
L'orma editore, Roma, 2014
pp. 114

Una donna
traduzione Lorenzo Flabbi
L'orma editore, Roma, 2018
pp. 99

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