“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Venerdì, 05 Gennaio 2018 00:00

Una grande poeta da riscoprire: Fernanda Romagnoli

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Cosa sappiamo, e cosa sanno oggi i giovani lettori di poesia, di Fernanda Romagnoli? Quasi niente, ovvero le poche notizie che ci tramanda Wikipedia. Autrice di un unico libro importante (Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980, e riedito da Scheiwiller nel 2003), nata a Roma nel 1916 e morta sempre a Roma nel 1986, diplomata in pianoforte e all’istituto magistrale, moglie di un militare che seguì nei frequenti trasferimenti in diverse città italiane, madre di una figlia.

Aveva pubblicato quattro plaquette di versi nel 1943, nel 1965, nel 1973 e nel 1979, ignorate dalla critica (fatta eccezione per la lunga fedeltà dimostratale da Donatella Bisutti, e la stima che le riservò Attilio Bertolucci) e rimaste in pratica senza diffusione.
Poche, scarne notizie biografiche. Riservata come persona, trascurata come poeta.
Però grande poeta. Dal dettato classico e composto, animato da una malinconia pensierosa e da un’ironia (e autoironia) intelligente e mai sarcastica, attenta alla quotidianità senza diventare noiosamente e minuziosamente prosastica.
Si leggano per esempio i versi dedicati agli oggetti minimi e inessenziali di cui ci serviamo nelle nostre abitazioni, di cui non abbiamo bisogno ma da cui temiamo il distacco:


OGGETTI

I piccoli oggetti, i piccoli
amici-schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
Aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio

per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli... Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra... ma adesso
muoviamoci, andiamo.


Il distacco, da persone e cose, è un tema costante nella poesia di Fernanda Romagnoli: “L’arte di perdere” di cui parlava Elizabeth Bishop, diventa in lei quasi un dovere morale, un’abitudine da assumere per evitare l’ansia del possesso, e per imparare ad accettare la rinuncia, e l’addio ‒ più o meno definitivo ‒ da chi si ama. La morte, quindi, come mistero impenetrabile e inaccettabile, conclusione crudele di un ciclo vitale negli esseri animati e inanimati. Nel bruco sbucato fuori da un frutto e finito nel piatto, e qui ucciso con noncuranza; nel ricordo dei gesti della madre, adorata e perduta:


BRUCO

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.


RITO

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.

Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio “vi conosco!”

Mia madre la mattina
stava sola di là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.


NIENTE

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno: all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte,
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.


Un altro fil rouge che attraversa le poesie della Romagnoli è quello dell’inappartenenza, dell’esclusione, addirittura della doppia identità: quasi che l’autrice di questi splendidi versi non sapesse riconoscersi, non solo nella propria scrittura, ma soprattutto nel teatrino dei rapporti sociali, sul palcoscenico delle relazioni fasulle, della finzione imposta per compiacere il mondo:


IL TREDICESIMO INVITATO

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
e fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito “Sto per piangere!”
e all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.


FALSA IDENTITÀ

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto...

Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.


Una voce forte e assolutamente moderna, quella di Fernanda Romagnoli. Forse troppo intensamente significativa nei contenuti, e originalmente personale nella forma, rispetto al conformismo appiattito di molta produzione poetica attuale, per poter attrarre attenzione e interesse, nei nostri giorni disattenti e disinteressati.






Fernanda Romagnoli
Il tredicesimo invitato
Garzanti, Milano, 1980
pp. 102


Bibliografia:
Capriccio, Roma, 1943
Berretto rosso, Roma, 1965
Confiteor, Guanda, Parma, 1973
Il tredicesimo invitato, Garzanti, Milano, 1980
Mar Rosso, Il Labirinto, Roma, 1997
Il tredicesimo invitato e altre poesie, Libri Scheiwiller, Milano, 2003

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