“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 12 Marzo 2017 00:00

Tra le distrazioni, all'improvviso, quest'amore

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Giuseppe Del Moro trascorre le ore della giornata con una rumorosa inerzia che pare trasformargli l’esistenza in una “vita contemplativa a basso budget”. In quanto fisico, si occupa della combustione nelle fiamme premiscelate turbolente per conto del CICPAD, incarnato dalla figura dell’amante delle locuzioni latine quasi prossimo alla pensione Giandomenico Torelli: tanto basta a far demordere i suoi interlocutori dal fingersi interessati oltre.

Ciò che alle persone sfugge è che spesso il suo lavoro si limita, in mancanza di risultati per le sue ricerche degni di questo nome, a formattare sul suo computer la corrispondenza elettronica italiana ed inglese del capo Torelli (una stima di quindicimila mail, ironizza), giacché quest’ultimo considera “un indice di degrado sociale della peggior specie” leggere mail che siano scritte in modo rapido: le sue sono dunque giornate intere trascorse a scaricare la posta dal server dell’università; copiare le mail dalla casella in arrivo, ciascuna in un diverso documento Word; suddividere il corpo del testo in paragrafi; eliminare le ripetizioni; scrivere per esteso i termini che erano stati abbreviati; aggiungere la data e l’oggetto in caso non ci fossero; rivedere l’intera punteggiatura; giustificare entrambi i lati; salvare il documento Word; copiare il contenuto; chiudere il documento Word; aprire un foglio su Eudora; incollare il contenuto e infine salvarle in una cartella denominata "mail giuste > ricevute". Poi – nel caso occorra rispondere a una di queste – prendere un modello dalla cartella "mail giuste > inviate", inserire i dati mancanti, copiarla all’interno del foglio Eudora di risposta dove si è già incollata in calce la mail a cui si risponde precedentemente riformattata, e premere invio.
Uno stress che non lo ripaga, di certo, degli anni trascorsi a studiare argomenti di cui in realtà nessuno si cura.
È un uomo semplice, a cui i genitori hanno affibbiato l'onere di supervisionare il lavoro degli operai moldavi assunti per lavorare alla casa della sua infanzia, lasciata quando i due hanno posto fine al loro progetto di vita insieme e di proprietà del padre fino ad effettiva vendita. Vede nelle partite di calcetto una benedizione promotrice di una sorta di selezione naturale che fortifica la specie, a cui non partecipa mai, data la sua scarsa capacità di relazionarsi con il prossimo. Quasi per inerzia ha intessuto un rapporto che non sa se definire "affettivo", e a cui anch’io fatico ad attribuire questo aggettivo, con un vagabondo polacco di nome Lubo che al termine di un turno di lavoro (in nero, ma quest’è soltanto una parentesi perché non è di invettive sociali che Raimo vuole occuparsi) lo chiama affinché lo accompagni in ospedale perché reso quasi cieco da alcune scintille finitegli nell’occhio. Un incontro di pochi minuti con l’oculista Fiora basta a imprimergli nella memoria dettagli all’apparenza insignificanti, a partire dalla grafia calda “come quella con cui si scrivono i titoli sulle audiocassette registrate” con la quale ella appunta le medicine per Lubo. A differenza di tutte le cose che Giuseppe si lascia scivolare sulla pelle, Fiora non lo attraversa fino a diventare un pezzo sullo sfondo delle sue giornate monocorde.
Il protagonista del romanzo Il peso della grazia di Christian Raimo, già autore di Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004), non è un supereroe colto all’apice di una tragedia da sventare a tutti i costi, ma un uomo inerte davanti alla disgregazione della sua vita. Frugando nella fenomenologia amorosa, l’autore traccia il profilo di un uomo comune e quello di una donna che non ha il compito di salvarlo dal baratro in cui il protagonista si lascia scivolare.
Fiora, la quale riesce a “disinnescare la capacità di distrazione” in cui per anni si è rintanato, è il suo doppio e la sua controparte: innamorata del presente in cui è diventata individualità, ha trascorso la vita in una comunità cristiana. Giuseppe, al contrario, è innamorato della sua fede, che ostenta quasi come trofeo di redenzione dalle opinioni familiari, che vedevano nel cattolicesimo “una corruzione generalizzata, un imbroglio su larga scala” ed in lui ed il fratello “gli unici bambini onesti”. A lei, Giuseppe racconta ogni brandello di passato, ricevendo da Fiora niente più che brevi accenni alla sua vita precedente al loro incontro. A lui, Fiora regala con serafica spontaneità il presente, la quotidianità che invece lui le cela.
Nel corso della loro relazione, Giuseppe non si limita ad esplorare con lei la periferia laziale in macchina, concedendosi “naufragi in mezzo al niente urbano” che diventano per lui espressione di sé, ma scandaglia la sua interiorità in uno scambio di mail e di sms fittissimo, che sembra contraddire la mancanza di fiducia che nutre nelle comunicazione tra esseri umani, a suo parare non capaci di avvicinarci ai nostri simili.  
Fiora diventa per lui una chiave di volta, quel qualcosa che lo rende improvvisamente felice di vivere su questo pianeta ed in questa epoca storica.
Consiste nella felicità il peso della grazia?




Christian Raimo
Il peso della grazia
Torino, Einaudi, 2012
pp. 453

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