”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Venerdì, 03 Febbraio 2017 00:00

Centootto anni fa, nasceva Simone Weil

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“c'è un'alleanza naturale fra la verità e la sventura,
perché l'una e l'altra sono supplicanti muti,
eternamente condannati a restare senza voce
davanti a noi”

 


L’ordine, la libertà, l’ubbidienza, la responsabilità, l’uguaglianza, la gerarchia, l’onore, la punizione, la libertà di opinione, la sicurezza, il rischio, la proprietà privata, la proprietà collettiva, la verità.
Questi sono, secondo Simone Weil, i “bisogni vitali” da rispettare nei confronti dell’essere umano.
Si parla di obblighi, non diritti, nella sezione Le esigenze dell’anima della riflessione politica e morale La prima radice (L’enracinement).

Nel pubblicare il saggio per la prima volta, nel 1949, il direttore della collana Espoir della casa editrice Gallimard, Albert Camus, definì le parole della Weil direttive per un rinascimento europeo sulle macerie della seconda guerra mondiale.
Se volessimo vedere quest’opera come il riassunto della sua filosofia, sarebbe subito lampante perché le sue riflessioni siano così poco approfondite dagli intellettuali, soprattutto universitari.
La Weil, con il suo sapiente sottrarsi alle culture dominanti del Novencento, provoca pruriti. O, forse, a creare fastidi è la sua capacità di stringere insieme politica, religione ed etica in una sola morsa radicale.
Il 3 febbraio 1909 nasceva a Parigi una donna tacciata di pensiero poco sistematico e quindi teoreticamente inadeguato, perché  autrice di trattati non sistematici come quelli che siamo abituati a collezionare sugli scaffali polverosi delle nostre librerie.
Una  filosofa che dichiarò esplicitamente di non sopportare Nietzsche e rifiutò di rifarsi alle teorie freudiane anche quando alle prese con  la psicologia delle pulsioni.
Negli anni, i pensieri della Weil si sottrassero a qualsiasi forma propagandistica giacché, nonostante ella abbia scritto articoli sull’ascesa del nazismo in Germania e sul fallimento della politica operaia comunista, qualcosa protesse le idee della filosofa dallo scimmiottamento utilitarismo della Destra o della Sinistra.
Ella si fece interprete dei cambiamenti incandescenti degli anni a lei contemporanei e ne scrisse con sapienza e oculatezza, non rigettando alcun argomento dalla scienza alla religione, una forma di cristianesimo del tutto personale (a cui ella dichiarò d’aver aderito in quanto religione degli schiavi per eccellenza, a cui nessuno chiavo può sottrarsi, lei compresa), dalla morale alla politica.
Ma perché farne materia di lettura, oggi, all’alba dell’era Trump? Se è vero, come affermò la Weil, che “la storia non è altro che una compilazione delle deposizioni fatte dagli assassini circa le loro vittime e se stessi”,  abbiamo la nostra risposta.
Molto s’è discusso negli ultimi giorni sul futuro dell’America e del resto del mondo, in un gioco di alleanze al momento tutte da indovinare: battute e giochi di parole di ogni sorta sono fioccati in un tentativo, tutto umano, di esorcizzare la paura d’essere nelle mani di un politico irriverente, abbondantemente al di là del confine del corretto e sul punto di costruirne uno fisico, che di lecito non avrebbe nulla.
Due guerre mondiali ed una non guerreggiata ci hanno fatti consci di quali possano essere le conseguenze di una distopia orwelliana, ma la parola “straniero” è ancora all’ordine del giorno.
Dal fronte italiano, sono arrivati puntuali i paragoni tra quanto simile sia adesso la posizione di quanti dichiarano di (non) aver votato Donald Trump e di coloro che, per anni, (non) hanno votato affinché il Paese fosse affidato al celeberrimo Silvio Berlusconi.
Cosa aspettarci non possiamo ancora saperlo: ciò che abbiamo di fronte si presenta, ai miei occhi, come una mina vagante, probabilmente desiderosa di mostrarsi fedele a punti che i più avevano considerato mera propaganda, ma non del tutto preparata a compiere passi eclatanti senza tornare sui propri passi.
“Al di là delle eccezioni molto rare” − scriveva Simone Weil nel celebre Manifesto per la soppressione dei partiti politici del 1950 − “un uomo che entra in un partito adotta docilmente la disposizione d'animo che esprimerà più tardi con le parole: ‘come monarchico, come socialista, penso che...’. È una posizione così confortevole! Perché equivale a non pensare. Non c'è nulla di più confortevole del non pensare”.
Ciò che Donald Trump sta tentando di fare è accontentare le masse, ma sembra dimenticare (o ignorare) che le masse più cospicue sono formate da coloro che adesso vorrebbe allontanare.
L'Europa, per cui la Weil a suo tempo non vedeva altri modi d'evitare di essere decomposta dall'influenza americana che attraverso un contatto “nuovo, vero, profondo” con l'Oriente, si ritrova a dialogare con un “Oriente” non lontano dalle idiologie trumpiane.
“La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, senza nulla dominare. Dovunque essa usurpa un comando, si verifica un eccesso di individualismo. Dovunque si senta a disagio, c’è una collettività oppressiva”.
Questo scriveva Simone Weil, nel 1941, in una lettera indirizzata a Joseph-Marie Perrin, poi pubblicata nell’epistolario Attente de Dieu del 1950 (tradotta per la prima volta nel 1954 in lingua italiana da Nicoletta D'Avanzo Puoti con il titolo Autobiografia spirituale e pubblicata dalla casa editrice Casini nella raccolta Attesa di Dio).
Per parlare di futuro, probabilmente, le nuove generazioni dovranno fare i conti con un ennesimo  tassello di passato scomodo, che maschera un fine meramente economico ed un dilagante analfabetismo funzionale, di cui gli europei (e gli americani) danno spesso prova, in qualità di ex colonizzatori diventati poi nazionalisti quando costretti ad arretrare nei propri confini.

 

 

bibliografia di riferimento:

Simone Weil

La prima radice
traduzione di Franco Fortini
Milano, SE, 1990
pp.280


Simone Weil
Manifesto per la soppressione dei partiti politici
traduzione di Fabio Regattin
Roma, Castelvecchi, 2008
pp.96


Simone Weil
Attesa di Dio
traduzione di Maria Concetta Sala
Milano, Adelphi, 2008
pp.350

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