"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 15 Dicembre 2017 00:00

Cronaca dall’inferno. Su “Bruciare tutto” di Walter Siti

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L’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, ha suscitato al suo apparire, lo scorso aprile, numerose polemiche prevalentemente per il tema scottante della pedofilia. A sollevarle è stata soprattutto una recensione di Michela Marzano su La Repubblica che poneva l’accento, con toni alquanto moralistici, sulle parti più crude del romanzo dal punto di vista sessuale, nel descrivere le fantasie del ‘prete pedofilo’ protagonista. Marzano si chiedeva se “la letteratura può sopportare questo? È letteratura questa?”. Ricordo bene sui social network i commenti ‘indignati’ che seguivano alla recensione della studiosa, del tipo “che schifo”, “la letteratura è proprio degenerata”, “vergogna”, e molti altri di questo genere.

Anche altre recensioni dell’epoca sottolineavano soprattutto l’aspetto erotico del romanzo con le singolari eccezioni di due pezzi molto intelligenti, uno di Gianluigi Simonetti uscito su Il Sole 24 ore (poi ripubblicato, in forma ampliata, su Le parole e le cose) e uno di Giacomo Raccis su La balena bianca. La reazione scandalizzata che ha provocato l’uscita di Bruciare tutto mi ha fatto pensare a quella, altrettanto scandalizzata, seguita alla pubblicazione postuma, nel 1992, di Petrolio di Pier Paolo Pasolini (si ricordi, del resto, che Siti è uno studioso di Pasolini nonché il curatore dell’opera omnia dello scrittore presso i Meridiani).
Ebbene, nel 1992, a diciassette anni dall’omicidio di Pasolini, pressoché tutte le recensioni a Petrolio ne mettevano in evidenza soprattutto il lato erotico, ‘scandaloso’, quasi fosse il sintomo di una perversione personale dell’autore. Inutile dire che Petrolio non è questo o, perlomeno, non è solo questo. Si tratta infatti di un romanzo che rappresenta la “summa” delle riflessioni di Pasolini sul potere, sulla società, sulla letteratura. È un’opera che possiede al suo interno un cuore profondamente politico, in quanto è incentrato sulle oscure trame legate all’omicidio del presidente dell’Eni, Enrico Mattei e ai più diversi, silenti, oscuri poteri che gravavano sull’Italia della fine degli anni Sessanta e dell’inizio dei Settanta. Petrolio è tutto questo ma le recensioni (scritte anche da noti intellettuali, come ad esempio Edoardo Sanguineti) videro solo l’aspetto erotico e, a loro dire, depravato. Perché? Perché anche oggi succede più o meno lo stesso con Bruciare tutto?
In queste mie osservazioni ormai tardive rispetto all’uscita del libro (ma, forse, proprio la ‘giusta distanza’ dall’uscita permette riflessioni più calibrate) vorrei mettere in evidenza l’aspetto, se così si può dire, più metaforico dell’opera. Mi viene in mente ancora Pasolini e il suo ‘scandaloso’ Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975): le violenze, spesso insostenibili, rappresentate nel film, non sono altro che la metafora, nell’ottica dell’autore, della violenza della società dei consumi, rappresentata come una nuova dittatura fascista e nazista. Anzi, penso che un film come Salò, oggi, in un triste tempo di rigurgiti fascisti e razzisti (coadiuvato da politici complici), dovrebbe essere diffuso e proiettato per far capire quanto sia truce e terribile quella ideologia. Anche allora, da parte di molta critica, non si riuscì a andare al di là dell’aspetto esteriore, puramente visivo, del film.
Bruciare tutto è un meraviglioso e terribile affresco della società italiana contemporanea. Un affresco che pone, al suo centro, il tema della pedofilia, purtroppo all’ordine del giorno nell’ambiente ecclesiastico. Voler censurare questo o gridare allo scandalo equivale a non voler capire che la pedofilia esiste davvero nella società contemporanea, e non si tratta certo di un’invenzione letteraria. Equivale a tapparsi occhi e orecchi di fronte a un terribile aspetto della società. Perciò, se descrizioni crude ci sono, nel romanzo di Siti, esse non rappresentano nient’altro che una metafora della violenza che viene perpetrata quotidianamente nella benestante società occidentale. Quello rappresentato da Siti sembra un vero e proprio dipinto apocalittico della contemporaneità, precipitata in un quotidiano inferno. Don Leo e gli altri personaggi si muovono come tanti dannati in una Milano quasi infernale. Il giovane sacerdote è immerso, da una parte, in un universo attraversato da irrisolte plaghe di povertà, dall’altra, nell’ambiente ovattato della borghesia milanese, rappresentato dai suoi fedeli che parlano una “lingua astratta e televisiva”, della quale don Leo si accorge soprattutto durante le confessioni (“non sono stata vera”, “le persone dell’altro sesso mi stressano”, “la mia gelosia era al top”). Il protagonista possiede uno sguardo cinematografico che registra, quasi come una ‘carta assorbente’ del dolore, appunto tutto il dolore presente nella società contemporanea, abbacinata dalle immagini della televisione e dei social. Sembra che non ci sia più differenza fra dolore vero e finto, fra spettacolo e tragedia:

“Il sensazionalismo spalmato sui media allontana da Dio molto più che un omicidio; le masse si sono prese la parola ma l’hanno sprecata. Poi il dolore vero: un rifugiato in carrozzella osserva con invidia il mutilato di fresco ammesso alla registrazione prima di lui, siamo al confine tra Grecia e Macedonia; una donna afghana finge di darsi fuoco con un accendino a uso dei fotografi, un’altra rema controcorrente urlando per raggiungere il marito ma lo scialle le si impiglia nel reticolato; un gigante barbuto fa incetta di scarpe da donna strappandole da una cassa, ragazzini giocano a rimbalzello nelle pozzanghere. Angelina Jolie minaccia di arrivare a Calais in elicottero ma un curdo di malumore commenta ‘if Angelina comes here, we’ll eat her’. I migranti sono un popolo nuovo, più di sessanta milioni di persone che hanno per patria le tende e il fango; avranno una rappresentanza come nazione alle Olimpiadi di Rio – per loro l’inimmaginabile è all’ordine del giorno: bambini senza famiglia soccombono a infami mercati; sarà uno di loro a guidare la prossima rivoluzione? Addormentandosi, Leo è còlto da un gran bisogno di guerra che intuisce non solo suo – e culla sorridendo la frase che Dio gli ripete più spesso: ‘Io non sono mai dove mi cercano’. Bisogna farsi complici dell’Aperto per aiutarlo a finire”. (pp. 241-242)

In Bruciare tutto c’è uno sguardo attento e militante sulla società contemporanea: c’è il dramma dei profughi e dei migranti, la povertà e il degrado delle periferie, la fatuità e il cinismo dei colti e dei ricchi, la pedofilia e la corruzione che da sempre cova in seno alla Chiesa, una new economy sfasciata e meschina che pretende di governare il mondo, una politica ormai ridotta a macabro burattino manovrato dal denaro e dalle banche e, sullo sfondo, ci siamo noi, persone come tante, automi volgari della società dell’immagine e dell’oscena esibizione sui social network. Questa è letteratura, è letteratura potente che mostra un crudele quadro della realtà, nei suoi più diversi aspetti. La voce di don Leo, nella sua fede esasperata e radicale, è il commento sonoro di questo crudele affresco, la cronaca reale dall’apocalisse della società: “Sì, la forza distruttiva dell’oro è pari a quella della tecnologia, oro della mente... stiamo diventando macchine, e alle macchine non serve la democrazia” (p. 84); “forse, e scusate se vi rovino il pranzo della domenica, forse oggi una chiesa fatta esplodere da un attentato potrebbe essere più utile di una chiesa parata in pompa magna per accogliere un vescovo prudente; un cristiano ha la missione di non lasciarsi ipnotizzare dagli psicofarmaci delle teorie economiche che giustificano l’inaccettabile” (p. 85).
Il romanzo assume quasi l’aspetto di una narrazione in forma distopica sulla società contemporanea: un affresco crudamente reale ma anche terribilmente allontanato in una dimensione apocalittica e fantascientifica, come se l’umanità rappresentata fosse quella degli ultimi sopravvissuti in un inferno postatomico. Questa umanità si esprime per mezzo di una pluralità di voci che sulla pagina si materializza in un afflato pluristilistico e, per l’appunto, corale: le voci dialogano fra di loro e si aggrovigliano in una danza linguistica che alterna lo stile parlato al descrittivo didascalico, il romanesco alla mimesi dell’italiano parlato dagli stranieri, il nuovo linguaggio televisivo alla narrazione tradizionale. Tutte queste voci sembrano esprimere gli innumerevoli aspetti di una cronaca vera dall’orlo dell’inferno contemporaneo. Una vera e propria rappresentazione infernale e apocalittica la incontriamo verso la fine, nella descrizione della periferia romana all’approssimarsi del Natale: “Alle porte di Roma, tra Settebagni e Fidene, appaiono le meste decorazioni natalizie − ‘il Bambino Salvatore’ pensa Leo con amara ironia. Babbi Natale impiccati ai balconi, abeti con le lucine umiliate da un sole africano, renne volanti sopra l’insegna di Auchan, zamponi panforti capitoni pantografati dai neon” (p. 360). Mi viene in mente ancora Petrolio, con le descrizioni di atroci periferie nelle quali si stagliano come spettri misere decorazioni natalizie. Si può pensare ancora alla periferia della Capitale come è rappresentata nel geniale affresco realizzato da Federico Fellini con Ginger e Fred (1986): prati infiniti devastati dal fango sui quali campeggiano manifesti pubblicitari e le solitarie cattedrali-spettacolo delle televisioni private che conoscevano la propria ascesa in quella prima metà degli anni Ottanta.
Dopo l’estrema catabasi infernale, “sulle rive di quella marana dimenticata, nascosta da ciuffi di alte canne; lontano dalla civiltà migliaia di chilometri, se non fosse per i residui di plastica e vetro” (p. 361), non si può fare altro che risalire. La fine del libro è infatti affidata a un’immagine di speranza, a una forse temporanea uscita dall’inferno dell’apocalisse. Circondati da un’atmosfera serena, Emilio e Roberto, una coppia omosessuale, sono all’isola di Fernando, nell’Oceano Atlantico, per trascorrere lì il Natale. Il sole e la luce che, come un lampo, emergono all’improvviso, si pongono in netto contrasto con i colori lividi e terrei che avevano dominato pressoché per l’intera narrazione. Forse è possibile, anche se temporaneamente, uscire dall’inferno: “‘Aerare l’atmosfera pesante di un Paese aprendo le finestre che danno su un altro Paese’ − l’orizzonte è salvezza, ancora per un po’” (p. 365). Forse, alla fine, parafrasando il titolo di un altro romanzo di Siti, resistere serve ancora a qualcosa.

 

 

  
                                                                                       

Walter Siti
Bruciare tutto
Rizzoli, Milano, 2017
pp. 369

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