“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 30 Agosto 2017 00:00

Aux armes, écrivains!

Scritto da 

“J’ai vu Gary devenir fou”.
 Bernard-Henri Lévy, Nemici pubblici

 

Negli anni Novanta due degli scrittori francesi più interessanti e temuti della loro generazione abitavano allo stesso indirizzo: Michel Houellebecq e Marc-Édouard Nabe. Al civico 103 di rue de la Convention, nel quindicesimo arrondissement, ora diventata rue Oscar Roty, Houellebecq ha scritto i saggi e le poesie di Rester vivant, il suo Lovecraft e i primi romanzi, mentre Nabe si divideva fra il diario, Lucette, i testi sul jazz, Je suis mort, gli interventi polemici e via di seguito, a una media di quasi due titoli l’anno. Nabe era considerato l’enfant terrible della letteratura francese contemporanea, la scoperta più estrema di Philippe Sollers, un antisemita, un lepenista, un folle, un tipo da non frequentare e di cui non scrivere, pena l’ostracismo e la censura; Houellebecq invece era ancora uno sconosciuto, autore di pochi testi e poesie apparsi su riviste letterarie di scarsa diffusione, quali Jacques Prévert è un coglione o il suo Elogio del cinema muto, ora tradotti nel mondo intero.

Di lì a un decennio il successo (o la mancanza di successo) avrebbe stravolto tutto, rendendo Houellebecq lo scrittore francese più conosciuto e ammirato in patria e all’estero e isolando ulteriormente Nabe, che finirà per bruciare e interrompere il proprio diario e per non scrivere più – o meglio: per fingere di non scrivere più, di arrendersi, salvo poi uscirsene con un libro di oltre seicento pagine, L’homme qui arrêta d’écrire, L’uomo che cessò di scrivere, romanzo amato dal premio Nobel Le Clézio, che lo ha votato a più riprese e invano al prix Renaudot, perso per un solo voto. Quello stesso anno Houellebecq trionfa al prix Goncourt, con La carta e il territorio.
Il “caso” Nabe esplode al suo esordio, con Au régal des vermines, non tanto per il libro quanto per una famigerata apparizione a Apostrophes, da Bernard Pivot. Marc-Édouard Nabe ha ventisei anni. È il figlio di Marcel Zanini, uno dei più famosi jazzisti francesi, e nel suo pamphlet attacca violentemente tutto e tutti, esaltando il jazz, le donne, i libelli razzisti di Céline, Suarès, Rebatet, Le Salut par les Juifs di Léon Bloy e via di seguito, fra insulti e giochi di parole e battute e oscenità di ogni tipo, contro i pédés, contro i neri, contro gli ebrei, eccetera. La trasmissione di Pivot desta scandalo; Nabe è (ingiustamente?) accusato di antisemitismo e di razzismo e a telecamere spente Georges-Marc Benamou gli rompe la retina dell’occhio sinistro con un cazzotto, irrompendo nello studio televisivo. La LICRA denuncia Au régal des vermines per istigazione all’odio razziale, chiedendo la soppressione di alcuni brani, e per il mondo letterario parigino Nabe diventa a tutti gli effetti un infrequentabile, un folle, un fascista, da evitare e isolare. La condanna, o per meglio dire la censura, è ancora vergognosamente in atto: oggi chi vuole essere pubblicato e letto in Francia non deve scrivere di Nabe, non deve leggere Nabe, non deve nominare Nabe; e ignorarlo o sminuirlo (o mostrarsene schifati e inorriditi) è un’ottima mossa, per la carriera, mentre scriverne è un suicidio artistico – fino a quando? La letteratura europea a quanto pare è meno libera di quanto crede o si illude di essere.
Uno scrittore che può essere considerato agli antipodi di Marc-Édouard Nabe è Bernard-Henri Lévy, figura di spicco della cultura francese contemporanea e a sua volta vittima di una sorta di censura rovesciata, bene accetto dall’editoria ma vilmente attaccato in Rete, ovunque, da chi non lo ha letto ma lo considera un ambasciatore del mondo occidentale, a torto, ignorandone completamente le opere, come per l’appunto accade a Nabe – seppure per motivi e con risultati opposti. In Chi ha ucciso Daniel Pearl?, per esempio, Lévy indaga sull’assassinio di Daniel Pearl, un ebreo decapitato e fatto a pezzi da un manipolo di estremisti islamici nel 2002, in Pakistan. Il libro, che è tanto un’inchiesta quanto un romanzo e un saggio, può essere letto quale proseguo “giornalistico” de La barbarie dal volto umano o de Il diavolo in testa, opere che si confrontano con gli abissi psicologici e politici e estetici del Male, con i demoni dei “mostri” e del terrore.
“Non entrare nelle vie del malvagio” dice il Deuteronomio, “per non rischiare che diventino una trappola all’interno di te stesso”. E tuttavia cosa deve fare uno scrittore se non rischiare, affacciandosi nel delirio e nell’orrore, procacciando la radice della violenza, dell’odio? Chi ha ucciso Daniel Pearl? infatti si concentra sulla figura di Omar Sheikh, l’assassino, il malvagio, un “mostro che è anche un uomo come gli altri”, la cui forma mentis è inglese, i cui studi e la cui cultura sono inglesi, occidentali. “Estraneità e familiarità del personaggio” scrive Lévy. “Radicalità e banalità di un male che, come quello di Hannah Arendt, ci riguarda proprio perché ha l’inquietudine estraneità degli specchi. Il terrorismo è forse il figlio naturale di una coppia diabolica: l’Islam e l’Europa?”.
Anche Nabe ha pubblicato un reportage di guerra, nel 2003, Printemps de feu, Primavera di fuoco, scritto durante gli attacchi americani in Iraq, a Baghdad. Come Lévy in Pakistan la sua prima difficoltà è stata farsi accettare dai soldati quale scrittore e artista e non giornalista o scudo umano. “I’m not a journalist!” urla a Mohammed Said al-Sahaf, un ministro di Saddam, brandendo la sua penna come un’arma. “I’m no human shield! I’m a writer! A human writer!...”. Printemps de feu può fare il paio con Une lueur d’espoir, furioso e delizioso pamphlet scritto due anni prima, a caldo, dopo gli attacchi terroristici dell’undici settembre, dedicato a coloro che non vi hanno visto soltanto del fuoco ma anche un barlume di speranza, appunto, une lueur d’espoir – e questo pamphlet, che è forse l’unico libro di Nabe davvero politico e in qualche modo “colpevole”, ben più di Au régal des vermines, è uno spasso estetico e artistico per chiunque abbia a cuore la scrittura e lo stile e quindi anche il rischio, la trasgressione della parola.
“Inquadratura dalla strada” scrive Nabe. “Un pompiere giallo e nero solleva il suo casco sentendo un aereo attraversare il cielo. Panoramica. Si schiaccia come un’enorme mosca su un pezzo di zucchero. Ripresa dal basso. Un boeing bis fa sussultare un testimone. I soli di fuoco sembrano far sanguinare il cielo. L’arancione che immelma il blu! È vangoghiano! Che incandescenza!” E ancora: “Bush dice: 'Chi non è con noi è con i terroristi'. Bin Laden sgranocchia in una pasticceria. Giovanni Paolo II prega tremando in Kazakistan. Bin Laden si serve dell’altro the. Arafat dà il sangue per le vittime americane. Bin Laden va a pisciare. A mezzogiorno, tutta l’Europa osserva tre minuti di silenzio. Bin Laden mette su un disco di Oum Kalsoum... Che classe!”.
“Si potrebbe interpretare l’attentato alle due Torri come una critica d’arte islamica alla rappresentazione occidentale: una stroncatura!”. Così scrive invece Tiziano Scarpa, in Batticuore fuorilegge, e come Nabe o Stockhausen, per il quale l’attentato alle Twin Towers è stato “la più grande opera d’arte mai esistita”, anche Scarpa non nega il fascino della distruzione, la potenza non soltanto estetica e religiosa del terrorismo. Nabe però è l’unico ad essersi spinto all’estremo, fino a glorificare Bin Laden e a prenderne le parti, a cantare le lodi dell’assoluto e dei kamikaze, contro un mondo occidentale ormai sopito e corrotto, senz’arte, prossimo alla fine. “Bin Laden è il muezzin dell’Apocalisse” afferma Nabe. “Ciò che ha fatto è un richiamo alla preghiera per far scoppiare questo sistema globale di soddisfazione, di indecenza e di compromesso. Non si tratta di sposare la sua causa (è in istanza di divorzio), bensì di cogliere al volo il suo atto mistico e simbolico per farne qualcos’altro. Cosa? Sia chiaro: la Rivoluzione”.
La Rivoluzione. Nei primi anni Novanta Philippe Sollers, scrittore in Italia colpevolmente inesplorato, è stato uno dei più validi alleati di Nabe, pubblicandolo ne L’infini, e così il suo ex editore Jean-Paul Bertrand, senza il quale molte sue opere non sarebbero state scritte – “Alcuni dicono che Bertrand è stato messo in terra come un angelo guardiano” dice Nabe, “soltanto per questa missione: pubblicarmi”. Un suo altro ammiratore e amico è Fréderic Taddei, uno dei maggiori giornalisti televisivi francesi, che nel 2014 si è quasi visto chiudere una trasmissione per averlo ospitato, poiché secondo il “pubblico” (il pubblico?) Nabe è ormai un cerveau malade, un cervello malato, come Alain Soral o Dieudonné; e se alcune frasi estrapolate dai suoi saggi possono suffragare tale accusa (ma gli rinfacciano sempre le stesse – lo leggessero!) nessuna sua opera, se presa nella sua interezza, può essere bollata semplicemente quale folle o antisemita, se non in malafede.
L’Europa si appresta a combattere una guerra innanzitutto e si spera soltanto culturale, in difesa di se stessa e della propria Storia, che comprende anche le altre, memore e custode di quella lezione illuminista e laica a cui non possiamo rinunciare, e tuttavia non nominare uno scrittore, negarne l’esistenza (o addirittura ostacolarne la pubblicazione...), porta dritto dritto all’infausto marchio di entartete kunst, di arte degenerata, specie in tempi di guerra – e di qui a bruciare libri e autori il passo è breve e la sconfitta certa, come insegnano i bücherverbrennungen di Hitler o l’Orwell di Omaggio alla Catalogna.
Qualche anno fa, interrogato da Fréderic Taddei a proposito dell’innominabile Nabe, Michel Houellebecq dirà di aver pensato, al loro primo incontro: “Tutto qui, il mostro antisemita?”, per poi aggiungere che ormai Nabe scrive n’importe quoi, stronzate, senza ribattere a quel meraviglioso e struggente attacco contenuto ne Le vingt-septième livre, in cui Nabe si definisce un loser, un worst-seller, perché ha osato credere nella musica e nella gioia e nei colori e non nella morte e nella finitudine e nel nulla, in un mondo mediocre e disumano e robotico, come il suo ex amico e vicino di casa Houellebecq – che pure è un grande scrittore, un poeta, benché dall’alto della sua gloria forse non ama molto che gli ricordino di Nabe...
Se la fin troppo chiacchierata “profezia” di Houellebecq in Sottomissione o quella di Boualem Sansal in 2084. La fine del mondo si avverassero, l’autore di Au régal des vermines e di Une lueur d’espoir sarebbe finalmente colpevole, come il Céline delle Bagatelle; nondimeno viene da chiedersi se l’eterno enfant terrible Nabe non finirebbe per ribellarsi ancora, rinunciando al suo Les beaux draps e optando per un pamphlet contro il nuovo ordine, insorgendo a colpi di penna e di swing (Aux stylos, écrivains!) contro l’austerità del potere islamico, a differenza dell’imperturbabile e soporifero François di Sottomissione, urlando: “I’m a writer! A human writer!...” – e forse il furente e mai sottomesso Nabe sarebbe lieto di morire tra le fiamme e magari in croce, purché gli suonino la Marseillaise di Albert Ayler in sottofondo, tale è il suo masochismo, però questo non ci sembra un buon motivo per dargli fuoco... (O sì? La colonna sonora del rogo potrebbe anche essere un pezzo di Monk: Man, that was a dream!).
Nella parte finale di Nemici pubblici, uno scambio di lettere fra Michel Houellebecq e Bernard-Henri Lévy, il confronto verte sulla memoria, o meglio sul dimenticarsi delle proprie opere, sulla perdita di lucidità degli artisti e quindi di coscienza, di intelletto, cosa che Houellebecq sembra auspicare e che invece Lévy rifiuta con forza, avendo egli stesso provato l’oblio e il nulla, il delirio, sebbene temporaneamente, delirio intellettuale e artistico che combatte e aborre anche in nome di Camus e di Sartre e soprattutto di Romain Gary, da lui conosciuto e visto morire, visto sdoppiarsi in Émile Ajar e diventare sempre più confuso e solo, “pazzo”, devastato dalle sue fughe e dalle sue maschere, dai suoi infiniti volti – e dalla vita.
“Povero Gary...” scrive Lévy a Houellebecq. “Povero clown lyrique che ha creduto di poter giocare impunemente con tutto ciò – con l’arte della fuga, con le maschere, con il rifiuto edipico del patronimico e il gusto di una vita che non cessa mai di ricominciare... Bisognava ricominciare, certo. Bisognava tentare il colpo di una nuova nascita, senza dubbio. Ma nella stessa vita. Soprattutto, nella stessa vita. Bisognava fare la rivoluzione non in un solo paese bensì in una sola identità, in una sola anima, in un solo corpo. Il mio programma. La sua lezione. La vera lezione, suo malgrado, tenebre e luce giunte, che mi ha lasciato”.
Fare la rivoluzione, dunque, però farla in un corpo solo, dentro di sé, possibilmente senza sdoppiarsi o impazzire e lasciarsi corrompere o perdersi, combattendo il delirio e il nichilismo e l’odio e rifiutando ogni compromesso, sempre, persino con se stessi – una rivoluzione non solo letteraria e estetica ma anche e innanzitutto umana, come insegnano le opere di Romain Gary, salvatore di elefanti e mangiatore di stelle, bambino e lottatore, ribelle, ragazzino che sogna leonesse e pagliacci azzurri e che ha per migliore amico un ombrello di nome Arthur, con tanto di occhi e cappello e sorriso e rossetto, perché “non si può vivere senza qualcuno da amare...”.
A pochi mesi dal suicidio, nel periodo che Lévy definisce “folle”, un Romain Gary forse soltanto depresso e stanco scrive un articolo per il Museo della Liberazione, sulla Resistenza, che per lui è sempre equivalsa alla vita e all’amore e al ricordo di sua madre, all’umanità intera, all’Uomo, a quanto c’è o può esserci di alto e nobile in ognuno di noi, anche a costo di sconvolgerci. Gary ricorda chi ha scritto dai campi di sterminio, come Emmanuel Ringelblum, archivista del ghetto di Varsavia fucilato nel 1944, dopo l’insurrezione; ricorda chi è morto nell’inferno e chi morendovi non è mai stato, i bambini, i figli, gli innocenti, i non nati – che continuano a morire. E non si assolve. “Una tale vergogna, una tale rabbia irrompono nel mio cuore che questi perde il diritto al suo nome” scrive Gary. “Contro di loro, contro di voi, contro noi tutti, contro me stesso. Le bombe che ho lanciato sulla Germania dal 1940 al 1944 potrebbero aver ucciso nelle loro culle un Rilke, un Goethe, un Hölderlin! E certo, se dovessi rifarlo, ricomincerei. Hitler ci ha condannato a uccidere. Anche le cause più giuste non possono essere innocenti. Bisogna che l’umano e il disumano rompano infine la loro coppia infernale”.
Pure Nabe, come Gary, si è sparato un colpo in testa: nel 1998, in Je suis mort, lo stesso anno di Oui e Non, vestendo i panni di un attore smemorato e fischiato dal pubblico, seppellendosi e assistendo al proprio funerale, scrivendo dalla tomba – salvo poi cambiare libro e continuare a scrivere, pur fingendo di smettere e di arrendersi, interrompendo (bruciando!) il proprio diario e pubblicando Alain Zannini, quindi perdendo il proprio editore e passando all’autopubblicazione, o meglio all’antiedizione, fino a L’homme qui arrêta d’écrire e a L’enculé, romanzo satirico sull’affaire DSK, in cui uno Strauss-Kahn sboccato e antisemita si dibatte fra ossessioni e paranoie e orge demenziali, in attesa del processo. Stare dietro alle sue pubblicazioni non è semplice. Nel 2014 annuncia un saggio di oltre mille pagine, attaccando Soral e Dieudonné e la sua “banda di porci”, dopodiché dichiara guerra al complottismo (un nemico in più!) e pubblica la rivista Patience, Pazienza, che viene ripresa dalla propaganda dell’Isis e sbandierata in diretta televisiva, su tutte le reti francesi, durante l’annuncio dell’ultimo prix Goncourt, vinto da Mathias Énard – e sulla copertina c’è una fotografia di Hitler, con un cartello in mano: “Je suis Charlie Hebdo...”.
Provocazione? Irresponsabilità? Masochismo? Se Nabe è antisemita e/o razzista, di certo non fa nulla per non sembrarlo – e proprio per questo ci riesce difficile credere che lo sia, anche perché il suo estremismo estetico (Patience è zeppa di fotomontaggi truculenti) nasce dalla satira, dai fumetti, nella redazione di Hara-Kiri, fabbrica di ribelli in cui Nabe è stato accolto a soli quindici anni, da Choron e Wolinski. Di sicuro però è uno dei più feroci antisionisti che vi siano, e a spulciarne e tagliuzzarne i testi “politici” lo si può accusare di qualunque cosa, a cominciare dal filoterrorismo – e tuttavia il marchio di antisemita, che gli hanno appioppato fin dall’esordio e che lui rifiuta con forza (e ha tutto il diritto di farlo: l’Olocausto è una sciagura storica e non un ricatto morale), non può in alcun modo limitarne la libertà di espressione, la scrittura. Nabe infatti non è un “cerveau malade”, un pazzo, accusa vuota e infamante che porta dritto alla censura e al rogo di libri, alla negazione, e che peraltro fa il gioco dei terroristi e dei vari antisemiti o opinionisti in carriera, come Alain Soral (“Je vais leur faire bouffer leurs quenelles par la racine!” urla Nabe) o Eric Zemmour – no: Nabe è un artista, uno scrittore, e perciò va difeso, magari anche bruciandolo, simbolicamente, in pubblico, come vorrebbero fare in tanti, incapaci persino di nominarlo in un articolo (e a questo punto direi di cambiare la colonna sonora del rogo, passando da Monk a Billie Holiday: Who needs you?...).
“Come sarebbe comodo passare Nabe sotto silenzio” ha dichiarato François Nourissier, cioè non scriverne mai, ignorarlo, al limite leggerlo di notte (Minuit! Un nabot me pique!) e nasconderne le opere, boicottandolo e aspettandone la morte o la rovina, l’oblio, il silenzio. Però censurare uno scrittore estremo come lui, oltre a essere ingiusto e vile e per noi impossibile, ci impedisce anche di combatterlo, seppure a malincuore, di opporci alla sua malevolenza sadica e vendicativa (o pettegola) e all’estetica in fondo più terroristica che rivoluzionaria di Une lueur d’espoir o di Patience, che se non colpevoli di certo non possono essere considerate opere innocenti – non lo sono e non vogliono esserlo: Nabe è uno scrittore in guerra, un umorista e un sanguinario, forse il primo vero kamikaze della letteratura francese... Ma basta questo per negarne l’esistenza?
Se volessimo combatterlo politicamente (e non vogliamo, non voglio: Nabe è solo e puro e ha fin troppi nemici), potremmo contrapporgli l’Albert Camus di Combat, nell’articolo Né vittime né carnefici, contrario “a tutti coloro che credono di avere assolutamente ragione”, come per l’appunto crede Nabe, o la furia di Guido Ceronetti contro i terroristi dell’undici settembre e i distruttori dei Buddha di Bamiyan, perché “anche dalle macerie delle Torri c’è un Buddha che sorride, bruti laureati di due aereoplani d’infamia...”, o la Elsa Morante e il Davide de La Storia: “C’era una volta un Esse Esse che...”, o le poesie di Useppe o la Barbara Alberti o Margherita Margherita o Mama (Mama o non più Mama?) di L’amore è uno scambio di persona, tragica fiaba di resistenza al terrore uscita nel 1984, sotto falso nome, in cui la protagonista, Mama, affronta il proprio uomo o ex in fuga per Parigi, un terrorista – e dice: “Io nel Sessantotto mi fregavo le mani... Pensavo arrivano i poeti! E invece, sono arrivate le BR...”. E poi (e ci piacerebbe urlare queste parole contro gli sgozzatori dell’Isis e i governi occidentali e ogni bomba e kalashnikov e bambino morto innocente e addirittura contro noi stessi, soprattutto contro noi stessi, giacché in tempi di guerra ogni artista è altro): “Scappi in Francia perché nel gioco sei ora l’inseguito, ma se potessi mi chiuderesti la bocca con la forza. Saresti il mio persecutore. Il mondo nuovo che immagini sarebbe triste e vecchio come quello di adesso, nel tuo mondo non c’è posto per la mia alterità. Niente di quel che fate mi somiglia!”.
Niente di quel che fanno ci somiglia, niente. Nabe continua a bruciare, però Billie Holiday non canta più: il disco si è inceppato fra gli spari e i morti del Bataclan, e il silenzio è atroce. Romain Gary si sdraia sul letto e si infila la canna della pistola in bocca, pronto a farla finita, ma nel preciso istante in cui preme il grilletto la stanza deflagra e si dissolve e lo stesso Romain Gary bombarda la Germania in fiamme, seminando morte e distruzione – perché “Hitler ci ha condannato a uccidere...”. Il tempo si rovescia e si contrae; l’Europa è pronta alla guerra, altri Goethe e Hölderlin e Rimbaud moriranno – o no? L’odio risorge, si rafforza, sotto nuove spoglie e religioni, deliri, brame di potere e omicidi politici. L’orrore si ripete. “What a lark!” grida Virginia Woolf. “What a plunge!” E Septimus si lancia nel vuoto – a morte il dottor Holmes! Intanto Bernard-Henri Lévy vede Gary ciondolare lungo il boulevard Saint-German, sconvolto, “la mort en marche”, prossimo al suicidio; dopodiché lo stesso Lévy delira in ospedale, ripetendo ossessivamente: “La maladie Baudelaire... La maladie Baudelaire...” – e il cerchio infernale si richiude: Romain Gary scrive le sue ultime righe e si spara un colpo di pistola in bocca, in una stanza buia.
Il suicidio è multiplo, totale. “Non in bocca, fa fellatio...” consiglia l’indomabile Nabe in Je suis mort, puntandosi la pistola alla tempia, e come lui anche Houellebecq si uccide narrativamente, per interposta persona, facendosi mozzare la testa e tagliare a pezzi ne La carta e il territorio – e così Virginia Woolf, Céline, Proust, Walser, Kafka, Weil, Hemingway, Plath, Mishima, Gadda, Morante, Pasolini, Deleuze, Wallace, Bolaño e via di seguito: molti grandi scrittori del Novecento (non tutti, non tutte) finiscono o suicidi o devastati da un male oscuro o inghiottiti dal cinismo o dalle proprie opere, dalla posterità. E quindi: come moriranno Houellebecq e Nabe? Suicidi o assassinati o di semplice vecchiaia o di crepacuore, come suggerirebbe Bellow? Li uccideremo noi? Li aiuteremo a vivere? Per il momento Houellebecq sembra già morto, o quasi, naufragando fra le poesie e i romanzi e il suo Rester vivant, mentre Nabe si suicida e si massacra di continuo però è ancora vivo, resiste, pur bruciando tra le fiamme – e alla fine lo salverà il padre, Marcel Zanini, non commosso ma divertito, suonando Tu veux ou tu veux pas ai piedi del rogo, con la voce di Brigitte Bardot: “Tu veux c’est bien, si tu veux pas tant pis...”. E il figlio indomito si contorce e risponde: “Oui! Non!”.
Non! “Uno da solo può poco contro la storia” afferma Sebastián Urrutia Lacroix, voce narrante di Notturno cileno, l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Roberto Bolaño. “Il giovanotto invecchiato è sempre stato solo e io sono sempre stato con la storia...”. Ma non è vero: uno da solo contro la storia può molto, tutto, una rivoluzione, dentro se stesso e negli altri, che non sono l’inferno; può credere in una nuova letteratura e in un mondo e in una cultura diversi, meno corrotti e più umani. E dunque anche sì, nel rogo, oltre al no, perché a questo serve la parola: a rivoltarsi e a creare – in libertà, sempre.
E finalmente le fiamme si smorzano e vediamo il volto di Jean Seberg; la vediamo prima abbracciata a Romain Gary e poi prostrata in una clinica, in lacrime, massacrata da un potere ignobile e vigliacco che ammetterà le proprie colpe soltanto dopo la sua morte. “Sì, l’abbiamo diffamata per neutralizzarla...” confesserà il direttore dell’FBI, ossia per punire il suo supporto politico alle Black Panthers, che per giunta pullulavano di infiltrati o di carogne, come Ahmed Kemal, un uomo violento e cinico, morto sulla sedia elettrica – “Ahmed Kemal: è con un misto di disgusto e orrore che scrivo questo nome” dichiarerà anni dopo Alexandre Diego Gary, figlio di Romain e Jean. E Jean perderà una figlia mai nata, Nina, ennesima vittima incolpevole di una guerra che non avrebbe combattuto, e finirà per suicidarsi a Parigi, un anno prima di Gary, imbottendosi di barbiturici e lasciando un biglietto disperato: “Forgive me. I can no longer live with my nerves”.
I can no longer live with my nerves. Un altro rogo, quindi? No, perché ecco che il tempo si rivolta e si contrae, ancora, come dopo il suicidio di Gary, nell’eterno gioco di specchi fra realtà e finzione, fra vita e opere, solo che stavolta Hitler non c’entra e non ci sono bombe o morti o aborti o orrori – no! E allora vediamo Jean Seberg in À bout de souffle, il capolavoro tragico della nouvelle vague, prima delle calunnie e del suicidio, mentre cita un libro di William Faulkner, Le palme selvagge, “fra il nulla e il dolore sceglierò il dolore”, o mentre fissa il pubblico e chiede, con voce inespressiva: “Qu’est-ce que c’est dégueulasse?”.
Qu’est-ce que c’est dégueulasse? Cosa significa schifosa? Oppure, meglio: cos’è che ci fa orrore?
Ma alla fine Jean Seberg si ribella e esce dal film, in bianco e nero, e si circonda di colori – magari accolta da Ennio Flaiano, sulla pagina o a teatro: “Bonjour stronzesse!”; e il sipario cala.

1 commento

  • Link al commento LarEncuNd Giovedì, 14 Settembre 2017 17:31 inviato da LarEncuNd

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