"Che m'importa della gloria quando io scrivo per il pane?"

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 19 Febbraio 2017 00:00

L'uroboro del potere

Scritto da 

“Il Potere è la lebbra del mondo”.
(Elsa Morante)

 

Quando penso a Jonathan Coe la mia mente scivola in visioni vastissime che hanno come sfondo immense brughiere inglesi, istituti gotici per la cura del sonno, e al centro soggetti femminili che si domandano quale sia il rumore della pioggia prima che cada. La famiglia Winshaw è il terzo libro di Coe che ho avuto il piacere di leggere, quello che i critici definiscono il suo capolavoro e che per me, invece, non lo è. Il divario tra l'opinione degli esperti e la mia, che non sono nessuno, va ricercato nei criteri valutativi di un'opera, nelle esigenze e aspettative e, per ultimo, nel bisogno che ognuno di noi presenta alla lettura.

La famiglia Winshaw è sicuramente una prova letteraria notevole, se analizzata dai più svariati punti di vista, partendo dalla ricerca meticolosa che l'autore ha dovuto intraprendere per trattare la gamma di temi presenti nella storia – da quello economico a quello storico, fino a quello artistico – Coe ha dato spazio, in meno di cinquecento pagine, a più generi letterari: gotico, giornalistico, sentimentale, storico, politico. Tecnicamente il romanzo non solo funziona, è quasi oserei dire perfetto, perché anche nei capitoli più tecnici – come quello in cui si racconta il conflitto armato in Iraq, l'industria delle armi, i rapporti infimi tra Occidente e mondo arabo – la tensione rimane altissima, l'attenzione non si perde mai, i personaggi inventati sono inseriti nella storia reale con una naturalezza che risulta impossibile non seguire, anche per questi percorsi specialistici, il dipanarsi della narrazione.
L'ambientazione è quella dell'Inghilterra di Margaret Thatcher, Primo Ministro del Regno Unito, anche se il romanzo abbraccia più decenni precedenti e successivi. I protagonisti sono i membri di una famiglia antichissima e ricchissima, la quale già nel passato annovera elementi loschi e vicende ambigue. Eppure ogni membro di questa immensa tribù è inserito nelle fila del potere che ha in pugno il Paese. Dall'arte alla politica, dall'agricoltura all'industria delle armi, dal giornalismo al sistema bancario. Una famiglia assetata di potere, meschina nelle scelte e nell'esercizio di quel potere famelico che sta distruggendo l'Inghilterra. Non c'è traccia di etica o umanità in nessuno di loro, sono larve voraci che consumano il ventre del mondo, mercificando l'arte e la bellezza come la vita e la sua sacralità. Il fine non pare essere solo economico, ecco perché ha raggiunto il massimo grado, poiché è fine a se stesso, indistruttibile in quanto nulla gli può essere promesso e nulla gli può essere negato. Non c'è il sentimento della perdita di qualche ricchezza, non esiste il valore, neppure quello monetario come titolo di scambio. L'accrescimento è un rimpinzare fino all'esplosione la carcassa obesa già morta, l'uroboro ruota su stesso, estraneo al mondo, estraneo alla realtà, pago del suo percorso invertebrato, le diramazioni dell'esistenza con le sue ricchezze visibili o invisibili non lo riguardano, è una fame folle, incontrollata, pazza, una corsa verso la distruzione. Sarà la follia a distruggere questa famiglia, unica compagna fedele del potere.
Folle è la gloria, il parossismo dell'uomo serpente, il suo egoismo e la visione ristretta al cerchio che alla fine quando termina, distrugge chi l'ha generato.

 

 

 

Jonathan Coe
La famiglia Winshaw
traduzione Alberto Rollo
Feltrinelli, Milano, 2014
pp. 478

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