“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Venerdì, 28 Luglio 2017 00:00

Il sentimento dell’esule in Portnoy

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Quando leggi Philip Roth inevitabilmente ti aspetti grandi cose, e puntualmente queste arrivano: quando dallo stile, quando dalla trama, quando da entrambe, hai letto un altro libro di Roth e un pezzo di universo ti rimane in tasca.

Il pregio della grande letteratura è quello di regalare gratuitamente frammenti di mondi, che siano realtà universali, o più intime come quelle contenute in un essere umano, un altro punto di vista sul mondo e sulle persone che lo popolano ormai ti appartiene, l’impietosità si assottiglia, la rigidità dei nostri pregiudizi si ammorbidisce, dall’intransigenza con la quale trattiamo le cose passiamo alla comprensione, iniziamo ad abbracciare con idee più elastiche (e forse più terrene) ogni fenomeno e ogni stranezza, la nostra vita si arricchisce non di saperi, ma di possibilità e libertà. Per questo motivo Lamento di Portnoy che apparentemente sembra essere il monologo di un erotomane dall’infanzia frustrante, diventa agli occhi di chi legge il trampolino di lancio verso nuove interpretazioni del sesso e dell’educazione, lo slancio verso sentimenti eternamente raccontati dalla letteratura, come il sentimento dell’esule.
Alex Portnoy è un ebreo americano che in età adulta si ritrova sul lettino di un psicanalista a sciorinare il racconto frammentario della sua vita. La narrazione dell’esistenza di un individuo cammina su due binari speculari e contrari, in tutto quello che racconta c’è questa stringente dualità la quale caratterizza non solo la vita di Alex ma ci offre uno spaccato di realtà più generale. La dicotomia ferrea composta da ebrei e Goyim (gente non-israelita), una seconda dicotomia composta da madre e padre del narratore.
Alex si ritrova sempre diviso e fratto tra due universi, nel caso della famiglia tra le due figure genitoriali esiste un’energia spaventosa e contraria, da una parte una madre asfissiante, castrante, pregna di rigore e fascinazioni le quali porteranno al figlio svariate nevrosi rintracciabili nel sesso; dall’altra parte un padre svigorito dalla vita e dalle sue mediocrità, alla ricerca di un riscatto che trasferisce volgarmente sul futuro del figlio. In un continuo rapporto di forza e potere la giovane vita di Alex si consuma in un cesso alla ricerca spasmodica, attraverso l’ossessiva masturbazione, di una liberazione, forse di una liberatoria espulsione della sua esistenza dalla stringente tenaglia contradditoria nella quale si trova a vivere. Portnoy però non è solo un incallito erotomane, è anche un ragazzo brillante, dai voti eccezionali, promettente a livello intellettuale; grazie a questa sua fulgida qualità analitica veniamo a conoscenza delle continue elucubrazioni che lo portano a separare a sua volta il mondo in due fazioni, senza risparmiare entrambe: dalla religione, ai costumi, la critica di Portnoy non si basa sulla formazione di una gerarchia finalizzata ad eleggere il sistema migliore, ma sullo scardinamento di tutti i fanatismi religiosi e culturali che caratterizzano entrambe le realtà, condannando la legge autoritaria e il potere fondato sull’atavico senso di colpa che soggiace alla base di ogni sistema religioso o educativo, qualsiasi esso sia.
Nonostante la sporadica lucidità con la quale Alex tratteggia i confini e delinea gli orizzonti di senso, rimane l’incontrovertibile fatto che la sua coscienza, così fagocitata, uccide perennemente la sua spontaneità e il suo coraggio, vive nella trappola delle condizioni in cui è cresciuto, alla stregua dei modelli propinati, dell’educazione subita, a niente serve la ribellione, perché essa stessa diventa la forma più reazionaria che lo confina al bordo di due mondi inaccessibili. Il sesso diventa il tentativo fallito di intrufolarsi in quel mondo (americano) al quale sente di dover appartenere e conquistare, allo stesso tempo però al primo segnale di minaccia al suo mondo di origine le rivendicazioni si sprecano, in un vortice orgiastico dal quale ne uscirà, fino all’ultimo, perdente. È in Israele che Alex subisce la più grande sconfitta, non riuscendo ad attuare quel rito della penetrazione e trovandosi a fronteggiare la sua impotenza nell’appropriazione della terra madre, ora sotto le mentite spoglie di una ragazza ebrea. Portnoy fugge dopo gli amplessi selvaggi con le ragazze americane, fugge perché incapace di penetrare l’America fino al midollo, nello stesso modo fallisce nei confronti delle sue radici, la sua condizione è quella dell’esule.
La ricerca disperata dell’integrazione nasconde la negazione della propria interezza, l’integralismo della propria identità culturale, questo porta al conflitto. Alex penetra le donne dalle quali vorrebbe il riconoscimento, perché il sesso dà la meravigliosa illusione della profondità e la profondità è, in un pensiero mitico, qualcosa che conserva una sua dimensione pura e intonsa. Ogni tentativo di Alex è destinato a fallire in virtù della natura artificiosa del tentativo, la sua condizione diasporica e mezzana lo colloca nel mezzo di un confine, dentro e fuori simultaneamente, preda nella coscienza di dogmi e leggi estranei al contesto che ha vissuto e che proprio per questo lo rendono simile all’immagine nostalgica di un uomo alla finestra, confinato in una casa, ma con lo sguardo verso il cortile proibito, schiavo di un vetro che seppur trasparente lo inchioda.

 




Lamento di Portnoy
Philip Roth

Einaudi, Torino, 2014
traduzione Roberto C. Sonaglia
pp. 220

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