“Ci sdoganiamo da soli. Ci scriviamo i testi, ce li recitiamo e ci applaudiamo. Ti ringrazio”.

Roberto Latini

Giovedì, 28 Dicembre 2017 00:00

La Grande crisi nella letteratura e nel cinema

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Le ricadute sulla popolazione dei grandi botti finanziari che hanno caratterizzato la storia del capitalismo fino ai nostri giorni, così come sono state raccontate nella letteratura e nel cinema, sono al centro dell'interessante saggio di Alessandro Casiccia, Narrare la Grande crisi. Tempeste finanziarie, paura e rovine sociali nella letteratura e nel cinema (Mimeis, 2015).

Nella prima parte del volume lo studioso, prendendo in esame tanto opere di alto livello quanto di largo consumo, si sofferma su narrazioni riguardanti il mondo degli avventurieri finanziari che hanno accumulato immense fortune e/o che si sono resi responsabili di crolli epocali a partire dalla Parigi narrata da Honoré de Balzac a quella raccontata da Émile Zola fino alla Wall Street degli ultimi decenni.
Se nelle narrazioni più recenti il cinismo e l'avidità sono caratteristiche di personaggi appartenenti alle banche e all’alta finanza, nelle gangster story degli anni Trenta il crimine non nasce all’interno degli ambienti d'affari, ma irrompe dall’esterno “suscitando reazioni ambivalenti (non raramente solidali) nei lettori e soprattutto negli spettatori di quel tempo”.
La letteratura americana dell'epoca della Grande Depressione narra sì di metropoli sconvolte e violente attraversate da folle agitate, ma soprattutto racconta di sterminate campagne desolate, di proletari disoccupati, di conflitti sociali e di avventurieri senza scrupoli. Certo, sottolinea l'autore, la storia europea ha caratteristiche differenti rispetto a quella americana, tuttavia “non mancava un sotterraneo corso comune: quello rappresentato nelle storie delle sconfitte individuali, nelle rappresentazioni dei soggetti collettivi travolti, come i disoccupati, i ceti medi proletarizzati, le famiglie impoverite e i capi-famiglia disperati e pronti a tutto”.
Nei primi tre capitoli − Crolli in borsa e romanzi d’avventure finanziarie; Rovina sociale al tempo del crollo di Wall Street e della Grande depressione; Gli anni trenta in Europa − vengono passate in rassegna  narrazioni riguardanti i tracolli finanziari, i loro protagonisti, il contesto sociale, le emozioni e le paure collettive dalla gente sullo sfondo degli eventi, mentre nell'ultimo capitolo − Note sulla narrazione delle classi mutanti − tutto ciò viene messo in relazione “con la definizione del grande soggetto collettivo denominato ceto medio, e soprattutto con le vere o presunte crisi di civiltà, i pregiudizi di un secolo fa e quelli di oggi, le vecchie e le nuove discriminazioni razziali, le illusioni dei popoli e il successo possibile dei neo-nazionalismi e delle destre politiche”.
I profondi mutamenti nelle forme di produzione che hanno preso il via nell'Inghilterra a cavallo tra Sette e Ottocento conducono l'uomo occidentale a modificare drasticamente l’essenza e la natura del modo di vivere proiettandolo all'interno di un’economia industriale centrata sul sistema-fabbrica. Nell’arco di qualche decennio cambia radicalmente tanto il modo di rapportarsi al lavoro, quanto la percezione quotidiana del rapporto spazio-tempo, dando luogo a un cambiamento in cui si omogeneizzano i bisogni e le condizioni di vita, si modifica l’aspetto urbano e muta la percezione politica dei rapporti di forza all’interno del tessuto sociale con non poche ripercussioni a livello di immaginario collettivo, oltre che delle generali condizioni materiali di vita. In tale contesto “l’antinomia fra pretese di esattezza nei calcoli dell’attore razionale e presenza d’irrazionalità nei comportamenti umani costituisce uno dei temi ricorrenti nell’odierno racconto letterario, teatrale e cinematografico del mondo degli affari. Ma, tra i vari contrasti presenti in tali narrazioni, affiora anche un altro topos, non privo di ambivalenze morali: lo potremmo chiamare l’epica dell’avidità avventurosa. Numerose narrazioni riguardanti i crolli che hanno segnato il presente stato di crisi sono riconducibili a tematiche di questo tipo. Molte hanno forma di romanzo, altre di racconto. O di soggetto cinematografico”. Sulla questione dell'avidità insistono, ad esempio, i due film Wall Street (1987 e 2010) di Oliver Stone.
Tra i vari esempi di “doppia narrazione”, cioè sia letteraria che cinematografica, circa le tempeste finanziarie l'autore si sofferma su Cosmopolis (2012) di David Cronenberg e sull'omonimo romanzo (2003) di Don DeLillo da cui il film è tratto, su Too Big to Fail (2009) scritto da Andrew Ross Sorkin e trasformato in film per la tv da Curtis Hanson nel 2011, con espliciti riferimenti alle vicende della Lehman Brothers del 2008. In generale, suggerisce l'autore, le vicende finanziarie a cavallo del cambio di millennio sono state descritte in numerose opere di consumo in modo tale da oscillare tra condanna moraleggiante e fascino per l'affarista senza scrupoli ed il mondo dorato in cui vive.
A proposito del romanzo Resistere non serve a niente (2012) di Walter Siti, in cui viene mostrato esplicitamente il legame tra criminalità e finanza, Casiccia si sofferma sul fascino esercitato sui lettori dall’immoralità dei personaggi. Se nelle narrazioni dei primi anni Trenta riguardanti il rapporto fra denaro e crimine è il gangster a fungere, per certi versi, da “eroe”, ai nostri giorni le cose sembrano essere cambiate. In molte narrazioni del periodo di passaggio tra vecchio e nuovo millennio lo studioso ravvisa una certa ambivalenza nei confronti dei grandi “trafficoni” dell’alta finanza: se da una parte vengono esplicitate le loro caratteristiche negative, dall'altra non mancano elementi in grado di suscitare fascino e identificazione, tanto che si può parlare, in generale, di un’atmosfera di “scandalizzata fascinazione”. Ciò porta lo studioso a chiedersi se tale atteggiamento ambivalente sia rintracciabile anche nei due secoli precedenti.
Se, per quanto riguarda l’Ottocento, il romanzo L’Argent (1891) di Émile Zola potrebbe suggerire una risposta affermativa, diverse altre opere sembrano indicare il contrario. Circa la letteratura primonovecentesca e, soprattutto, quella della Grande Depressione post '29, le cose paiono assai diverse rispetto all'oggi. “La presenza di alcune coincidenze con quanto era accaduto nel secolo ventesimo, alla fine degli anni Venti (come l’origine a Wall Street del grande crollo), non deve ingannare. Il distacco da quegli eventi è facilmente riconducibile a fenomeni anche troppo noti quali la globalizzazione, la deindustrializzazione dei paesi capitalisti maturi, le trasformazioni tecnologiche e organizzative che indeboliscono ogni giorno di più l’importanza del lavoro umano e riducono drasticamente le sue dimensioni e le sue prospettive”.
Tutto questo comporta, secondo Casiccia, conseguenze differenti rispetto al passato: “Differenze soprattutto riguardanti la scomposizione delle classi sociali e dell’identità [...]. Diverso da quanto accade oggi era il tipo di catastrofe economica, a dispetto di alcune somiglianze. Ma ancor più diverso era il modo di affrontarla. Il progetto politico-economico dominante oggi nei paesi a sviluppo maturo e soprattutto in Europa, un progetto composto di neo-liberismo e rigore sui bilanci, presenta qualche somiglianza (anche per la sua controfattualità) con quello tentato da Hoover negli Stati Uniti al primo profilarsi della crisi; ma differisce profondamente da quello che venne intrapreso invece successivamente, durante gli anni Trenta, con l’avvento della presidenza Roosevelt”.
A partire dalla metà degli anni Settanta lo scenario muta rapidamente tanto da essere contraddistinto da fenomeni − progressiva deindustrializzazione, delocalizzazione, automazione, finanziarizzazione, scomposizione sociale − che aprono le porte all’affermarsi del dogma liberista. “L’ideologia dell’individualismo proprietario e la finanziarizzazione della struttura economica includente la sfera del lavoro dipendente e la vita privata dei percettori di un salario, si sarebbe estesa vieppiù a partire dagli Stati Uniti; preludendo e in qualche modo contribuendo alla crisi degli anni duemila”. Insomma, in breve tempo le trasformazioni sociali conducono alla dissoluzione di quelle identità precedentemente definite e riconoscibili.
“Un secolo prima, quando l’era fordista non era ancora iniziata, altre incertezze di linguaggio e di teoria erano sorte: incertezze dovute in buona misura ai contorni, sempre meno definibili, di nozioni come quella di uomo medio, o di uomo comune”. Guardiamo agli Stati Uniti. Una grande frattura stava aprendosi. Su un lato si trovava [...] una cultura erede di Jefferson e di Jackson, schierata a difesa dell’uomo medio, dell’ordinary man, contro la corrotta oligarchia finanziaria. Una cultura già individuata da Gramsci nelle pagine dedicate all’americanismo”. Di contro, probabilmente in Europa in maniera ancora più evidente che negli Stati Uniti, abbiamo un pensiero politico elitario e neoconservatore “che ansiosamente vedeva apparire sulla pubblica scena un attore collettivo dagli incerti connotati. Quasi sempre giudicato amorfo e manipolabile, incline alla mediocrità e alla sottomissione, ma anche all’invidia. Desideroso dei beni da cui la storia l’aveva precedentemente escluso e quindi potenzialmente aggressivo, l’uomo comune era disprezzato dal pensiero aristocratico. Una parte del quale però era pronta a strumentalizzarne le debolezze, i bisogni, le paure, promuovendo alleanze con i totalitarismi reazionari. Il possibile prevalere di quel soggetto problematico, mai perfettamente definibile, avrebbe ripetutamente inquietato, da allora fino a tempi recenti, non soltanto gli epigoni delle vecchie filosofie conservatrici ma anche alcune scuole di pensiero di segno esattamente opposto, dove permaneva la certezza d’interpretare la lezione marxista insistendo sulla diversità della classe operaia rispetto a ogni contaminazione con altri soggetti, spesso liquidabili con etichette escludenti (talvolta piccola borghesia, ad esempio, altre volte invece sottoproletariato”.
Lo sgretolamento dell'ordine simbolico precedente ogni grande crisi, comporta la scomparsa di taluni segni di demarcazione caratterizzanti l'ordine precedente e tutto ciò viene a sommarsi all’occultamento “delle reali nuove strutture della divisione sociale”. Da qui all'impressione dell’obsolescenza della lotta di classe il passo è breve. Lo smarrimento delle identità collettive di un tempo genera incertezza, inquietudine e sorda aggressività.
“Molti sono i modi per raccontare l’ultima grande crisi del capitalismo. Quella iniziata nel 2007 negli Usa”, scrive Lelio Demichelis nella Postfazione al libro, di un capitalismo “ormai egemone proprio nel senso di Gramsci, tutti avendolo accettato come condizione normale, normata e normalizzata di vita, ciascuno avendo perfettamente interiorizzato e introiettato il suo dover essere parte di questa grande macchina capitalista che ormai – come aveva ricordato il Presidente della Bce, Mario Draghi, – procede in automatico”. Da qui il fascino esercitato dai cinici avventurieri di Wall Street messi in scena da Oliver Stone, perché, continua Demichelis, “essere o sognare di poter essere come il cattivo ma affascinante protagonista del film [...] è stato il sogno segreto, il voluto ma non detto di molti e sicuramente è stato il modello inconfessabile ma praticato e insegnato da banche e finanza, dall’informazione economica dei mass-media e dalle lezioni di troppi professori nelle Università. Discorsi che hanno legittimato la macchina del potere [...] e creato l’immaginario collettivo e pubblico necessario – riuscendo perfino a nascondere la verità, ovvero che la crisi del 2007 è stata tutta colpa loro, facendo invece credere che sia stata tutta colpa dei deficit pubblici e della spesa pubblica degli stati. Perché il neoliberismo – ma tutto il capitalismo – non è solo una forma economica, quanto e soprattutto una costruzione esistenziale, una emozione desiderante, una fabbrica di immaginari collettivi e individuali, un modo di essere prima ancora che un mezzo per avere”.

 




Alessandro Casiccia
Narrare la Grande crisi. Tempeste finanziarie, paura e rovine sociali nella letteratura e nel cinema
Mimeis edizioni, Milano-Udine, 2015
pp. 118

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