"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 15 Aprile 2013 07:17

La scatola e il possesso

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Metti una scatola in scena (o una scena in scatola); mettici dentro un attrice, cucile addosso gli abiti che Annibale Ruccello cucì addosso ad una ragazza umbra trapiantata a Latina, shakera con cura e misura ed ottieni Ti amo tanto che…, gemmazione congrua e valida di Anna Cappelli portata in scena a “diffusioneteatro” dalla compagnia ‘A Puteca.

La regia di Amelia Longobardi restituisce in scena con felice intuizione ciò che prende dal testo filtrandolo mediante una scelta calibrata, geometricamente calibrata, confezionando le vesti di Anna Cappelli per Maria Grazia Di Maria (convincente nella parte) e intabarrandone la vicenda in una scatola cubica che funge da abituro di scena e che racchiude come uno scrigno/prigione una donna ed il suo patrimonio di desideri cullati e ambizioni frustrate. Creatura malata di possesso e dell’inafferrabilità che suo malgrado contraddistingue gli oggetti delle sue bramosie, la donna è afflitta da una vita grigia e meschina, che la vede lontana da casa, in una città fosca e provinciale, dove condivide una camera mobiliata con cucina in comune con una coinquilina gretta, la contiguità con la quale accresce il suo malessere.
Non solo non può sentirsi padrona e indipendente nel suo domicilio pontino, ma la sua frustrazione s’acuisce allorquando della sua stanza nella casa d'origine si appropria la sorella Giuliana, “profanando” in tal modo qualcosa che ella sente intimamente suo.
Insoddisfatta da un’esistenza che la vede inscatolata in una grigia realtà di provincia ad armeggiar fra polverose scartoffie per sbarcare il lunario, pare baluginare nella sua vita un raggio di speranza che si materializza nella figura del ragionier Tonino Scarpa, la cui corte fa facile presa sull’animo civettuolo della donna; tanto più che la prospettiva lusinghiera di poter convolare a nozze solletica in Anna l’idea di una futuribile legittimazione che la dovrebbe vedere alfine realizzata ed in possesso dei beni fondamentali a cui ambisce una donnicciola di provincia: un marito, una casa, al limite una prole, insomma un microcosmo sul quale imprimere legittimo marchio di possesso. Ma così non è, dal momento che il buon Tonino frustra le velleità matrimoniali di Anna, proponendole di convivere; lei, pur riluttante all’idea, conscia di incontrare biasimo e riprovazione da parte d’un ambiente sordido e puritano (oltreché la disapprovazione della famiglia), accondiscende, allettata dalla possibilità di aver finalmente qualcosa di suo, di allungar grinfie bramose su un possesso che abbia anche solo una parvenza d’esclusivo. Le sorride l’idea di abbandonare quel domicilio condiviso con una coinquilina con cui si malsopportano, la quale non manca di comunicarle la sua riprovazione, mentre Anna, in partenza borsoni alla mano alla volta della casa di Tonino, appare come ingabbiata nella scatola che la serra a mo’ di gogna, come ad alludere alla condanna benpensante di una società retriva, il cui reticolo di costrizioni e vincoli pare per lei impossibile da violare e valicare.
Ma più forte di tutto è il desiderio di possesso, la volontà da parte di Anna di uscire da quella scatola in cui nulla è veramente suo e la prospettiva di entrare in casa di Tonino more uxorio l’inuzzolisce al punto da farla soprassedere su principi borghesi che, in fondo, sono pure i suoi; la sua non è ribellione antiborghese, né tantomeno scelta convinta; è piuttosto la disperazione di chi è allo stremo, pronta a perdere se stessa pur d’inseguire un’illusione e rischiare d'incorrere nella conseguente e probabile disillusione.
Infatti, una volta entrata in casa del ragioniere come convivente, l’”irregolarità”, la non piena legittimazione della sua figura continuerà a pesarle come un marchio che le sottrae possibilità di possesso effettivo – della casa, degli oggetti che essa contiene, dell’uomo che vi abita – finendo per patire persino la mal accettazione da parte della cameriera di Tonino, capace (anche lei, ancora una volta) di farle avvertire un senso d’estraneità in quella che dovrebbe esser diventata casa sua e che invece altro non è che una nuova scatola che l'imprigiona.
A questo punto la scatola in scena vede Anna appollaiata in cima, come a rivendicare ancora una volta una posizione di preminenza e di possesso, ancora quel senso insopprimibile di tangibilità del proprio, quasi un senso della roba “mastrodongesualdiano”.
Il conto delle infelicità della donna arriva al suo saldo allorquando l’ineffabile Tonino, dopo due anni di convivenza, decide di liquidarla “come una cameriera”, avendo lui arbitrariamente deciso di trasferirsi in Sicilia, vendendo la casa.
Ovviamente alla notizia Anna trasecola, in un attimo percepisce il frantumarsi dei sacrifici morali immolati sull’altare del possesso; la scena la vede in bilico, sull’orlo della scatola, in procinto di scivolarne via, perdendo ogni diritto su ciò che con fatica aveva cercato di far suo, di sentire in proprio dominio; maschera di dolore, il trucco sciolto le dipinge sul volto i colori accesi d’un misto di rabbia e disillusione, sentimenti che repentinamente lasciano il posto alla fiacchezza della delusione: la si vede piegarsi come un fantoccio sul bordo della scatola, scivolandone sfatta dal margine estremo, così come il vagheggiato possesso sente scivolarle via dalle mani, come enervata da devastante non previsto sconquasso.
Una vola uscita dal cubico contenitore, quando ne è fuori, ne estrae un drappo che s’intravede chiazzato di sangue e rientra nella scatola: ne è uscita transfuga, vi rientra finalmente padrona: l’efferato delitto è compiuto, Tonino è stato ucciso; le sue carni conservate in ghiacciaia rappresentano la maniera estrema di esercitare e rivendicare un possesso negato: mangiarne le carni, a poco a poco sarà il modo – l’unico possibile – in cui ella potrà averlo tutto per sé, l’unico modo per possederlo, l’unico modo di aver qualcosa di completamente suo. Tutto, pure le ossa ne mangerebbe (“sarebbe di cattivo gusto darle ai cani”).
Una sorta di amour fou che trova la sua conclamazione in un possesso portato oltre le estreme conseguenze e che vede sublimati i desideri inappagati di una donna repressa in uno sponsale sui generis: un velo da sposa – quello stesso velo in fondo desiderato e negato – la avvolge mentre cala il buio. Connubio sancito a morsi e bocconi, rimane nel suo ventre l’illusione estrema d’un possesso vanamente inseguito, di una fame solo apparentemente appagata.

 

 

Ti amo tanto che…
di
Amelia Longobardi
liberamente ispirato a Anna Cappelli
di
Annibale Ruccello
con Maria Grazia Di Maria
produzione 'A puteca
scene
Riccardo Calise
luci Salvatore Cantalupo
foto di scena Paola Manfredi
lingua italiano
durata 50’
Torre Annunziata (NA), Sala Nevia – diffusioneteatro, 12 aprile 2013
in scena 12 e 13 aprile 2013

 

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