“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Martedì, 14 Marzo 2017 00:00

Alberto Chimal. Garantisce Roberto Bolaño

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Il 2017 inizia con una nuova pubblicazione latinoamericana a firma “Gli Eccentrici” di Arcoiris. Si tratta della traduzione di una parte di Siete. Los mejores relatos de Alberto Chimal, del 2012, una delle opere che colloca il messicano in uno spazio narrativo latinoamericano da lui gelosamente ritagliato e consolidato.
Partiamo dall’inizio.

Io per mestiere leggo e, sempre per mestiere, scrivo a proposito di quello che leggo. Si tratta di opere narrative o critiche, ovviamente. Mi piacerebbe percorrere tutti i corridoi e gli anfratti del labirinto letterario, con la casualità dell’attrazione o del gusto, ma purtroppo concentro le mie energie solo sui cunicoli che, di volta in volta, mi servono per completare un determinato puzzle. È lavoro, come si dice. Anche scrivere una recensione lo è. Quindi, quando le ragazze e i ragazzi de “Gli eccentrici” mi inviano le loro fatiche, sono sempre ben contento di dedicarmici. E per questo li ringrazio.
Il motivo per cui, nello specifico, ero curioso di leggere Chimal, pur non avendone il tempo, dipende dalla sua orbita narrativa. Mi spiego. Nella galassia di segni, riferimenti, codici segreti che costituisce 2666, il capolavoro di Roberto Bolaño, a un certo punto compare, surrettiziamente, il nome di Chimal.
Qualche mese fa ho dovuto (per fortuna) rileggere il romanzo del cileno e, a un certo punto, mi sono trovato di fronte a questo nome. Non ricordo che personaggio fosse, probabilmente, come molti altri, faceva una fine orrenda. Ovviamente, il mio cervello ha attivato i dati della memoria che si rifanno al crowdfounding di Arcoiris per la pubblicazione del libro – sostenete sempre queste iniziative, anche con pochi euro –, ai giudizi positivi di Loris Tassi e forse anche di altri colleghi, non ricordo più bene. Poche settimane dopo, ecco che da Salerno arriva la traduzione dei racconti del messicano. Immaginate la curiosità: gli amici di Bolaño sono anche miei amici. Leggo il primo racconto, È stata smarrita una bambina. È gradevole, divertente. Il secondo mi piace, bene! Il terzo sembra tratto da Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace, bellissimo! (Sia il racconto che il libro dello statunitense). Ne seguono altri, come La donna che cammina all’indietro o Mogo, in linea con la tradizione del genere fantastico messicano. In particolare ricalcano le atmosfere di Juan José Arreola o di Eduardo Ramos Izquierdo (leggete Nella zona proibita, sempre di Arcoiris). In più, poco dopo la metà, arriva La vita eterna, divertentissima odissea fantastica di due truffatori di poco conto e dei loro sogni di gloria.
Nove non è esente da critiche. In particolare due racconti mi hanno fatto storcere il naso. Li ho trovati pretenziosi e gratuiti, figli delle formule del postmodernismo à la page. Eppure, mi è venuta in mente una strana coincidenza, o una costante.
La maggior parte degli album musicali che hanno segnato la mia adolescenza, e che oggi ascolto con rinnovato piacere, contiene una o più canzoni che non mi piacciono per niente. Mi sono sempre chiesto se questa caratteristica fosse rilevante. Vale a dire, mi piacciono a dispetto di una loro parte? Può essere un criterio, una cifra del piacere, l’imperfezione? Credo di sì. Forse un libro, un disco, un’opera teatrale funzionano come una persona: quando ti ci affezioni, ne apprezzi anche i difetti. E quindi, come in un sillogismo, concludo così: mentre scrivo queste righe, mentre cerco di collocare Nove in uno spazio emotivo e razionale definito, sento che questo libro mi è sinceramente amico.

 

 


Alberto Chimal
Nove
traduzione di Violetta Colonnelli, Sara Princivalle, Raul Schenardi
Salerno, Arcoiris, 2017
pp. 183

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