“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

L'istinto di morte di Jacques Mesrine, bandito

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“Mi hanno armato la mano al suono della Marsigliese e questa mano ha preso poi piacere alle armi. Mi hanno insegnato la violenza e la violenza mi è piaciuta”.
 (Jacques Mesrine)

 

Parigi, 2 novembre 1979, nel bel mezzo del caotico traffico cittadino, Jacques Mesrine, di professione bandito, muore crivellato dai colpi esplosi da una brigata speciale a cui l’Eliseo ha dato carta bianca pur di togliersi di mezzo una volta per tutte quel dannato ennemi public n° 1.
Consapevole di prendere parte a una partita in cui gioca le sue carte pur sapendo che l'ultima mano l'avrebbe persa, a partire dagli anni Sessanta rapine, sequestri, assalti a carceri speciali, evasioni, prese per il culo alle istituzioni e ai media, sono il pane quotidiano del giovane Jacques, nato a Clichy nel 1936 da una famiglia della piccola borghesia.

L'istinct de mort, scritto nel carcere di massima sicurezza de La Santé, è il libro, uscito per la prima volta nel 1977, con cui Jacques Mesrine racconta in prima persona, con ironia e sbruffonaggine, le sue avventure criminali sullo sfondo del milieu malavitoso francese degli anni Sessanta e Settanta. Il libro − L'istinto di morte. Autobiografia del più grande bandito francese − è stato rimesso in circolazione in Italia da Milieu edizioni nel 2017, con una traduzione di Ottavia Brio, dopo un'edizione pubblicata nel 2006 da Nautilus-El Paso, tradotta da Roberto Moretto.
Jacques Mesrine le armi le aveva conosciute sin da bambino. Erano quelle impugnate dai militari tedeschi e dalla resistenza francese ma si può dire che in mano gli siano state messe a vent'anni dallo Stato per combattere in nome del tricolore in Algeria. “Combattevamo perché quel territorio restasse alla Francia. Quelli che chiamavamo ribelli lottavano per la loro indipendenza e per riconquistare ciò che i miei antenati gli avevano portato via un secolo prima. Stavo per partecipare a una guerra assurda con la certezza che non sono mai coloro che la scatenano a farla. Non facevo politica e il problema algerino mi era in parte sconosciuto. In quella guerra vedevo soltanto un campo d'azione per il mio gusto del rischio e dell'avventura. L'addestramento alla battaglia, le marce forzate, il tiro con le armi automatiche rispondevano bene al mio carattere. Ero a mio agio in quel ruolo”.
Nell'infame avventura algerina Jacques impara a conoscere la paura e a dominarla, a piangere la morte di un amico e ad assaporare il gusto della vendetta. “Imparai a non rispettare più la vita avendo visto troppo da vicino la morte”. La durezza dei fatti sostituì presto al sorriso una smorfia cinica e beffarda di autodifesa. “Vidi quegli uomini farsi torturare, urlare il loro odio per la Francia, alcuni preferivano morire lì piuttosto che parlare. Avevo seppellito nel fondo del mio cuore qualsiasi sentimento umano. Diversi ragazzi che conoscevo avevano perso la vita in imboscate; odiavo gli algerini per questo unico motivo, un odio insensato e generalizzato”. Dopo ventotto mesi trascorsi nell'inferno algerino, sul finire degli anni Cinquanta il giovane rientrerà in Francia senza un soldo in tasca. “Mi sentivo uno straniero a casa mia. Chi mi parlava della guerra d'Algeria mi faceva innervosire con le sue frasi fatte e le false idee sulla questione. Non potevo dimenticare quanto avevo visto, ma l'azione mi mancava”. L'impiego lavorativo si mostrò subito insopportabile. “Non mi piaceva ricevere ordini dal mio padrone, in una parola non mi piacevano gli obblighi”.  Occorreva trovare un'altra strada e occorreva trovarla velocemente.
“Avevo l'abitudine di guardarmi intorno, di osservare la gente per strada, sul metrò, nel piccolo bistrot dove andavo a pranzo. Che cosa vedevo? Facce tristi, sguardi stanchi, gente consumata da lavori sottopagati, ma costretti a lavorare per sopravvivere, potendo permettersi il minimo indispensabile. Persone condannate alla mediocrità, gente vestita nello stesso modo e con gli stessi problemi economici a fine mese. Uomini e donne incapaci di soddisfare i loro desideri, condannati a sognare di fronte alle vetrine dei negozi di lusso e alle agenzie di viaggio. Stomaci su gambe, clienti attratti dal piatto del giorno e da un bicchiere di vino rosso. Persone che conoscono già il loro futuro, perché non ne hanno uno. Robot sfruttati e schedati, rispettosi delle leggi più per paura che per integrità morale. Sottomessi, sconfitti, schiavi della sveglia. Non lo accettavo”.
Restare nei ranghi non faceva per lui. Serviva urgentemente una via di fuga. “Ma cos'era, poi, questa società, con i suoi bei principi e le sue leggi? A vent'anni mi avevano mandato a fare la guerra in nome delle libertà, dimenticandosi solamente di dirmi che la mia azione intralciava quella degli altri. In nome di che cosa la società mi dava il diritto di uccidere degli uomini che non avevo mai conosciuto e che in circostanze diverse avrebbero potuto diventare miei amici? Mi aveva usato come una pedina, approfittando della mia giovane età e della mia inesperienza. Aveva creato un falso ideale in nome dell'onore e della patria. Aveva sfruttato la mia indole ribelle per trasformarmi in un bravo soldato, un bravo assassino [...]. Che un uomo muoia per difendere la sua patria dall'invasore, potevo accettarlo, ma che un governo lasci crepare la sua gioventù per una guerra coloniale, sapendo che era un sacrificio inutile, questo non riuscivo a tollerarlo. Questo pensiero era diventato insopportabile. La società mi aveva fregato [...]. L'avrei dunque attaccata per farle pagare il prezzo di quello che mi aveva distrutto. Sapevo che rifiutare le sue leggi, rifiutare di seguire il gregge, mi sarebbe costato molto caro, prima o poi”.
È da queste premesse che, secondo Jacques Mesrine, prese il via quella carriera criminale che, tra rapine, sequestri, evasioni rocambolesche e persino incroci con la sinistra rivoluzionaria, lo avrebbe portato ad essere indicato dai media come l'ennemi public n° 1 del Paese. Su quanto siano state davvero queste presse a determinare la sanguinosa condotta messa in atto da Mesrine è difficile esprimersi ma è innegabile che un ruolo, e non da poco, le vicende algerine lo hanno avuto.
Tra le opere che, più o meno liberamente, si sono ispirate alla vita del bandito che ha messo a soqquadro la Francia, con tanto di parentesi canadese, occorre citare almeno un dittico di film di successo diretti da Jean-François Richete: L'instinct de mort (Nemico pubblico N. 1 − L'istinto di morte, 2008) e Mesrine: L'ennemi public n° 1 (Nemico pubblico N. 1 − L'ora della fuga, 2008).

 

 


Jacques Mesrine
L'istinto di morte. Autobiografia del più grande bandito francese

traduzione di Ottavia Brio
Milieu edizioni, Milano, 2017
pp. 292

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